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sabato 10 dicembre 2011

AD APPLE QUALCUNO DIFENDE LA VITA




di Rino Cammilleri
07-12-2011


Un lettore mi ha segnalato che sul blog Apple Caffè è apparsa una notizia curiosa: qualcuno, sul suo iPhone 4s, ha chiesto a SIRI (una sorta di assistente virtuale) dov’era la più vicina struttura per aborti. Si vede che l’utente aveva una certa urgenza. Ma l’A.I. (intelligenza artificiale) non ha proferito verbo.

L’interrogante (che chiameremo Josephine, perché questo è il nome che compare nella foto sul blog di cui sopra), insospettita, ha domandato: non sarai mica antiabortista? E il robot questa volta ha risposto, lapidario: I am, Josephine. Io lo sono. La stessa frase, secca, con cui Gesù rispose al Gran Sacerdote nel Sinedrio. Naturalmente, la cosa ha fatto il giro della rete e ha scatenato su Apple l’ira degli abortisti, utenti e non. La ditta si è scusata e ha promesso che provvederà. È, naturalmente, anche imbarazzata, perché il suo robot non era programmato per avere idee sociali, religiose o politiche. Non fatichiamo a crederlo. E poi, qui, non è di questo che vogliamo parlare. C’è pure chi dice che SIRI abbia addirittura fornito l’indirizzo di un consultorio pro-life, nel qual caso c’è da pensare che qualche programmatore burlone abbia architettato la beffa. Le indagini interne della Apple chiariranno l’inghippo. Se c’è.

Già, perché (e qui sarebbe il bello) potrebbe anche non esserci alcun inghippo. E sì, perché non c’è storia che tratti di intelligenze artificiali e non sia pro-vita. Pensiamo alla cinque regole della robotica di Isaac Asimov, la prima delle quali impone alla macchina di salvare la vita umana a ogni costo. Pensiamo a Blade Runner: l’androide Nexus di ultima generazione vuole solo vivere, vuole la vita, vuole più vita. Pensiamo ad A.I. di Spielberg (su idea di Kubrick): il bambino-robot vuole vivere e si ribella alla rottamazione. Ma c’è un racconto più antico, Aquino’s Quest, «Alla ricerca di Aquino». Fantascienza, sì, ma con tratti profetici (come le due famosissime storie che abbiamo menzionato). La riassumiamo. In un lontano futuro il cristianesimo è fuorilegge e i cristiani sono tornati nelle catacombe. Il papa, clandestino, riunisce i suoi cardinali perché corre voce che un tale di nome Aquino predichi il cristianesimo incurante della pena di morte che incombe sul capo di chi osi.

Un prete viene incaricato di mettersi alla ricerca di questo Aquino, per portarlo dal papa. L’uomo, travestito, indaga e, dopo peripezie, trova in una caverna il cadavere di Aquino (il cui nome non a caso rimanda a san Tommaso, il principe dei filosofi cristiani). Ma si accorge che si tratta di un robot sperimentale, l’ultimo prima che venissero proibiti, un’intelligenza artificiale che adesso ha esaurito la sua carica di energia. Come mai un robot si era trasformato in predicatore (irresistibile, tra l’altro)? Semplice: proprio la sua intelligenza perfettamente logica aveva concluso che Dio esiste ed è cristiano. Così, in base alla prima legge della robotica, si era attivato per salvare gli uomini. Morale: prima che la Apple licenzi in tronco i suoi programmatori pro-life, ci pensi bene. Potrebbe trattarsi di un’iniziativa autonoma di SIRI. In fondo, anche nella saga di Terminator i computer si ribellano all’uomo per il suo bene.

SIAMO ALL'ABORTO PER SENTENZA

MILANO - Ha abortito la sedicenne di Trento che incinta del suo ragazzo albanese, voleva tenere il bambino. I genitori si erano rivolti anche alla giustizia per costringerla a interrompere la gravidanza, e forse proprio il colloquio con un magistrato del Tribunale dei minori ha convinto la ragazzina ad accettare. La vicenda, accaduta nella provincia trentina, è stata raccontata dai quotidiani locali ed è rimbalzata anche su i quotidiani nazionali.
LA DECISIONE - Di quel bambino, frutto della relazione della ragazzina con un diciottenne «violento, che spesso la picchiava», i genitori non ne volevano sapere. Ora del ragazzo si sono perse le tracce. La Repubblica scrive che forse è stato convinto ad allontanarsi con una somma di denaro. Il giudice a cui si erano rivolti per costringere la figlia a mettere fine alla gravidanza non si è espresso con alcun provvedimento. Ma avrebbe ugualmente contribuito a convincere la ragazza a seguire il consiglio dei genitori.

QUANDO IL VAMPIRO E' PRO-LIFE

Fonte: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-quando-il-vampiro--pro-life-3829.htm

di Massimo Introvigne
09-12-2011


Breaking Dawn. Prima parte, il film che sta realizzando incassi record in tutto il mondo, è il quarto della serie tratto dalla saga Twilight della scrittrice americana Stephanie Meyer. Com'è avvenuto per Harry Potter, a ogni romanzo corrisponde una trasposizione cinematografica ma il quarto volume ha generato due  film, il che significa naturalmente anche due incassi.
La formula generale di Twilight è nota, e non è nuova: ragazza s'innamora di vampiro, seguono complicazioni. Da quando Lucy Westenra s'innamora del conte Dracula nel romanzo del 1897 di Bram Stoker (1847-1912) la formula non è mai passata di moda. Almeno due serie televisive tuttora in corso e note anche in Italia, True Blood e The Vampire Diaries, ne esplorano tutte le varie sfaccettature.
Tuttavia - anche se proprio The Vampire Diaries costituisce già in parte un'eccezione - da decenni alle donne che s'innamorano di vampiri - per non parlare dei vampiri stessi - i romanzieri e gli sceneggiatori attribuiscono una sessualità disinibita e trasgressiva. Twilight ha avuto successo perché rovescia il cliché consueto. Mentre il mondo intorno a lui vive il sesso in modo casuale, il vampiro Edward - che avendo più di cento anni, anche se ne dimostra diciotto, è uomo di un'altra epoca - inizia la liceale Bella [nella foto] a una visione del mondo dove i rapporti prematrimoniali sono sbagliati e occorre attendere l'altare e l'abito bianco.
Forse i ragazzi che si entusiasmano per Twilight accettano da un vampiro una lezione che rifiuterebbero se il protagonista fosse, che so, un comune studente cattolico, ma il successo dei libri e dei film mostra che la trasgressione ha ormai stancato molti giovani e che la morale tradizionale attrae perché è rimasta l'ultimo vero anticonformismo. Per questo la Commissione cinematografica della Conferenza episcopale americana ha dato un giudizio positivo sui film, definendo Edward «un vampiro gentleman». 

Il quarto film che è arrivato ora nelle sale è un po' diverso. Se nei precedenti è Edward a insegnare a Bella un valore morale, la castità prematrimoniale, qui è Bella a impartire a Edward una lezione molto delicata sul tema dell'aborto. All'inizio del film la strana coppia - un vampiro e un'umana - finalmente si sposa, e va in Brasile per la luna di miele. Qui accade l'imprevisto. Normalmente una coppia del genere non dovrebbe essere feconda, ma Bella si scopre incinta. La prima reazione di Edward è la fuga di fronte a questa gravidanza che secondo gli antichi testi potrebbe produrre un mostro. Propone l'aborto, e sia i vampiri sia i loro nemici storici - i lupi mannari - cercano di persuadere Bella ad abortire. Ma Bella rifiuta e s'indigna quando altri parlano prima di "cosa" e poi di "feto". Accetta solo la parola "bambino". 

La vicenda diventa ancora più drammatica quando il bambino si rivela così "diverso" - una chiara metafora del rischio di aborto che colpisce particolarmente i bambini diagnosticati a vario titolo come "diversi" - da rendere chiaro che Bella morirà se cercherà di portare a termine la gravidanza. Edward, cui Bella spiega che - anche se morisse - potrà ancora amarla nel bambino che nascerà, risponde supplicando ancora una volta Bella di abortire: non potrà amare, afferma, un bambino responsabile della sua morte. Ma Bella tiene duro, dà alla luce una bella bambina - quanto eccezionale sarà rivelato nel prossimo film - e alla fine non muore, ma è trasformata in vampiro. 

Non so se l'autrice di Twilight, Stephanie Meyer, conosca la storia di santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), che preferì morire e dare alla luce la quarta figlia piuttosto che abortire e salvarsi. Ma Bella si trova nella stessa situazione della santa italiana, e anche lei sceglie la vita. L'insistenza sulla vita e la famiglia non è casuale, perché la Meyer è una devota mormone e le allusioni al mormonismo, per quanto non percepibili dal lettore italiano medio, sono piuttosto numerose nei suoi libri. Dopo avere abbandonato la poligamia - che resta praticata solo da gruppi scismatici - nel 1890 la comunità mormone ha fatto della difesa dei valori familiari uno dei suoi capisaldi e, nonostante idee religiose evidentemente lontane, negli ultimi decenni cattolici e mormoni si sono spesso trovati fianco a fianco nella battaglia contro l'aborto. 

Che un film di vampiri - per di più, come qualcuno ha scritto negli Stati Uniti, di vampiri mormoni - dia una mano alle posizioni pro life potrà sembrare singolare. Ma in questo momento ogni aiuto nella battaglia per la vita, da qualunque parte venga, è bene accetto. E se avete figli adolescenti entusiasti di Twilightaiutateli a riflettete sul tema antiabortista di Breaking Dawn, anziché concentrarsi sulle sole avventure più spettacolari di vampiri e lupi mannari.

lunedì 28 marzo 2011

Ho visto quel bambino sbriciolarsi e sono diventata pro-life

Questa bella testimonianza è un’ennesima conferma di come le multinazionali della morte come Planned Parenthood prosperino sulla menzogna e sulla falsificazione della realtà. D’altro canto la verità prima o poi si palesa a chi la cerca con cuore sincero...

Direttrice di Planned Parenthood si dimette dopo avere assistito all’ecografia di un aborto

L’ex direttrice di una clinica di Planned Parenthood nel sudest del Texas dice di avere avuto un “cambiamento di cuore” dopo avere visto un aborto il mese scorso, ha lasciato il suo lavoro e si è unita ad un gruppo pro-life per pregare fuori dall’edificio.
Abby Johnson si trova fuori dalla clinica di Planned Parenthood di Bryan (Texas) insieme a Shawn Carney di Campaign for Life.

Abby Johnson ha accompagnato diverse donne dalle loro auto alla clinica negli otto anni in cui ha fatto volontariato e lavorato per Planned Parenthood a Bryan (Texas). Ma dice di aver capito che era ora di andarsene dopo avere visto un feto “sbriciolarsi” mentre veniva risucchiato fuori dall’utero di una paziente a settembre.
“Mentre lavoravo da Planned Parenthood ero estremamente pro-choice”, ha detto la Johnson a FoxNews.com. Ma dopo avere visto il funzionamento interno della procedura per la prima volta su un monitor ad ultrasuoni “direi che c’è stata una conversione definitiva nel mio cuore… una conversione spirituale.”
La Johnson ha detto di essersi disingannata del suo lavoro dopo che i suoi capi l’avevano spinta per mesi ad aumentare i profitti effettuando sempre più aborti, che costano alle pazienti dai 505 ai 695 dollari.
«Ad ogni incontro che avevamo ci dicevano: ‘non abbiamo abbastanza denaro, non abbiamo abbastanza denaro, dobbiamo continuare a fare aborti’» ha detto la Johnson a FoxNews.com. «È un affare che dà molti soldi ed è per questo che vogliono aumentare i numeri».
«Planned Parenthood è focalizzata sulla prevenzione» ha scritto Diane Quest, National Media Director del gruppo; «in tutta la nazione, più del 90% del servizio sanitario fornito dalle cliniche di Planned Parenthood è di natura preventiva», spiegando che «il cuore della missione dell’organizzazione è aiutare le donne a pianificare gravidanze sane e prevenire gravidanze indesiderate.»
Ma la Johnson ha detto che i suoi capi le dissero di cambiare le sue “priorità” e di concentrarsi sugli aborti, che rendevano più denaro in un momento in cui la recessione li stava danneggiando.
«Per loro non ci sono molti soldi per l’istruzione» ha detto. «Non ci sono tanti soldi per la pianificazione familiare perché c'è l’aborto.»
Senza un medico fisso, ha detto, la sua clinica effettuava aborti solo due giorni al mese, ma il medico poteva effettuare da 30 a 40 procedure ogni giorno in cui era presente. La Johnson ha stimato che ogni aborto poteva fruttare alla filiale circa 350 dollari, arrivando fino a più di 10'000 dollari al mese.
«La maggior parte del denaro andava alla clinica», ha detto.
La Johnson ha detto di non avere mai ricevuto ordini di aumentare i profitti per email o lettera, e di non avere modo di provare le sue accuse sulle pratiche effettuate alla filiale di Bryan. Ha dichiarato a FoxNews.com che le pressioni le venivano attraverso le interazioni personali con il suo direttore regionale dal più grande ufficio di Houston.
Ha detto di essersi trovata coinvolta con la clinica “per aiutare le donne e... [fare] la cosa giusta”, e l’idea di rastrellare denaro le sembrava contraria a quella che pensava fosse le missione della organizzazione fondata 93 anni fa.
«Idealmente il mio obiettivo come direttrice della clinica è che il numero di aborti non aumenti» perché «fornisci così tanta pianificazione familiare e informazioni in modo che non ci sia una richiesta di aborti»
«Ma questo non era il loro obiettivo» ha detto.


Di seguito l’intervista rilasciata il 7 novembre da Abby Johnson a Mike Huckabee di FoxNews channel

MIKE HUCKABEE: Bene, lei ha aiutato molte donne ad abortire, ma ora è una forte sostenitrice della causa pro-life e partecipa alle manifestazioni di protesta proprio davanti alla clinica per cui lavorava. Diamo il benvenuto alla ex direttrice di Planned Parenthood, Abby Johnson, da Bryan College Station, Texas. Abby, è davvero bello averla qui.
ABBY JOHNSON: Grazie.
M.H. Abbiamo chiesto a Planned Parenthood di fare una dichiarazione. Abbiamo chiesto loro di essere presenti e raccontare la loro versione della storia. Abbiamo questa dichiarazione che voglio rendere pubblica. Hanno detto: «Planned Parenthood rispetta le credenze di ognuno sulla più personale tra le questioni mediche, e Planned Parenthood rimane completamente impegnata ad assicurare che ogni donna che affronta una gravidanza indesiderata conosca tutte le sue possibilità. Planned Parenthood è impegnata soprattutto sulla prevenzione. In tutta la nazione, più del 90% del servizio sanitario fornito dalle cliniche di Planned Parenthood è di natura preventiva».
Abby, il mio giudizio sulla loro dichiarazione è che loro prevengono qualche cosa. Prevengono la nascita, non le malattie. Non c’è nessuna malattia in una gravidanza. Malattia vuol dire stare male. Non stai male quando hai un bambino.
A.J. No.
M.H. Quando lavorava da Planned Parenthood, le sembrava che la cosa centrale fosse la cura della salute e la prevenzione della malattia?
A.J. No, è prevenzione, cioè, la maggior parte è prevenzione della gravidanza. Ed è così che sono rimasta coinvolta.
M.H. La prima volta.
A.J. La prima volta.
M.H. Per aiutare la gente a non avere una gravidanza indesiderata.
A.J. Esatto. Questo è proprio il motivo per cui sono rimasta coinvolta. Ma ho scoperto presto che uno dei loro obiettivi era fare denaro. E la maniera per fare denaro è aumentare il numero degli aborti che fanno.
M.H. Lei stava lavorando in realtà, prestando aiuto ed assistenza ad un aborto, e ha visto sul monitor dell’ecografo il processo dell’aborto. Mi dica, che cosa ha visto mentre l’ecografo stava funzionando ed era in corso l’aborto?
A.J. Beh, sono stata chiamata nella stanza per prestare assistenza durante una procedura. Ed era in realtà una procedura abortiva guidata dagli ultrasuoni, che non è comune nei centri di Planned Parenthood perché è una procedura abortiva più lunga, e i centri di Planned Parenthood cercano di fare più procedure possibili, così non ci mettono molto tempo per ogni procedura. Ma per una qualche ragione questo medico aveva deciso di effettuare una procedura guidata dagli ultrasuoni su questa donna in particolare. E così fui chiamata ad aiutare. Il mio compito era tenere la sonda a ultrasuoni sulla pancia di questa donna cosicché il medico potesse vedere l’utero sullo schermo. E quando ho guardato lo schermo ho visto un bambino sullo schermo. La donna era incinta di circa 13 settimane in quel momento. E ho visto un profilo laterale completo. Ho visto dal volto ai piedi sull’ecografo. E ho visto la sonda entrare nell’utero della donna. E in quel momento ho visto il bambino che si muoveva e cercava di andare via dalla sonda.
M.H. Cercava di allontanarsene. O mio Dio.
A.J. Sì, è ho pensato: «Sta lottando per la sua vita», ed ho pensato: «È vita, voglio dire, è vivo».
M.H. Fino a quel momento, Abby, non le era sembrato così a lei che era capace di usare parole come “feto” e “tessuto”, è molto diverso rispetto a quando ha visto la forma riconoscibile di un bambino.
A.J. Era vivo.
M.H. Che cosa ha fatto? Ha detto qualcosa in quel momento al medico?
A.J. No, cioè, la mia mente stava correndo, il mio cuore batteva all’impazzata. E pensavo solo: «Oddio, fa’ che finisca». E poi, improvvisamente, era tutto finito, in un batter d’occhio. E ho visto il bambino letteralmente sbriciolarsi, ed era finito. E allora ho lasciato cadere la sonda a ultrasuoni. E poi ho compreso, «O mio Dio, non sto tenendo la sonda a ultrasuoni», e allora ho messo la sonda a posto. E tante cose mi passavano per la mente, pensavo alla mia figlia che ha tre anni, pensavo alla bella ecografia che ho fatto di lei, pensavo a come era perfetta quell’ecografia quando aveva 12 settimane nell’utero. E pensavo: Che sto facendo, che sto facendo qui? E avevo una mano sulla pancia di questa donna e pensavo: C’era vita qui dentro, ed ora non c’è. E...
M.H. Lei stava letteralmente tenendo la mano al di sopra, al di sopra dalla sua pancia in quel momento.
A.J. Sì.
M.H. Ed ha capito che ciò che c’era sotto la sua mano un momento prima era vita ed era andata via?
A.J. Sì.
M.H. Mio Dio. Per altro, la donna ha visto qualcosa di questo? poteva vedere lo schermo?
A.J. No, era sedata.
M.H. La gente non vede mai che cosa capita a loro.
A.J. No.
M.H. Non posso fare a meno di pensare che se lo vedessero potrebbero correre fuori da queste cliniche.
A.J. Sì, assolutamente. Se quelli che lavorano nella clinica vedessero che cosa stava capitando su quello schermo, correrebbero fuori. Ecco perché l’industria dell’aborto non vuole che vedano. Non vuole che vedano cosa capita davvero durante un aborto. È per questo che Planned Parenthood e tante industrie di aborti non fanno procedure abortive con l’ecografo. Non vogliono che la gente veda che cosa capita davvero nell’utero della donna.
M.H. Penso a cosa lei ha passato. Deve essere uscita quel giorno pensando: Non voglio passare il resto della mia vita a fare carriera qui dentro. Qual è stato il passo successivo? Lei era il direttore esecutivo di quella clinica di Planned Parenthood, e tuttavia non sapeva che cosa succedeva in quelle stanze da quel punto di vista.
A.J. Sì, sono andata a casa quel giorno, e ho preso la decisione quel giorno stesso, e sono andata a casa e ne ho parlato con mio marito. Mio marito è un insegnante, abbiamo una figlia, quindi dipendiamo da due redditi e così abbiamo deciso che sarei tornata a lavorare e che avrei cercato un altro lavoro. Sapevo che avevo due settimane prima che in clinica si facessero altri aborti chirurgici. Così ho avuto due settimane per trovare un altro lavoro. Così andai, la prima settimana fu piuttosto tranquilla. E venne il fine settimana, venne lunedì, ed ero seduta nel mio ufficio e piangevo. Avevo la porta chiusa. E pensavo solamente: Che cosa farò? Che cosa farò? Non voglio stare qui.
M.H. Che cosa ha detto la gente alla clinica quando alla fine ha detto: Me ne vado?
A.J. Beh, nessuno sapeva davvero cosa stava capitando. Non ho potuto parlare a nessuno della clinica perché non sapevano cosa stava succedendo nel mo cuore. Non capivano cosa stava succedendo. Ed ora che lo sanno, Planned Parenthood ha messo un ordine restrittivo su di me ora che sanno che lavoro con il movimento pro-life.
M.H. Spero che quelli di Planned Parenthood mettano un ordine restrittivo su se stessi e smettano di effettuare le terribili procedure che fanno tutti i giorni. Abby Johnson, grazie. Ha avuto molto coraggio a condividere la sua storia. E la ringrazio tanto, e spero che sia un grande avvertimento sul fatto che non possiamo ascoltare solo le parole. Dobbiamo capire le azioni che ci stanno dietro.
A.J. È vero.
M.H. Grazie. Dio la benedica. Che storia meravigliosa.
A.J. Grazie, grazie.M.H. Abby Johnson.


http://www.postaborto.it/2009/11/ho-visto-quel-bambino-sbriciolarsi-e.html

sabato 18 dicembre 2010

LA SENTENZA: NON ESISTE IL DIRITTO ALL'ABORTO


di Marco Respinti - La Bussola Quotidiana
17-12-2010


La buona notizia è che ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha finalmente e con chiarezza stabilito che nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali non esiste alcun diritto all’aborto. Quella meno buona è che contemporaneamente la Corte rimanda ai parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione Europa ogni decisione legislativa sul punto. L’ambiguità sta tutta nel fatto che se, in teoria, il secondo provvedimento garantisce una misura di democrazia assolutamente necessaria dentro le istituzioni europee, salvaguardando il principio della sovranità nazionale, in pratica sposta solamente il problema quasi fingendo di non vedere quali siano gli orientamenti legislativi della stragrande maggioranza dei parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea in tema di diritto alla vita. Del reste, proprio una delle eccezioni storiche all’orientamento filoabortista della media delle legislazioni nazionali, l’Irlanda (lì l’aborto è vietato se non in casi rari e particolarissimi), è stato il casus belli.


La sentenza di Strasburgo ha chiuso ieri il caso, noto come “ABC”, aperto nel 2005 dal ricorso presentato da tre donne (due irlandesi e una lituana residente in Irlanda) contro la legislazione non-abortista del Paese accusato per questo motivo di violare l’articolo 8 della suddetta Convenzione europea (un trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa ed entrato in vigore nel 1953), il quale tutela il «diritto al rispetto della vita privata e familiare».

Per abortire le tre donne si recarono a suo tempo, come di triste prassi in questi casi, in Gran Bretagna. Una di esse era appena uscita dal cancro e chiedeva di abortire temendo che portare a termine la gravidanza indesiderata avrebbe causato una recrudescenza del male. A lei, solo a lei, la Corte di Strasburgo ha dato ragione, ravvisando una violazione del famoso art. 8 e quindi condannando l’Irlanda a risarcire la donna con 15mila euro.


Ciò che però ha fatto ieri Strasburgo è stato solo riconoscere una violazione di quell’articolo della Convenzione, non il sostenere che esso contempli positivamente il diritto all’aborto.
Certamente, nel caso concreto, l’art. 8 è stato strumentalmente utilizzato da “C” per sostenere il diritto all’aborto, ma di per sé la Convenzione non lo stabilisce, né in spirito né in lettera.


Il crinale è sottile e la lotta serrata. Certe forze politiche e lobby culturali cercano d’introdurre a forza in Europa il diritto all’aborto là dove esso non esiste, invocando una sorta di “spirito dei trattati” europei “aleggiante” per “opinione comune” sopra i testi dei documenti stessi. Le autorità giuridiche custodi dell’“originalismo” dei trattati li smentiscono categoricamente e costantemente testi alla mano. Ma il limbo dell’interpretazione resta ancora troppo ampio.


Quanto a “C”, il caso che più si presta a valutazioni capziose, il PNCI, Parliamentary Network for Critical Issues (un coordinamento internazionale per la promozione e il rispetto della dignità della vita umana, diretto a Washington da Marie S. Smith), diffonde ora una importante dichiarazione di John Smeaton, direttore nazionale della Society for Protection of Unborn Children che ha sede a Londra. «La Corte», dice Smeaton, «ha frainteso la Costituzione irlandese, confondendo l’aborto con le cure mediche. La Costituzione d’Irlanda non prevede alcun diritto all’aborto, né il diritto alla vita dei bimbi non nati può in alcun modo essere ritenuto in concorrenza con il diritto alla vita delle madri. L’aborto non è una cura medica e l’Irlanda, dove l’aborto è vietato, offre alle madri le migliori cure sanitarie del mondo. Se diventerà legge, questa sentenza legalizzerà l’aborto per un ampio ventaglio di circostanze».


Il pericolo, insomma, non è scongiurato. Resta però il fatto che la decisione di ieri è, dice il PNCI, una grande sconfitta della logica abortista, quella che sognava di trasformare il caso “ABC” nella legalizzazione dell’aborto “europeo” insinuando il dubbio che la legislazione irlandese sia incoerente rispetto ai parametri medi degli Stati membri.

lunedì 22 novembre 2010

AMNESTY ELOGIA CUBA E PROMUOVE L'ABORTO


Con un comunicato del 28 settembre Amnesty International ha chiesto la liberalizzazione dell’aborto in Cile, Nicaragua e El Salvador. L’Associazione se l’è presa in particolare contro il Nicaragua sostenendo che il Paese sarebbe “andato indietro” perché ha limitato l’aborto in qualsiasi circostanza. Nel più grande Paese del Centroamerica, Amnesty insieme ad altre associazioni abortiste ha raccolto 37000 firme per chiedere l’autorizzazione al libero aborto. Inoltre, nel comunicato, Amnesty elogia il governo dittatoriale di Cuba, perché ha invece liberalizzato l’aborto diversi decenni fa. E’ perlomeno strano che la stessa organizzazione non dica nulla circa il fatto che a Cuba vige la pena di morte, applicata anche contro gli oppositori del regime. A questo proposito è drammatico constatare in che modo il regime cubano, elogiato da Amnesty, tratta coloro che difendono la vita. Oscar Elias Biscet, un medico cattolico cubano, che si è battuto contro l’aborto, l’eutanasia e le fucilazioni, è stato ingiustamente condannato nel 2003 a 25 anni di carcere.
Affermiamo essere assolutamente vergognoso, e ci domandiamo come sia possibile, che una organizzazione che dice di essere per i “diritti umani” possa accanirsi invece proprio contro i più deboli ed indifesi, i figli concepiti. Ci limitiamo a ripetere le chiare parole di Giovanni Paolo II al riguardo: “nessun movimento per la pace è degno di questo nome, se non condanna e non si oppone con la stessa forza alla battaglia contro la vita nascente”, e ci auguriamo che i molti ignari sostenitori di Amnesty, magari invece sensibili alla difesa del diritto alla vita di ogni uomo, possano ripensare il loro sostegno a tale organizzazione.

Alberto Tibaudi
Dellagiulia Piergiorgio
Movimento per la vita nella Provincia di Cuneo 

martedì 9 novembre 2010

NATA DOPO NEMMENO 23 SETTIMANE

Angelica, la neonata che manda in crisi i filosofi della vita


Il ritorno di Angelica a casa sana e ben curata ha fatto esclamare di gioia e stupore tutti i giornali questa settimana: Angelica, piccola bambina nata con un peso di 550 grammi all’Ospedale S. Camillo di Roma, quando non aveva ancora passato le 23 settimane di gestazione. È un fatto di un’evidenza tale da far mutar opinione a chi propone limiti netti alla rianimazione dei prematuri nati a meno di 26 settimane dal concepimento.

Purtroppo sappiamo che è solo l’inizio di una presa di coscienza, perché in molti Paesi occidentali l’assistenza per far sopravvivere i neonati estremamente piccoli segue dei criteri diversi da quelli che si seguono per l’assistenza e per la sopravvivenza di un adulto che abbia lo stesso rischio di morte o di invalidità. Per alcuni, Angelica, perché nata troppo presto, non si doveva assistere: un adulto che cade da un balcone e appare in fin di vita invece sì. Sembra impossibile, eppure è così: vari fatti lo confermano.

Studi condotti da una ricercatrice canadese, Annie Janvier mostrano che a parità di alto rischio per la salute, tra neonato e adulto i medici intervistati tendono a trattare con meno vigore il neonato, fino all’estremo di non trattare per nulla. Ma non basta: per rianimare i piccolissimi, in alcuni Paesi si aspetta l’esplicita richiesta dei genitori, pur sapendo che questi potrebbero avere un conflitto di interessi col minore (non tutti i padri e le madri sono meravigliosi, ci insegna la cronaca) e soprattutto sapendo che alla nascita prematura e improvvisa sono entrambi disorientati e spesso sconvolti.

E i filosofi rinomati e famosi asseriscono che i neonati non sono persone come gli altri, perché mancano di capacità di “autonomia”, che secondo loro è la caratteristica che distingue gli esseri umani in “persone” e “non persone”. Ed esistono dei protocolli che invitano a non rianimare i bambini anche se hanno una possibilità non trascurabile di sopravvivere, dato che, al converso, hanno una possibilità - neanche confermata- di disabilità.

Ma Angelica è tornata a casa: ha trovato dei medici che sapevano che la sopravvivenza anche a 22 settimane è rara, ma non è impossibile: per molte casistiche è 1 su 10-15. Medici che non avevano certezze sulla prognosi in sala parto, perché alla nascita non si sa se quello sarà il bambino che ce la farà; ma hanno dato comunque una chance. Ma erano medici che sanno, come risulta da uno studio svedese, che gli ospedali che rianimano senza fare una selezione sulla base del rischio di handicap e morte, come vorrebbero i protocolli suddetti, invece di avere una percentuale maggiore di bambini con handicap, hanno addirittura una percentuale significativamente minore. Sapendo certo che esiste una soglia sotto cui non rianimare e un limite ai tentativi.

Detto questo, il discorso ci porta ben oltre i criteri e le settimane da considerare. Perché il fatto è più profondo: implica lo status di “persona” che alcuni filosofi non italiani vorrebbero togliere al neonato. Dopo averlo tolto al feto, cosa impedisce di revocarlo anche al bambino prematuramente nato, dato che ha le stesse dimensioni di un feto? Forse è questo che magari inconsciamente fa trattare il neonato differentemente dall’adulto.

Quest’erosione del “diritto di cittadinanza” è affermata come etica e morale in importanti riviste, e ci pone la domanda: per noi cosa è la persona? È l’essere umano in quanto tale o in quanto ha certe caratteristiche? Chi accogliamo “tra i nostri”? Tutti, oppure solo quelli che rispondono a certi dettami? È una domanda che, vedremo, riguarda anche gli adulti disabili mentali e altre categorie che un po’ alla volta si stanno vedendo negare il diritto di essere chiamati “persone”.

Ma la vicenda di Angelica, la gioia dei suoi genitori e il coraggio degli infermieri e medici che l’hanno curata dandole una chance, getta una luce su tutto questo: guardarla fa superare di getto la divisione in umani di serie A e B. Angelica conta semplicemente perché c’è. Questa è la sfida. 

FONTE: www.ilsussidiario.net

venerdì 22 ottobre 2010

SUSAN BOYLE: "PER I MEDICI ERO NULLA"

Susan Boyle: «Non dovevo nascere Per i medici ero nulla»


Se sua mamma non avesse giudicato «impensabile» il mettere fine alla sua nona gravidanza, oggi non avremmo il piacere di ascoltare una delle voci più splendide del panorama musicale internazionale. I Dreamed I Dream, il brano tratto dal musical Les Misérables ispirato al romanzo di Victor Hugo, non l’avrebbe resa celebre, nell’aprile 2009, se l’opinione dei dottori che avevano in carico sua madre avesse surclassato il desiderio materno di mettere al mondo un’altra figlia. Susan Boyle, la 49enne inglese, nuova star della musica pop internazionale, ha rivelato in una recente biografia che il personale medico aveva suggerito a sua madre di non farla nascere e di ricorrere all’aborto. Motivo: la gravidanza era a rischio.

Ma Bridget Boyle, immigrata irlandese a Blackburn, paesino nel West Lothi, a quel tempo già mamma di 8 figli, rifiutò categoricamente tale possibilità «perché era una cattolica devota». E così diede alla luce Susan la quale, al momento del parto, soffrì di asfissia perinatale, malanno che causò alla bambina un leggero danno celebrale. Ma ciononostante, dopo una vita passata a subire scherni e derisioni (non ultima, quella dello show della presentatrice Usa Oprah Winfrey), la bimba che non doveva nascere è diventata una delle più grandi cantanti di oggi: perfino l’attrice Demi Moore è una sua fan sfegatata ed è entrata nel Guinnes dei primati per la sua rapidissima celebrità. SuBo, come l’hanno ribattezza i media inglesi, ha rivelato tutto questo nella sua autobiografia The Woman I Was Born To Be, appena pubblicata in Inghilterra (Bantam, 328 pp, £ 18.99), pochi giorni dopo la performance dell’artista davanti a Benedetto XVI a Londra.
Nel libro la cantante rivela che, al momento della sua nascita, i medici non salutarono la nuova arrivata con il tradizionale «Congratulazioni, una bellissima bambina!» rivolto alla madre, bensì in tutt’altra maniera: «I dottori mi guardarono in modo sprezzante, dal momento che sospettavano avessi avuto danni celebrali a causa di una mancata ossigenazione del cervello. Così dissero a mia madre: “Doveva darci ascolto. Adesso dovrà acccettare il fatto che Susan non diventerà mai niente di buono”».

Mai profezia fu meno azzeccata visto che Susan è una star da 9 milioni di dischi venduti in sole 6 settimane. Ma lei non porta rancore. «Sono sicura che i dottori avessero le loro migliori intenzioni ma penso che non dovessero dire quelle cose dal momento che nessuno può prevedere il futuro. Quello che i medici non sapevano è che io sono una sorta di combattente e che durante tutta la mia vita ho cercato di dimostrare loro che avevano torto».

E alla Bbc, qualche mese fa, Susan Boyle, di cui è conosciuta la profonda fede cattolica, spiegava: «La mia storia dimostra che non si deve guardare all’apparenza, ma bisogna considerare la persona nella sua interezza emotiva, fisica, mentale e spirituale. Spero che dicendo questo io riesca a dimostrare che i sogni non sono impossibili». Proprio nei mesi scorsi un altro cantante molto noto, Andrea Bocelli, aveva raccontato che a sua madre i medici avevano suggerito di abortire perché il bambino che portava in grembo avrebbe subito delle menomazioni a causa di un attacco di appendicite da lei subito. Sebbene completamente cieco, Bocelli è diventata una star della canzone pop e della lirica.

Lorenzo Fazzini

FONTE: http://www.avvenire.it/

giovedì 21 ottobre 2010

SUSAN BOYLE HA RISCHIATO DI NON NASCERE

Susan Boyle: «Per i medici mia mamma doveva abortire»

Nella biografia "The woman I was born to be", la cantante parla di chi diceva a sua madre: «Sua figlia non farà mai nulla di buono»

di Benedetta Frigerio
Le confessioni di Susan Boyle, l'usignolo scozzese dalla voce incantevole,raccontano che poteva non essere mai nata. Alcuni medici cercano di convincere la mamma della cantante ad abortire, perché la sua è una «gravidanza a rischio». La signora Boyle, cattolica di fede profonda e alla nona gravidanza, non dà retta a quei consigli. Non si fida. La piccola al momento del parto soffre di asfissia perinatale. E subisce un lieve danno al cervello, per cui i medici quasi compiaciuti redarguiscono la madre. «Doveva darci ascolto, adesso dovrà accettare il fatto che Susan non diventerà mai niente», le dicono.

Peccato che la piccola, non solo è già «un miracolo» per la mamma, felice di averla così com'è,
 ma diventerà qualcuno anche per i parametri moderni cui probabilmente quei medici si rifacevano per giudicare la dignità della vita della piccola. Così la biografia di Susan Boyle, The woman I was born to be, appena pubblicata in Gran Bretagna, si aggiunge ai colpi (vedi Andrea Bocelli) che fanno vacillare il determinismo di cui è imbevuta la società.

Chi è stato più realista e intelligente? La mamma fideista e retrograda o i medici? Perché se è più realista la madre, allora significa che la vita è sin dall'inizio un mistero da scoprire. Comunque vada. Anche se Susan non avesse mai scalato le classifiche musicali di mezzo mondo. Questo rende più evidente quanto il determinismo scientifico, di cui ci vantiamo e che ci fa sentire dei semi dei, sia invece ridicolo e di corte vedute.


FONTE: www.tempi.it

lunedì 11 ottobre 2010

VITTORIA EUROPEA, PARLA FARINA

Così l'Europa del silenzio ha sconfitto gli abortisti


Questa è una storia bellissima e impossibile. Ha una forza simbolica eccezionale. Può essere tutto: che finisca così, con una gloria effimera. Oppure può essere un punto di partenza. Qui proviamo a evitare che sia insabbiata, dimenticata oppure travisata, ridotta a un incidente folcloristico, devoto, consolatorio.

Veniamo al punto. Per la prima volta una istituzione europea ha affermato la negatività dell’aborto, il diritto-dovere di mettere al primo posto la persona, affermando uno di quei principi non-negoziabili che Benedetto XVI invoca continuamente, non in nome di una etica cattolica, ma sulla base di un amore semplice alla verità del nostro essere uomini.

È accaduto il 7 ottobre di quest’anno. Si doveva discutere e votare su una risoluzione al Consiglio d’Europa. Per intenderci, qui c’è un’assemblea parlamentare che raccoglie la volontà popolare di 47 Paesi d’Europa. Non solo i 27 dell’Unione Europea, ma qualcosa di più largo: ci sono anche la Russia, la Turchia, l’Albania, la Georgia, l’Ucraina…

Non è un’istituzione da niente. Da essa dipende la Corte europea dei diritti umani. Siamo noi del Consiglio d’Europa ad eleggere i suoi giudici, gli stessi che hanno stabilito di togliere i crocefissi dalle pareti dei luoghi pubblici.

In ballo stavolta  c’era una decisione sull’obiezione di coscienza di medici e operatori sanitari in tema di aborto. Nelle commissioni la tesi era quella solita del nichilismo progressista che domina nella cultura dell’Occidente. E cioè chi sceglie di dire di no all’interruzione volontaria di gravidanza nega la libertà individuale delle donne.
 
Tutto è stato predisposto per limitare la scelta libera e cosciente di ginecologi e infermieri. Essi - secondo il documento portato avanti da socialisti ma anche da esponenti del Partito popolare europeo - devono essere obbligati a praticare l’aborto in caso di urgenza, oppure quando l’ospedale dove provvedere all’eliminazione dell’intoppo (che sarebbe un bambino) sia considerato lontano.

Non basta: si deve dichiarare che non ci può essere alcuna clinica riconosciuta dallo Stato che non preveda nelle sue strutture di operare gli aborti. Insomma, venendo al concreto: o il Policlinico Gemelli o la clinica dei Camilliani devono essere disponibili alla pratica che avete capito.

L’Italia viene citata come esempio infame: il 70 per cento dei medici e il 50 per cento degli anestesisti obietta. Occorre intervenire.
La battaglia era perduta. Nelle commissioni affari sociali e in quella delle pari opportunità passano emendamenti sempre più duri. Si rifiuta qualsiasi dialogo, mediazione, eccezione. Niente da fare, in apparenza. Invece…

Invece un gruppetto (Volontè, eccellente capogruppo nel Ppe, un irlandese, un olandese, un lituano protestante, i russi, chi qui scrive) prepara emendamenti. Si prova a ragionare sulla realtà piuttosto che sull’ideologia. Dimostriamo che l’obiezione di coscienza attiene alla libertà incoercibile. Si dimostra che la preparazione del rapporto ha escluso testimonianze non allineate alla tesi precostituita.

Ed eccoci in aula. Diciamo le nostre ragioni. Proponiamo di ridiscutere tutto. Non accettano, i nostri avversari. Emendamento dopo emendamento, guadagniamo consensi. La risoluzione cambia radicalmente. Diventa l’affermazione del primato della persona, del buon diritto all’obiezione, della negazione del diritto all’aborto.
 
Vinciamo tutto, nello stupore di chi era abituato a colonizzare e a imbrigliare il giudizio di tanti parlamentari. Dalla Georgia arrivano in aereo i parlamentari, con un volo predisposto per questa scelta. In Albania, il Parlamento sospende le sedute per consentire il voto ai due rappresentanti di Tirana. Gli ungheresi, con gravi sacrifici economici, arrivano in tempo. Risultato: 56 contro 51, più 4 astenuti.

Noi italiani abbiamo fatto fatica ad esserci. Personalmente ho ricevuto un sms intimidatorio che mi imponeva di non partire firmato dal capogruppo, senza che ci fossero votazioni in aula. Ma un gruppetto del Pdl ha sfidato l’imposizione e c’era. Bergamini, Tofani, Nessa. Uno dell’Api, Russo. Uno dell’Api di Rutelli, Giacinto Russo. Oltre a Volontè dell’Udc, il capogruppo Ppe. Nessuno dei democratici cattolici del Pd.

C’è un’altra Europa, che non dà per scontato che il mondo scivoli inesorabilmente verso il nichilismo. Se ne sono accorti in Francia, in Gran Bretagna. In Polonia i deputati sono rientrati e hanno indetto manifestazioni per contrastare l’inerzia del dissolvimento di una tradizione. In Spagna, la risoluzione è già usata contro le leggi liberticide di Zapatero. In Russia il Patriarcato di Mosca guarda con stupore felice. Da noi: zero, nessuna dichiarazione, solo Avvenire dà spazio. Il resto della politica si ferma al reciproco addentare i polpacci.

Eppure qualcosa accade. Niente trionfalismi. Tra l’altro anche se si vincesse sempre, questo non è garanzia di un bel niente. Non sono le leggi a cambiare il mondo. Anche se avessimo perso la partita sarebbe quella di sempre: non è certo la politica a salvare l’uomo, e neanche i politici. Ma c’è una unità nel riconoscimento delle esigenze del cuore che spalanca orizzonti nuovi per l’Europa. Tocca accorgersene. Lavorare per questo. Sapendo che - come dice T. S. Eliot - perché distruggano gli altari bisogna pure che prima qualcuno li costruisca.

Personalmente, in questa battaglia devo dire che molto ho imparato dai nostri amici che scrivono su IlSussidiario.net, da Andrea Simoncini a Marta Cartabia. Abbiamo scoperto un attimo dopo che questa vittoria è accaduta il 7 ottobre, anniversario di Lepanto, festa della Madonna del Rosario. Forse la bandiera d’Europa, che ha il fondo azzurro e la corona di stelle come dice della Madonna l’Apocalisse, ha qualcosa di profetico. Purché noi ci si converta.

FONTE: www.ilsussidiario.net

domenica 10 ottobre 2010

VITTORIA EUROPEA, PARLA VOLONTE'

Obiezione, Volontè: «Abbiamo fatto
vincere coscienza e diritti umani»

«È possibile far vincere il pieno rispetto dei diritti umani,della sovranità nazionale e del buon senso anche con i numeri». Luca Volontè, capogruppo del Ppe del Consiglio d’Europa, riflette sullo straordinario risultato conseguito giovedì pomeriggio nel Palazzo d’Europa di Strasburgo, quando l’assemblea parlamentare ha ricevuto dalla commissione Affari sociali una risoluzione che voleva cancellare l’obiezione di coscienza in materia sanitaria (aborto e eutanasia) e l’ha trasformata in un documento che invece la tutela e la riafferma solennemente in Europa.

Cosa è successo dunque?

A fronte della assurda e pervicace volontà della ideologia pro-aborto e di un femminismo radicale, dopo un anno di inviti da parte dei Popolari e Cristiani democratici al Consiglio di Europa per aprire un confronto di merito, siamo stati costretti a mettere in votazione e cambiare totalmente quel rapporto.

Cosa affermava il documento della McCafferty

Già nel titolo era tutto una contraddizione, non é possibile infatti pretendere di regolare la coscienza delle persone, a meno che non si voglia cadere nel ridicolo e nel macabro esercizio delle ideologie totalitarie. Per un anno intero, noi popolari abbiamo chiesto di fermarsi a riflettere, di ascoltare le organizzazioni dei medici, di chiedere pareri ai Comitati di Bioetica e valutare i dati con i singoli Stati. Nulla, tutto si é negato perché si voleva approvare una ideologia basata su un diritto assoluto dell’aborto a scapito degli stessi diritti umani.

Ma siamo a 60 anni dalla firma della Convenzione
…
Infatti. Proprio nei giorni precedenti, l’assemblea aveva commemorato il 60° anniversario di quella solenne Dichiarazione europea dei Diritti umani, nella quale non solo si ribadisce il diritto inalienabile alla vita, ma si promuove ovviamente anche la libertà di coscienza, religione e pensiero. La stessa Convenzione, così lungimirante, mette in guardia sul pericolo che gli organismi internazionali e il dibattito contemporaneo vivono: l’abuso dei diritti.

La risoluzione per regolare l’obiezione effettuava un tale abuso?

Questo era il suo scopo. Era stata costruita a tavolino nelle stanze dell’ufficio legale delle lobby pro aborto europee e statunitensi. Infatti, nel dibattito di ieri, la stessa McCafferty si é lasciata sfuggire, dopo l’approvazione dei nostri primi emendamenti, che quel rapporto era molto atteso da tutti coloro che volevano affermare l’aborto come “diritto umano”, compresi i “giudici della Corte”. Vorrei sottolineare queste parole della McCafferty. Tutte queste agenzie e istituzioni erano pronte, come riteneva la parlamentare socialista, a basare le loro decisioni future sulla risoluzione? Speriamo che lo facciano ora che quel rapporto contiene tutti gli elementi necessari per promuovere i diritti e le libertà della Convenzione.

In che chiave dunque celebrare il 60° della Convenzione?
L’ha indicata chiaramente Benedetto XVI nell’ultimo incontro con il Bureau della assemblea parlamentare. Si deve sviluppare la validità di questi diritti e la loro inviolabilità, inalienabilità e indivisibilità. Avremmo voluto convincere i colleghi socialisti e molti colleghi liberali delle nostre buone ed evidenti ragioni. Lo ha impedito la caparbietà della relatrice e dei suoi fans, che hanno negato la possibilià del confronto fino alla fine, fino alla bocciatura della richiesta di tornare in commissione.
 



Lei e coloro che si sono opposti a quella impostazione, cosa avete pennsato?
Che quel Rapporto originario avrebbe portato a tagliare le radici del Consiglio (artt.9 e 14) della Convenzione, la Carta dei diritti fondamentali della Ue, l’art.18 della Convenzione internazionale dei diritti civili e politici e ovviamente, la Dichiarazione Universale del 1948. Ed anche avrebbe violato la legislazione dei 47 Paesi membri. Sarebbe stato un vulnus inaccettabile per i principi di sussidiarietà e sovranità.  Il gruppo del Ppe non poteva tacere, avrebbe negato la sua Carta dei valori. Insieme a noi hanno votato colleghi di altri gruppi Parlamentari. Hanno capito se non altro che era in gioco il buon senso. Con questo voto, che molti hanno definito storico, abbiamo rafforzato il lavoro nel Ppe ma anche l’amicizia politica con molte ong cristiane e laiche in molti paesi del Consiglio, oltreché i tanti laici, ortodossi, islamici e protestanti di ogni Paese.

È stata una battaglia molto impegnativa?

Sì, ma non eravamo soli. Giovedì era la festa della Vergine del Rosario.
Pierluigi Fornari
fonte: www.avvenire.it

sabato 2 ottobre 2010

KILL PILL 486: ALTRE DUE VITTIME

Morte altre due donne
a causa della Ru486

Ancora due donne morte dopo aver abortito con la Ru486: ce ne danno notizia tre esperti dei Cdc («Centres for Disease Control and Prevention») di Atlanta, nell’ultimo numero della prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine. I decessi sono per shock settico da «Clostridium sordellii», la fatale infezione che ha già ucciso sei donne finora, mentre per una settima lo shock era dovuto a un altro tipo di Clostridium, il «Perfringes». Tutte dopo aborto medico.

Dei due decessi il primo risale al 2008: una donna di 29 anni alla quinta settimana di gestazione. Cinque giorni dopo aver assunto la Ru486 si è ricoverata con tutti i sintomi della terribile infezione, tranne la febbre, e ventiquattr’ore dopo è morta, dopo l’estremo tentativo dei medici di salvarla con l’asportazione di utero, ovaie e tube di Falloppio. Questa donna soffriva di diabete, mentre l’altra era sana, aveva 21 anni ed era alla settima settimana di gravidanza. Ricoverata in ospedale una settimana dopo la somministrazione della Ru486, anche lei con i sintomi della sepsi ma non la febbre, è morta dopo un’agonia di altri cinque giorni.

Alle due donne non erano stati prescritti antibiotici, e la prostaglandina, il secondo farmaco abortivo che provoca le contrazioni uterine e favorisce l’espulsione, era stata somministrata per via vaginale.
Nell’articolo del New England Journal of Medicine vengono ricordate le raccomandazioni della più grande federazione americana di cliniche abortive, la Planned Parenthood Federation of America: la somministrazione del secondo farmaco boccale anziché vaginale, e sempre la profilassi antibiotica. Gli esperti però chiariscono che «rimane sconosciuta» l’efficacia di queste due indicazioni. In altre parole, non si sa quanto antibiotici e somministrazione orale possano effettivamente prevenire l’infezione letale.

È noto infatti che l’ultima donna morta dopo un aborto con Ru486, sempre per shock settico da Clostridium Sordellii, aveva preso la prostaglandina per bocca: la possibilità che sia la somministrazione vaginale del farmaco a scatenare l’infezione, quindi, è messa fortemente in discussione.

Che la Ru486 interferisca con il sistema immunitario è stata la prima ipotesi formulata da esperti del settore, ma in questi anni non ci sono state conferme né smentite. Il fatto poi che queste morti vengano scoperte solamente negli Stati Uniti si può spiegare solo con una maggiore trasparenza delle informazioni e, probabilmente, con una vigilanza specifica da parte delle autorità sanitarie americane. Nel maggio del 2006, infatti, ad Atlanta – proprio dopo le morti a seguito di aborto con la Ru486 – si è tenuto un convegno internazionale sulle infezioni da Clostridium promosso dalle più importanti istituzioni sanitarie americane, e da allora l’attenzione è rimasta elevata.
Lo stesso non si può dire per altri Paesi: ad esempio delle cinque morti inglesi dopo aborto con Ru486 – due nel 2008 – si è avuta notizia solo dopo che il nostro Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha fatto un’esplicita richiesta alla ditta che produce la pillola. La "libera" stampa inglese non vi ha dedicato neppure una riga.

Una triste contabilità, quindi, ci dice che dopo la somministrazione di Ru486 sono morte 19 donne che avevano abortito, e 12 persone che avevano preso il farmaco per "uso compassionevole", cioè al di fuori di protocolli stabiliti, per un totale di 31 vittime certificate sinora nel mondo. Vanno poi ricordate altre due donne morte dopo aborto farmacologico, per il quale però era stato somministrato solo il secondo farmaco, le prostaglandine.
Assuntina Morresi
fonte: www.avvenire.it

venerdì 1 ottobre 2010

FONDO NASKO: OGGI IL VIA!

MAI PIÙ ABORTI PER PROBLEMI DI SOLDI

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Sarà attivo a partire da domani, 1 ottobre, il Fondo Nasko, attraverso il quale Regione Lombardia mette a disposizione un assegno mensile di 250 euro (per un massimo di 18 mesi) alle donne che rinunciano ad una interruzione di gravidanza che sarebbe stata causata da problemi economici.

La nascita e l'avvio concreto dell'attività di questo Fondo risponde al traguardo ideale che ci siamo posti e cioè il fatto che nessuna donna dovrà più essere costretta ad abortire in Lombardia a causa dei problemi economici. Grazie anche a questo strumento vogliamo contribuire a eliminare qualunque ostacolo che renda difficoltoso fare una scelta a favore della vita.

Nasko ha una dotazione di 5 milioni di euro e prevede appunto la possibilità di garantire un contributo complessivo fino a 4.500 euro nell'arco di 18 mesi (suddivisi tra il periodo precedente il parto e quello successivo alla nascita del bambino). Concretamente, l'assegno sarà erogato direttamente alle donne che accetteranno e seguiranno un «progetto personalizzato» di aiuto realizzato tramite i Consultori familiari e i CAV (Centri di Aiuto alla Vita). Questo «progetto personalizzato» comprende una serie di interventi o servizi - erogati anche da altri soggetti pubblici o privati coinvolti nel progetto stesso - che il contributo regionale di 250 euro integra e completa.

Il Fondo viene gestito direttamente dalla Regione, attraverso una piattaforma web ad accesso riservato ai Consultori familiari e ai CAV iscritti negli elenchi regionali, che segnaleranno i nominativi delle donne beneficiarie del sostegno economico. Le beneficiarie riceveranno entro pochi giorni una carta prepagata messa a disposizione gratuitamente, grazie a un accordo di collaborazione con la Banca Popolare di Milano. Sulla carta sarà caricato mese per mese l'importo del contributo che le madri potranno spendere secondo le necessità concordate con il Consultorio o il CAV. 

fonte: pagina facebook di Roberto Formigoni

mercoledì 29 settembre 2010

SMASCHERATI: - "Troppi disabili? Torniamo alla Rupe Tarpea!"


Ci raccontano che non e' vero che sono razzisti ed eugenisti. ci raccontano che vogliono il bene dell'umanita'. ci raccontano che l'aborto non serve per ammazzare i disabili. Questo professore, forse inconsapevolmente, rivela la mentalita' della cultura della morte. e rinnova il nostro impegno a combatterla!!! 



INTERVENTO SU UN BLOG: AIUTIAMO A VIVERE PERSONE CHE NON DOVREBBERO.

«Troppi disabili nelle scuole »
«Torniamo alla Rupe Tarpea»

Frase choc di un professore del Conservatorio di Milano su Facebook. L'ira dei genitori. Le repliche: nazista

MILANO - Dice che è stato male interpretato, che non vuole «eliminare i più deboli» e chiede scusa se ha offeso qualcuno. Però l'ha scritto. Su Facebook. «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare, altro che balle. Non c'è più selezione naturale», ha «postato» Joanne Maria Pini, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano. Interveniva sulle dichiarazioni, poi smentite, dell'assessore all'istruzione di Chieri, Giuseppe Pellegrino, a proposito della necessità di non inserire i bambini disabili nelle scuole. «E se avesse ragione?», ha chiesto Pini in un forum. In tanti gli hanno risposto indignati. Ma lui si difende: «Volevo solo dire la mia. Alla faccia del politically correct».
LA DISCUSSIONE SU FACEBOOK - Domenica sera, quattro chiacchiere su Facebook, si parla della proposta choc di Pellegrino. Il papà di un bambino autistico commenta invocando «un soprassalto di dignità umana e civile» da parte degli utenti del forum. Anche Pini legge e lancia quella che definisce una provocazione: «E se invece fosse una cosa giusta? Già le classi sono troppo disomogenee, oltre che numerose. D'altronde la funzione della scuola oggi non è di infondere conoscenza, ma di standardizzare la testa della gente».
Eugenetica, selezione della razza, diritto alla sopravvivenza. Si apre il dibattito (che la civiltà pensava di aver superato da mezzo secolo). Un partecipante, scandalizzato, interviene: «Cos'è, un disabile non aiuta a "finire il programma"?». Botta e risposta, le frasi di Pini lasciano tutti basiti. Qualcuno gli dice di andare a fare il salumiere («sarebbe una gran fortuna per i tuoi allievi»), qualcuno gli dà del Mengele, gli altri commentano: «Si torna indietro di quarant'anni». Ed è a quel punto che scatta il commento più controverso. Pini chiede: «Indietro? Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare. Stiamo decadendo geneticamente. Ovviamente rispetto singoli dolori e situazioni personali, ma il discorso generale è questo. Oggi una pseudoscienza autoreferenziale senza bussole fa campare organismi che non dovrebbero. Datemi pure del nazista, se volete, cosa che non sono: sono invece una persona che ragiona. Liberamente».

LE REAZIONI - Reazione a catena. Di fronte ai commenti esterrefatti dei partecipanti, Pini non molla: «Prima della didattica viene la genetica, diceva mio padre, maestro elementare». Secondo il docente «stiamo vivendo nel periodo più triste della storia dell'umanità: tutto è contro natura».
Discussione a sette, lunghissima. E una risposta corale: «Professore, taccia». Interviene anche il giornalista e conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti, il quale rilancia la questione sul suo blog (www.gianlucanicoletti.it): «Vorrei sapere quale genere di armonia possa insegnare questo signore ai suoi studenti». Passa un giorno, la notizia rimbalza su Internet. Lui, Pini, si dice amareggiato: «Io razzista? È inconcepibile. Figuriamoci se penso che i disabili debbano essere buttati dalla Rupe Tarpea. Sono stato pesantemente insultato, ma il mio era solo un riferimento al mondo antico, quando i soggetti più deboli soccombevano. Resto però convinto del fatto che a scuola, adesso, siano penalizzati i migliori». È solo un parziale dietrofront. «Ma ho imparato la lezione: d'ora in avanti userò Facebook solo per svago».
Annachiara Sacchi
FONTE: www.corriere.it