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sabato 10 dicembre 2011

SIAMO ALL'ABORTO PER SENTENZA

MILANO - Ha abortito la sedicenne di Trento che incinta del suo ragazzo albanese, voleva tenere il bambino. I genitori si erano rivolti anche alla giustizia per costringerla a interrompere la gravidanza, e forse proprio il colloquio con un magistrato del Tribunale dei minori ha convinto la ragazzina ad accettare. La vicenda, accaduta nella provincia trentina, è stata raccontata dai quotidiani locali ed è rimbalzata anche su i quotidiani nazionali.
LA DECISIONE - Di quel bambino, frutto della relazione della ragazzina con un diciottenne «violento, che spesso la picchiava», i genitori non ne volevano sapere. Ora del ragazzo si sono perse le tracce. La Repubblica scrive che forse è stato convinto ad allontanarsi con una somma di denaro. Il giudice a cui si erano rivolti per costringere la figlia a mettere fine alla gravidanza non si è espresso con alcun provvedimento. Ma avrebbe ugualmente contribuito a convincere la ragazza a seguire il consiglio dei genitori.

lunedì 22 novembre 2010

AMNESTY ELOGIA CUBA E PROMUOVE L'ABORTO


Con un comunicato del 28 settembre Amnesty International ha chiesto la liberalizzazione dell’aborto in Cile, Nicaragua e El Salvador. L’Associazione se l’è presa in particolare contro il Nicaragua sostenendo che il Paese sarebbe “andato indietro” perché ha limitato l’aborto in qualsiasi circostanza. Nel più grande Paese del Centroamerica, Amnesty insieme ad altre associazioni abortiste ha raccolto 37000 firme per chiedere l’autorizzazione al libero aborto. Inoltre, nel comunicato, Amnesty elogia il governo dittatoriale di Cuba, perché ha invece liberalizzato l’aborto diversi decenni fa. E’ perlomeno strano che la stessa organizzazione non dica nulla circa il fatto che a Cuba vige la pena di morte, applicata anche contro gli oppositori del regime. A questo proposito è drammatico constatare in che modo il regime cubano, elogiato da Amnesty, tratta coloro che difendono la vita. Oscar Elias Biscet, un medico cattolico cubano, che si è battuto contro l’aborto, l’eutanasia e le fucilazioni, è stato ingiustamente condannato nel 2003 a 25 anni di carcere.
Affermiamo essere assolutamente vergognoso, e ci domandiamo come sia possibile, che una organizzazione che dice di essere per i “diritti umani” possa accanirsi invece proprio contro i più deboli ed indifesi, i figli concepiti. Ci limitiamo a ripetere le chiare parole di Giovanni Paolo II al riguardo: “nessun movimento per la pace è degno di questo nome, se non condanna e non si oppone con la stessa forza alla battaglia contro la vita nascente”, e ci auguriamo che i molti ignari sostenitori di Amnesty, magari invece sensibili alla difesa del diritto alla vita di ogni uomo, possano ripensare il loro sostegno a tale organizzazione.

Alberto Tibaudi
Dellagiulia Piergiorgio
Movimento per la vita nella Provincia di Cuneo 

lunedì 8 novembre 2010

RIPENSARE LA FIVET

RIPENSARE LA FIVET:
PER FARE UN PO'
DI CHIAREZZA.

INTERVIENE:
PROF. ELENA COLOMBETTI
CENTRO DI ATENEO DI BIOETICA

MERCOLEDI' 10 NOVEMBRE
ORE 17.30
AULA G.114 BISLETI
UNIVERSITA' CATTOLICA - MILANO

ORGANIZZA:
MOVIT MILANO



giovedì 7 ottobre 2010

SE GUARDASSIMO CON GLI OCCHI DEI BAMBINI

SENTENZA DI FIRENZE: IL COMMENTO DI CARLO CASINI

«Bisognerebbe abituarsi a guardare alla procreazione artificiale con gli occhi dei bambini, visto che, secondo la Dichiarazione universale del 1959 che li riguarda, "l'umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa"» Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, interviene così sulla decisione del giudice fiorentino in materia di fecondazione eterologa. 

«Credo che, se i figli potessero parlare, rifiuterebbero di essere generati per la morte immediata nelle sperimentazioni e nelle selezioni. Credo anche che vorrebbero avere un padre e una madre certi, e che quindi quelli che li hanno generati siano gli stessi che li accolgono e li educano quando nascono. Ma nella fecondazione eterologa qualcuno, donando il seme o l'uovo, genera un figlio per abbandonarlo. Non si può fare nessun confronto con l'adozione, che è un rimedio contro l'abbandono, il quale in se stesso è un male. Ma nella fecondazione eterologa si genera per abbandonare. 

«In ogni caso, da giurista e da presidente della Commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo, non posso non notare che gli argomenti del giudice fiorentino sono platealmente infondati in quanto la Costituzione pone a carico dei genitori l'obbligo di mantenimento dei figli (art.30), e perché non è vero che il Trattato di Lisbona ha automaticamente introdotto le decisioni della Corte di Strasburgo nel diritto comunitario. Decisioni che in ogni caso riguardano il caso singolo e non hanno portata generale».


fonte: www.mpv.org

sabato 15 maggio 2010

TROPPI ABITANTI?

MALTHUS NON FA PIU' PAURA

di Gianfranco Fabi

In questo inizio del XXI secolo, in maniera del tutto silenziosa, sta avvenendo la svolta più significativa nella storia dell'umanità. Per la prima volta infatti dai tempi di Adamo ed Eva la crescita della popolazione mondiale non aumenta più di velocità, ma inizia a rallentare fino a lasciare prevedere nel giro di pochi decenni il raggiungimento di una sostanziale stabilità. Ci sono voluti dodici anni, sia dopo il 1975 sia dopo il 1987, per aggiungere un miliardo alla popolazione mondiale passando a cinque e poi a sei miliardi. Ora ce ne vorranno almeno 14 di anni per raggiungere i 7 miliardi con una popolazione che entro la fine del secolo, forse senza riuscire a toccare i 9 miliardi, inizierà gradualmente a diminuire.

Nei paesi industrializzati, tranne che in Francia e paesi scandinavi, il tasso di natalità è già ora tale che solo con l'immigrazione si mantiene una pur limitata crescita della popolazione. Ma anche nei grandi colossi mondiali il processo di riduzione del tasso di natalità appare ormai irreversibile. Più velocemente in Cina, più lentamente in India l'effetto congiunto del maggiore benessere e della diffusione dell'educazione, dei metodi anticoncezionali e dell'aborto stanno portando la natalità al di sotto della soglia di sostituzione.

Appare quindi definitivamente superata la drammatica profezia di Thomas Robert Malthus, il reverendo inglese che alla fine del Settecento con il suo Saggio sul principio di popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società diede il via a una corrente di pensiero che ha progressivamente aumentato nei secoli i propri discepoli. Contribuendo tuttavia a creare l'illusione che le politiche demografiche potessero sostituirsi agli interventi reali per favorire la crescita.

Le profezie di Malthus non si sono avverate. Il mondo è ben lontano dai più di duecento miliardi di abitanti a cui si sarebbe dovuto arrivare se si fosse mantenuta la crescita con progressione geometrica indicata dal reverendo inglese. E il sottosviluppo e la povertà sono del tutto riconducibili più alla corruzione, all'inefficienza, al protezionismo e alle ambizioni dei poteri politici, spesso dittatoriali, che alla pressione demografica.

Nella storia del mondo la crescita della popolazione è stata sempre affiancata da progressi nella tecnologia, nei metodi di coltivazione, nell'efficienza della produzione e dei commerci. Ora come afferma Fred Pearce, giornalista di New Scientist, nel suo Il pianeta nel futuro, «stiamo uscendo dalla più massiccia espansione demografica della storia umana»: ci avviamo a un mondo in cui i problemi saranno sempre più l'esatto contrario di quanto temuto da Malthus.

Le società occidentali, e soprattutto l'Italia, si trovano già ora a dover fare i conti con la bassa natalità, per l'allungamento della vita media, per la scarsa partecipazione femminile al lavoro, per l'alta età media in cui i giovani trovano un'occupazione. Con la necessità di gestire un'immigrazione altrettanto indispensabile, quanto complessa sotto il profilo sociale. Senza dimenticare che il calo demografico dell'Occidente rientra sempre più spesso, nel giudizio degli economisti, tra le cause strutturali della crisi che ha investito negli ultimi anni il sistema economico.

fonte: www.ilsole24ore.it

giovedì 13 maggio 2010

NOI STIAMO CON IL PAPA

Il Movimento per la Vita il 16 maggio in piazza san Pietro insieme al mondo cattolico

Il Movimento per la vita sarà in piazza San Pietro, domenica 16 maggio, come proposto dalla Consulta nazionale delle aggregazioni laicali (Cnal) per la recita del Regina Coeli per rinnovare al Papa il più profondo affetto e e la gratitudine per un magistero tenace e infaticabile.

In una lettera aperta al Santo Padre, pubblicata dal mensile SiallaVita il presidente Casini scrive: “Sentiamo anche noi una stretta al cuore quando leggiamo di preti che hanno tradito nel modo più ignobile la loro vocazione” che non fa dimenticare gli incommensurabili meriti della Chiesa ma che “crea il tumulto nei cuori e nelle anime di tanti credenti” che assistono al tentativo di “una Potenza Nemica che approfitta della fragilità, della colpa, della malattia di alcuni per aggredire Lei, la Chiesa, la sua missione”.

“È quanto meno simbolicamente assai significativo che gli ultimi attuali attacchi contro la Chiesa e anche contro di Lei, Santo Padre, giungano in un momento in cui la Sua voce e quella dei vescovi, si è fatta particolarmente forte per proclamare il diritto dei più piccoli e deboli, quali sono, in particolare, i bambini non ancora nati”. E proprio nella convinzione che “
questa è la Chiesa dei poveri. Quella che non teme la solitudine, la reazione rabbiosa, persino l’abbandono quando si mette dalla parte degli ultimi”, che Santo Padre, i credenti possono ritrovare “la pace del cuore e l’entusiasmo per un rinnovato impegno” che nessun tradimento, neppure il più turpe potrà scoraggiare.

fonte: ufficio stampa MpV

TEMPO DI RIFORME. E IL DIRITTO ALLA VITA?

Per salvare dall’aborto i bambini non ancora nati occorre riconoscere che sono bambini anche prima della nascita

di Carlo Casini (Presidente MpV Italiano)

D
opo l’episodio dell’abbandono di un bambino abortito a Rossano Calabro, rimasto vivo per molte ore, un amico medico, presidente di un Cav (Centro di aiuto alla vita) ha fatto circolare con la posta elettronica un duro e dolente commento che critica la stampa cattolica e me stesso perché avremmo «stigmatizzato» il fatto senza sottolineare «la barbarie di questa legge che ha legittimato questo aborto».

Poiché tra pochi giorni (22 maggio) ricorrerà il 32° anniversario della L.194 e, come stiamo facendo da trentadue anni, dovremmo porci la domanda «che fare?», vale la pena riflettere sulla contestazione sostanzialmente rivolta dall’amico medico alla linea sin qui seguita dal Movimento per la vita e da gran parte del cosiddetto «mondo cattolico».

L’amico scrive:
Se il bambino fosse morto subito nessuno si sarebbe scandalizzato, e bravi sarebbero stati quei medici «rispettosi» della legge. Ma è sopravvissuto e perciò essi sono da condannare, saranno oggetto di severa ispezione dagli Ispettori dell’on. Roccella, perché non hanno saputo fare un buon «lavoro». Quel bimbo che doveva morire di aborto, è stato invece lasciato agonizzante e bisognava rianimarlo. Non per pietà (lo si voleva morto!), ma per rispettare questa legge che qui mostra l’aspetto più diabolico…[…] Qualche ora prima, nel grembo materno, era considerato carne da macello, ancor più perché (forse) era malato. C’è da impazzire di fronte a questa spaventosa contraddizione: è come se si gridasse allo scandalo se, dopo averla massacrata di botte, un killer abbandonasse una persona agonizzante e anziché condannarlo per questa violenza, se ne deplorasse il mancato soccorso per rianimarla.

Chi è più coerente qui, il killer che omette il soccorso di una persona che voleva uccidere dopo averla ridotta in fin di vita, o chi, come 'Avvenire' non vuole riconoscere che il killer ha ricevuto piena legittimità a fare ciò che ha fatto da una legge dello Stato? Noi non vogliamo rispettare la 194, né applicarla meglio. La vogliamo abrogare!


Non si può nascondere l’orrore della contraddizione evidenziata in questo messaggio, anche se in questo caso una corretta applicazione della legge avrebbe impedito l’aborto, che non doveva essere effettuato in quanto esisteva quella «possibilità di vita autonoma» che, secondo l’art. 7 della legge, consentiva l’Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) solo per il pericolo di vita della donna. Ma la contraddizione resta perché quel bambino restava bambino anche se l’aborto fosse intervenuto qualche settimana prima. Tuttavia è ingiusto sospettare di rassegnazione e di conseguente reticenza nel proclamare l’iniquità della legge il sottoscritto e 'Avvenire'. I fatti e la storia parlano da soli. Piuttosto bisogna riflettere sulla strategia da seguire affinché la «non rassegnazione» possa davvero esplicarsi in modo efficace.


Realismo, per non rassegnarsi


Il grido «noi non vogliamo rispettare la legge, né applicarla meglio. Noi la vogliamo abrogare» esprime davvero l’obiettivo ultimo?

Oppure lo scopo che giustifica l’impegno incessante dei
pro Life è quello di salvare la vita dei bambini a qualsiasi costo, in qualsiasi circostanza, nonostante le più grandi difficoltà? Se per salvare la vita io debbo denunciare le violazioni della legge, io lo farò. Se immagino possibile una interpretazione della legge secondo uno spirito meno perverso di quello che fino ad ora ne ha determinato l’attuazione, io cercherò di imporre una tale diversa interpretazione.

Prima della recente riforma voluta da Zapatero, in Spagna e Polonia le leggi erano pressoché identiche, ma in Polonia gli aborti non superavano mai le mille unità all’anno mentre in Spagna galoppano oltre i 100.000. Perché?

Una diversa interpretazione della norma. Naturalmente non collaboreremo mai, in alcun modo, alla uccisione dei bambini. Perciò difenderemo l’obiezione di coscienza con tutte le nostre forze.

So benissimo che la legge, in non piccola misura anche a causa della sua ulteriormente perversa
attuazione, produce aborti. Per questo il 22 maggio dimostreremo, ancora una volta, che se gli aborti sono diminuiti, come sostengono i difensori della legge, ciò è accaduto non per «causa» della legge, ma «nonostante» la legge per merito di quanti si oppongono alla legge. Di più: da uomo di legge e diritto quale sono, avverto profondamente il bruciore della ferita. Come si fa a considerare la dottrina dei diritti umani «come il fondamento moderno della giustizia e poi permettere l’uccisione dei più piccoli e poveri tra gli uomini» fino a tentare di includere un preteso diritto di aborto nel catalogo dei diritti umani fondamentali? E ancora: capisco la logica di appellarsi alla L. 194 per contrastare la Ru486, ma da qui a qualificare come «giusta» la legge ce ne corre. Nella mente della gente il giudizio sulla legge si traduce facilmente in giudizio sul fatto disciplinato dalla legge. Quante volte ci siamo sentiti replicare: «che stiamo a discutere? Se la legge lo permette significa che lo possiamo fare!». Così il giudizio legale diviene giudizio etico e viene distrutto l’ultimo baluardo della vita: la coscienza. Perciò è doveroso ricordare sempre l’ingiustizia della legge. Ma chi vuole difendere davvero la vita, chi non si rassegna, non si contenta dei gridi di protesta. Vuole davvero cambiare le cose. Cerca di guadagnare terreno con le unghie e con i denti. Se non può immediatamente raggiungere l’obiettivo finale, non si sente sconfitto se intanto ha potuto salire solo un gradino della scala. Per non essere inutile velleitarismo la non rassegnazione deve essere impregnata di realismo. Deve chiedersi: che cosa è possibile realisticamente fare?

Tra l’altro chi chiede
sic et sempliciter l’abrogazione non vuole certamente l’eliminazione di qualsiasi legge regolatrice: nel vuoto l’aborto diventerebbe lecito sempre, ben oltre i limiti della 194.

Né sembra pensabile un ritorno al codice penale del 1931. Perciò chi vuole l’«abrogazione» deve pensare ad una «sostituzione» e deve perciò formulare la normativa desiderabile. Rispondo così anche a talune istanze di ricorrere nuovamente ad un referendum abrogativo che sento ripetere qua e là.


Punti di partenza per la riforma


Realisticamente a me pare di constatare due elementi positivi su cui è possibile far leva per cambiare le cose: la indiscussa proclamazione a livello teorico dei diritti umani, come parola d’ordine della modernità e il sentimento cresciuto della «preferenza per la
». Il primo dato è fortemente contraddetto dall’aborto legale.

Vedo però una salutare inquietudine quando la questione è posta non in termini di divieti o di morale, ma di uguaglianza, dignità umana, titolarità dei diritti umani.

Perciò, per quanto difficile e forse lunga sia la battaglia, credo nella possibilità di riuscire a scrivere all’ingresso dell’ordinamento giuridico italiano, nell’art. 1 del Codice Civile, che tutti, proprio tutti, fin dal concepimento sono riconosciuti come dotati di soggettività giuridica. La possibilità di un tale risultato è già dimostrata dall’art. 1 della L. 40/2004 sulla procreazione artificiale. La prospettata riforma, anche senza cambiare niente altro, influirebbe sulla interpretazione della L. 194 (eliminando la equivocità del suo art. 1), impedirebbe l’ultimo degrado delle coscienze, eserciterebbe un ruolo positivo anche a livello internazionale.

Il secondo dato – la preferenza per la nascita – in prevalenza non ha una motivazione forte. Il sentimento è suscitato sia dall’apprezzamento della non più ignorabile lodevole utilità dei Cav, sia soprattutto, della coerente consapevolezza del danno economico provocato dal crollo delle nascite. La paura della «bomba demografica» è divenuta paura dell’«inverno demografico».

Si aggiunge che qualsiasi persona di buon senso non può non avvertire lo stridore tra le centinaia di migliaia di bambini abortiti ogni anno in Italia e le decine di migliaia di coppie che non trovano bambini da adottare. Sembra perciò possibile trasformare la logica dei primi articoli della L. 194 intendendo l’intervento consultoriale e più in generale quello «colloquiale», non come uno strumento per constatare l’autodeterminazione della donna, ma come il mezzo per tutelare la vita del figlio non contro ma insieme alla madre. Anche a questo riguardo qualcosa si può fare sia sul piano legislativo sia su quello amministrativo. È giunto il momento di adempiere agli impegni assunti verso gli elettori dai governanti e dai parlamentari nelle elezioni politiche del 2008 e dai governanti regionali e dai consiglieri regionali nelle elezioni del marzo scorso.

Queste riflessioni hanno strutturato gli eventi che il Mpv, in collaborazione con il Forum per le Famiglie e Scienza e Vita, ha programmato per l’imminente 32° anniversario della L. 194.

fonte: www.avvenire.it

martedì 27 aprile 2010

SOPRAVVISSUTO ALL'ABORTO. E NON LO CURANO...

SOPRAVVISSUTO ALL’ABORTO. ORA ASPETTIAMO L’AUTOPSIA

«Il caso di sopravvivenza all'aborto, verificatosi a Cosenza, non è certo il primo» commenta Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita. «Già in passato abbiamo avuto notizia di molti altri casi. Mi auguro che, almeno, al neonato di Cosenza sia attribuita la dignità di essere registrato all'anagrafe come bambino nato. In effetti la riflessione fondamentale è che l'aborto toglie la vita ad un bambino. Ci commuoviamo se il suo cuoricino continua a battere anche dopo essere stato espulso dal seno materno, ma è un fatto che essa batteva anche prima.


«Poi ci sono i commenti giuridici. La legge 194 non consente l'Ivg quando vi è una possibilità di vita autonoma del feto. La “possibilità”, non è necessaria la certezza e neppure la probabilità: alla ventiduesima settimana di gravidanza già esiste la possibilità di vita autonoma, come il caso di Cosenza ancora dimostra.
«E' doveroso poi porre la domanda: il piccolo era davvero malformato? Di quale malformazione più o meno grave si trattava? Sarebbe stata curabile grazie agli straordinari progressi della medicina prenatale e perinatale? Credo che se vi sarà l'autopsia, come è auspicabile, a questi quesiti sia data risposta.


«Infine vi è la domanda più inquietante: che cosa è stato fatto affinché la mamma non si trovasse sola nel dramma della sua gravidanza? E' stata informata che vi sono famiglie che sarebbero state disposte ad accogliere il suo bambino, anche se malformato? Il Movimento per la vita consoce alcune di queste famiglie, e conosce anche una certa superficialità nel diagnosticare presunte malformazioni e nell'escludere la possibilità di terapie».

sabato 23 gennaio 2010

USA PRO LIFE!!!

A Washington i «pro life»: sempre più i no all'aborto

di Elena Molinari

Sul palco che incornicia una veduta limpida del Campidoglio americano, una ventina di donne stava da ore in piedi in semicerchio attorno a un podio. Avevano età diverse, diverso colore della pelle. Ma con la stessa determinazione reggevano un cartello che a grandi caratteri proclamava: «Mi sono pentita del mio aborto».

La trentasettesima marcia per la vita a Washington era giunta da poco ai piedi del palcoscenico, dopo essere partita in anticipo sull’orario. I gruppi di giovani raccolti lungo Constitution avenue erano già folti alle 10 di mattina e avevano avuto fretta di mettersi in movimento verso The Hill, “la collina” sulla quale svetta il Congresso americano, e dove è in bilico una legge di riforma sanitaria che potrebbe introdurre forme di finanziamento pubblico per l’aborto. «Eppure il 75 per cento degli americani si oppongono ad usare i soldi dei cittadini per pagare un’interruzione di gravidanza», spiegava Stephen Phelan dell’associazione Human Life International, citando una ricerca dell’Università di Quinnipiac.

Il numero che rimbalzava di bocca in bocca ieri nel “Mall”, la grande spianata al centro della capitale americana, era un altro: cinquantuno. Per la prima volta dal giorno della sentenza Roe contro Wade, con la quale la Corte suprema americana ha legalizzato l’aborto nel 1973, negli Stati Uniti il 51 per cento della popolazione è contraria all’aborto.

«È un segnale chiaro che i nostri sforzi non sono stati vani, che vinceremo la causa della vita, che il dibattito si è riaperto», ha esclamato il deputato repubblicano dell’Arkansas Todd Akin. «Questa è la mia decima marcia per la vita, e finalmente posso dire di essere orgoglioso di vivere in un Paese dove la maggioranza rifiuta l’uccisione di vite innocenti».

A suscitare il continuo entusiasmo dei partecipanti (300mila secondo gli organizzatori) era anche un monitor con una cifra che continuava a salire rapidamente, 71mila, poi 72mila, fino a 75mila. Era il numero dei partecipanti della marcia virtuale che per la prima volta era stata organizzata su Internet per coloro che non sono potuti andare a Washington. Una novità di quest’anno, che permetteva di creare un proprio alter ego animato e di vederlo muoversi lungo le vie della capitale verso la Corte suprema. È lì infatti, la tappa finale della marcia, che i manifestanti sperano che venga il cambiamento sotto forma di una sentenza che ribalti Roe contro Wade. «È quasi impossibile sopravvalutare quanto si sia trasformato lo scenario politico nei confronti del rispetto della vita negli ultimi mesi», diceva Karen Cross, direttore politico del Comitato National Right to Life.

Ma il movimento per la vita non è convenuto a Washington solo per dire no all’aborto. Nell’agenda c’è anche la difesa della vita al suo termine, come ha ricordato Bobby Schindler, fratello di Terry Schiavo, la donna rimasta in stato vegetativo per oltre 10n anni prima che la rimozione del tubo che l’alimentava ne provocasse la morte nel marzo 2005. Un’altra novità della marcia per la vita 2010 è stata la veglia davanti alla Casa Bianca dove tremila persone, tutte quelle che avevano ricevuto l’autorizzazione della polizia, si sono riunite pacificamente in serata per pregare e cantare. «Preghiamo e digiuniamo per te, presidente Obama – recitavano i cartelli che sostenevano – perché tu capisca che l’aborto è violenza verso i più indifesi». Se infatti George W. Bush ha sempre chiamato i leader del movimento per la vita per esprimere la solidarietà, il gruppo non si aspettava una telefonata da Obama.

martedì 19 gennaio 2010

INASPETTATAMENTE...

Gli occhi della Francia che non ti aspetti sono quelli di un ragazzo. Siamo a metà di un pomeriggio invernale parigino, con il sole che splende ancora sui tetti e sui viali. Dietro di noi, uno dei più importanti teatri del mondo: l'Opéra. Davanti, migliaia di persone festanti e gioiose che affluiscono nella grande piazza.

Gli occhi della Francia che non ti aspetti sono incarnati da quel ragazzo che si avvicina al nostro gruppetto e, vedendo le bandiere bianche e verdi del Movimento per la Vita italiano ci saluta. Prima in un italiano un po' stentato, poi in inglese, si complimenta con Elisabetta per il suo intervento e ci ringrazia per essere lì, dall'Italia, a difendere con lui la vita di ogni essere umano. Poi saluta e sparisce in mezzo alla folla immensa.

Gli occhi della Francia che non ti aspetti sono i suoi, e sono quelli delle decine e decine di ragazzi e ragazze che hanno lavorato per fare della sesta marcia per la vita un grandissimo successo. Hanno venduto le magliette, distribuito adesivbi, incitato la folla gioiosa e numerosa, fatto da servizio d'ordine e, semplicemente, marciato per la vita. Nel paese più laicista d'Europa (ma la Spagna zapaterista e l'Olanda fanno una dura concorrenza) ci sono anche tanti giovani che non volgiono sottostare al pensiero dominante.

Il futuro della Francia era a Parigi domenica 17 gennaio a marciare. Per dare un futuro a tutti, anche a quelli cui per ora è negato. "Onore alle madri", recitava lo striscione davanti a noi. "Anch'io sono stato un embrione", ricordava un altro. "No all'eugenetica". E così via. Quante semplici verità riassunte in poche parole.

Verità che forse possono apparire ovvie ma che, evidentemente, ovvie non sono se è necessario scendere in piazza per difenderle. Tra cartelli che chiedevano di dire basta all'aborto e bandiere variopinte la gioisa colonna è partita da Place de la Republique al ritmo di musica. Musica moderna, ovviamente, quasi discotecara. Perchè chi difende la vita non è per forza una vecchia mummia legata a valori ormai superati.

Oggi, nella nostra società, chi difende la vita è il vero anticonformista, il vero rivoluzionario. E le larghe strade di Parigi, fatte apposta per impedire le barricate durante i numerosi moti dei tempi che furono, si sono riempite questa volta di una gioisa assemblea che ha in mente la rivoluzione più grande: quella che mette al centro di ogni politica il diritto di ogni uomo ad esistere. Senza discriminazioni di sesso o di religione, certo. Ma nemmeno di età.

Pochi comizi, in questa manifestazione. Poche parole e tutte ricche di significato, perchè l'evidenza non ha bisogno di essere infiorettata dalla retorica. E perchè il messaggio dato da 25.000 giovani che hanno scelto di mostrare a tutti il loro amore per ogni uomo vale più di decine di discorsi.

E mentre il sole tiepido di gennaio saluta i tetti e i viali parigini i 50.000 occhi della Francia che non ti aspetti illuminano 25.000 volti sorridenti.

FT

lunedì 18 gennaio 2010

EN MARCHE POUR LA VIE 2010!!! - PARIS



NOI SIAMO QUELLI VICINO AL TRICOLORE

SI VEDE ALL'INIZIO SULLA SINISTRA.

COMUNQUE SIA...

CHE SPETTACOLO!!!

VIA LIBERA AL FIGLIO PERFETTO

L'ULTIMA SENTENZA CHOC DEL TRIBUNALE DI SALERNO

di Gianfranco Amato

Ennesimo episodio di deriva eugenetica per via giudiziaria. Il Tribunale di Salerno ha autorizzato una coppia fertile a ricorrere alla diagnosi prenatale per verificare possibili patologie dell’embrione, contravvenendo così, in un colpo solo, a due norme della legge 40/2004. La prima che vieta la possibilità di fecondazione assistita a coppie fertili (art. 1), e la seconda che proibisce l’utilizzo dell’analisi preimpianto a fini selettivi (art. 13).

Del tutto irrilevante, per il magistrato salernitano, il fatto che la legge 40/2004, disapplicata col provvedimento in questione, sia stata approvata a larga maggioranza dal Parlamento della Repubblica, sia stata confermata da un referendum popolare e sia passata al vaglio della Corte costituzionale che, con la recente sentenza 151/2009, ha confermato la piena costituzionalità del divieto di ricorso alla diagnosi reimpianto a fini eugenetici.

La disinvolta violazione del dettato normativo da parte del Tribunale di Salerno è avvenuta attraverso le solite vaghe espressioni di “diritto vivente” e di “lettura costituzionalmente orientata” della legge. Modi eleganti per far prevalere la personale prospettiva ideologica di un magistrato quando questa si appalesi chiaramente contra legem.

Qui il discorso si farebbe lungo. Implicherebbe considerazioni sulla tripartizione dei poteri, sulla prevaricazione di parte della magistratura rispetto al potere legislativo, sulla tentazione del “government by judiciary”, sul mostro giuridico del “giudice-legislatore”. Bisognerebbe ricordare Montesquieu, Tocqueville, Constant.

Il punto sul quale, invece, intendo focalizzare l’attenzione è un altro. Riguarda un passo del provvedimento salernitano, e precisamente quello in cui si afferma che “il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili”.

È proprio su quel “diritto a procreare” che ci si deve interrogare. Potremmo partire dal titolo del libro pubblicato nel 2004 da Mary Warnock: Fare bambini. Esiste un diritto ad avere figli? Da un punto di vista giuridico, checché ne pensi il Tribunale di Salerno, per quanto riguarda il nostro ordinamento la risposta è semplice. Sarebbe sufficiente citare il presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, Mario Zevoli: «Essere genitori sembra sia considerato un diritto, ma non è affatto così». Prima che un problema giuridico, quindi (fortunatamente non siamo ancora nella Svezia eugenetica degli anni ’30), è un problema morale.

Soltanto una prospettiva di individualismo esasperato può tradurre un desiderio in diritto. E una simile prospettiva è capace di generare ingiustizia quando l’oggetto del desiderio implica violazione dei diritti di altri soggetti. Un figlio non può essere considerato come mera “proprietà” dei genitori, e questo vale fin dal concepimento. Né può essere considerato un “oggetto” necessario alla realizzazione di una coppia, da ottenere non con un atto d’amore ma attraverso l’esito positivo di un’operazione tecnica.

Il cosiddetto “diritto di procreazione”, in realtà, rischia di tradursi nella proiezione egoistica di un capriccio. Solo così, infatti, può giustificarsi, ad esempio, il ricorso alla fecondazione assistita per una coppia di donne omosessuali, o l’inseminazione artificiale di una donna con il seme congelato del marito defunto, o il figlio in provetta per le ultrasessantenni. Sembrerebbero, queste, aberrazioni teoriche ma, in realtà, lo scorso luglio qualcuno ha cominciato a riflettere quando si è appresa la notizia che in Gran Bretagna la signora Maria Bousada De Lara è morta di cancro all’età di 69 anni lasciando soli due gemelli di due anni, ottenuti attraverso il ricorso alla fecondazione assistita per realizzare il suo egoistico desiderio di maternità.

Ripensando a quell’episodio, mi sono venute in mente le parole del cardinale Caffarra quando ha avuto il coraggio di affermare, senza mezzi termini, che «nessuno possiede il diritto ad avere un figlio, a qualunque costo e in qualunque modo», perché «si ha diritto ad avere “qualcosa”, mai ad avere “qualcuno”». E, citando Bruno Fasani, lo stesso cardinale ha spiegato: «Un figlio non può essere una sorta di peluche che riempie i vuoti affettivi, che scavalca fittiziamente i limiti imposti dalla natura, che spezza solitudini senza prospettive di soluzione».

La riduzione della genitorialità a mero fattore biologico, a questione di Dna, significa immiserire il rapporto filiale, riportandolo alla concezione ottocentesca dello jus sanguinis. Una sorta di riduzionismo genetico come nuova versione del riduzionismo biologico di Cesare Lombroso. Davvero un bel passo avanti per i progressisti della società moderna ed evoluta.

L’uomo, in realtà, è più della somma dei suoi geni. Ce lo ha ricordato Francis Collins, il padre del genoma umano, quando il 26 giugno 2000, in una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca pronunciò al mondo intero, appunto, la celebre frase: «We are clearly much, much more than the sum total of our genes».

Essere genitori non è, quindi, una questione di geni. La Chiesa, ad esempio, da secoli sussurra all’orecchio dei suoi figli che l’uomo è capace di una fecondità che non è riducibile solo a quella carnale. «È per questo - ricordava don Luigi Giussani, il fondatore di Cl - che un uomo e una donna che non hanno figli e che ne adottano sono veramente padri e madri nella misura in cui educano un figlio. Molto più della grande maggioranza che getta fuori dal ventre il figlio e non si cura del suo destino». Davvero non è una questione di geni.

fonte: http://www.ilsussidiario.net/

sabato 31 ottobre 2009

SALVATORE CRISAFULLI






HOLLY, UCCISA DALLA RU-486

Monty Patterson sei anni fa perse la propria figlia che, a sua insaputa, si era recata in una clinica per abortire. Le fu prescritto del mifepristone, o RU-486, e le venne fissato un appuntamento. Le complicazioni la portarono però alla morte. Aveva 18 anni. Il padre racconta a ilsussidiario.net la sua esperienza.

L’ultimo giorno di Holly

Io, Monty Patterson, ho sentito per la prima volta parlare del mifepristone, o RU-486, il 17 Settembre 2003, il giorno peggiore della mia vita.
Mi arrivò una chiamata, quella mattina presto, mentre ero al lavoro: un’infermiera mi disse che mia figlia diciottenne, Holly, era in ospedale e in condizioni molto serie. Mi precipitai all’ospedale che era vicino a Livermore, alla periferia di San Francisco, dove io e Holly vivevamo. Una volta là, la trovai nel reparto di terapia intensiva, a mala pena cosciente, troppo debole per parlare, pallida, con la faccia gonfia, e che respirava a fatica.

Era una cosa assolutamente senza senso. Holly, una splendida bionda con gli occhi azzurri, era una fanatica del fitness in perfetta salute. Mentre le stavo accanto, il dottore arrivò e spiegò frettolosamente: «Stiamo facendo tutto il possibile per lei, ma potrebbe non farcela. Queste cose a volte accadono come conseguenza della pillola». Ero completamente disorientato: «Come, scusi? La pillola anticoncezionale?». Chiesi. «No, la pillola abortiva». Replicò il dottore. Scioccato, gli chiesi: «Di che cosa sta parlando? Quale pillola abortiva?».

Il dottore si rese conto che brancolavo completamente nel buio. Spiegò brevemente che Holly si era sottoposta a una “interruzione precoce di gravidanza” con la somministrazione doppia di mifepristone (nota come Ru-486) e di misoprostolo. Disse che stava soffrendo di un aborto incompleto e di un’infezione massiccia. I suoi organi vitali cominciavano a non funzionare più e i suoi polmoni si stavano riempiendo di liquido. «Shock settico», mi fu detto.

Poco dopo la crisi aumentò. Le condizioni di Holly deterioravano rapidamente; i monitor attorno a Holly cominciarono a suonare l’allarme. Sentii le parole: «Codice blu!», e fui fatto uscire dalla stanza. Non riuscendo a reggere oltre, a un certo punto irruppi nella stanza e spostai la tenda.
Porterò quell’immagine nella mia mente per il resto della mia vita. Lo staff dell’ospedale stava lavorando freneticamente per salvare la fragile vita di Holly. Qualcuno stava premendo sul suo torace cercando di rianimarla, le venivano somministrati dei farmaci e i monitor continuavano a suonare. La linea di Holly era piatta. Tutti mi guardarono increduli e costernati. Holly era morta, appena prima delle 14:00.

La morte di Holly ci lasciò tutti scioccati. Non sapevo cosa pensare a parte il fatto che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. Volevo scoprire cos’era successo e fare qualcosa in merito.


Gli avvenimenti

Nell’Agosto 2003, Holly Patterson, allora diciassettenne, aveva scoperto di essere rimasta incinta dopo un rapporto col suo ragazzo, di sette anni più grande. Il 10 Settembre, poco dopo il suo diciottesimo compleanno, la coppia si recò in una clinica di controllo delle nascite per terminare la sua gravidanza di sette settimane. Alla clinica somministrarono oralmente a Holly 200mg di mifepristone (RU-486), che blocca l’ormone progesterone, necessario per mantenere una gravidanza. A casa, ventiquattro ore dopo, seguendo le istruzioni della clinica, inserì in vagina 800mcg di misoprostolo per indurre le contrazioni ed espellere il feto.

ll 13 Settembre chiamò la linea diretta della clinica di controllo delle nascite lamentando violenti crampi. Le fu detto che erano sintomi normali e di prendere l’antidolorifico prescritto dalla clinica. Il 14 Settembre, soffrendo ancora di crampi e sanguinamento, Holly si recò al pronto soccorso del centro medico di Pleasanton; i dottori del centro, ai quali disse dell’aborto, la rimandarono a casa con un’ulteriore dose di antidolorifici. I dolori continuavano. Holly era debole, vomitava, e non riusciva a camminare.

Alle prime ore del mattino del 17 Settembre Holly fu riammessa al pronto soccorso del centro medico, dove morì più tardi quel pomeriggio, il settimo giorno dopo aver cominciato la procedura d’aborto della RU-486 e giorno in cui era stata fissata una visita di routine per verificare che l’aborto fosse completo. Il 31 Ottobre 2003 il medico legale dell’ufficio di Alameda, California, emise un rapporto nel quale si concludeva che Holly Patterson era morta per shock settico, dovuto a endometriosi (infezione del sangue legata all’utero), causata dai farmaci utilizzati nella terapia dell’aborto indotto.


Le mie opinioni sulla RU-486

Penso che mia figlia non avesse avuto adeguate informazioni né sufficiente appoggio per affrontare un aborto da sola. I passi previsti dalla procedura possono essere troppo superficiali: la paziente prende una pillola, quindi è mandata a casa a fare il resto da sé. Ci sono troppe cose che possono andare storte.

RU-486 e misoprostolo sono una combinazione pericolosa da poter somministrare con sicurezza, se non altro perché è impossibile dire la differenza fra gli effetti considerati normali della sostanza e i possibili sintomi di una grave infezione. Alle donne viene detto che devono aspettarsi dolori addominali e sanguinamenti maggiori di quelli di un normale ciclo mestruale; inoltre, le donne che sono morte di infezione provocata dal batterio Clostridium Sordellii come conseguenza della pillola abortiva non hanno avuto febbre, un effetto collaterale normale per un’infezione, secondo quando affermato dall’FDA (Food’s and Drug Association, l’associazione americana per il controllo dei cibi e dei farmaci). Diventa quindi molto problematico per una donna capire se i suoi sintomi vanno al di là dei cosiddetti “normali effetti collaterali”.

Le donne e le loro famiglie devono sapere che la procedura dell’RU-486 può finire in una tragedia. Holly, a diciotto anni, era legalmente responsabile della sua decisione, ma cosa succederà con ragazzine di sedici anni o ancor meno? E comunque anche una donna sposata trentenne con due bambini ha perso la vita cinque giorni dopo aver preso la pillola abortiva.

Holly non si è forse resa conto che aveva di fronte altre possibili alternative e che la sua famiglia l’avrebbe sostenuta durante la gravidanza. I genitori dovrebbero comunicare con le loro figlie e porre la domanda che io vorrei aver posto: “Cosa faresti se tu avessi una gravidanza imprevista, e come pensi che io reagirei?” Assicuratevi che sappiano che siete lì per loro, non importa cosa accade. Holly voleva tenere il suo aborto segreto e credo che pensasse che avrebbe deluso tutti attorno a sé e che doveva portare questo peso da sola.


È un giorno molto triste quello in cui un padre seppellisce sua figlia perché le sono mancate conoscenze per fare una scelta cosciente e informata, ha sofferto in silenzio e ha pagato da ultimo con la sua vita. Forse sono state paura e vergogna che l’hanno portata a decidere che poteva prendere una pillola e far svanire tutto. Vorrei che me l’avesse detto, così avrei potuto aiutarla. Se solo mi avesse parlato, le cose sarebbero andate diversamente.


La mia lotta per la verità sulla morte di Holly

La lotta per la verità sulla morte di Holly ha significato per me che la sua morte non è stata vana, non è finita “sotto il tappeto”, non è diventata un altro dato statistico sugli accettabili effetti collaterali nell’avanzata del movimento in favore dell’aborto farmaceutico. La pubblicizzazione della morte di Holly è stata importante per informare il pubblico e aumentare la consapevolezza sui pericoli dell’aborto con la RU-486. Le donne possono fare scelte consapevoli se hanno informazioni affidabili e veritiere.

Si dovrebbero porre domande alle case farmaceutiche produttrici della pillola e mettere in discussione le dichiarazioni enfatiche dei loro sostenitori sul fatto che l’aborto con mifepristone e misoprostolo sia sicuro, efficace, e ben sopportato dalle donne. Anche dopo le morti e i danni causati da queste sostanze, i produttori e i loro sostenitori hanno dichiarato l’inesistenza di consistenti relazioni causali fra le medicine e queste rari casi di morte.

Conoscere la verità sulla RU-486 ha incoraggiato alcuni genitori e famiglie ad aumentare il dialogo coi loro figli sui reali rischi e pericoli dell’aborto farmaceutico. Se vi è la possibilità, le scelte di fronte a una gravidanza indesiderata dovrebbero prima essere discusse a casa col supporto della famiglia. I genitori preferirebbero che le loro figlie si astenessero dal sesso, e alcune così fanno, ma dobbiamo accettare che in realtà molte non lo fanno.

I danni e le morti dell’aborto farmaceutico non possono essere ignorati, soprattutto a livello normativo e tutto questo ha alla fine forzato FDA e produttori della pillola a una revisione delle dichiarazioni sulla sicurezza della RU-486, inserendo nell’etichettatura della pillola due avvertimenti sulle potenziali infezioni e sul rischio di morte. Questo è un inizio, ma non basta. Questa pillola ha proprietà farmacologiche che possono seriamente danneggiare o alterare il sistema immunitario di una donna, predisponendola a infezioni gravi e persino fatali. Quante donne devono morire prima che questa pillola sia tolta dal mercato?


Monthy Patterson



(Il Sussidiario.net)

sabato 24 ottobre 2009

L'INVITO ALLA VITA DI NEK...

QUEI 13 MILIONI DI FIGLI CHE CI MANCANO

Ci mancano tredici milioni di figli. In Europa, e solo negli ultimi dieci anni, non sono nati tredici milioni di figli. Oltre un milione e duecentomila aborti all’anno. Tremila e trecento i figli che gli europei cancellano, ogni giorno. Le elaborazioni sono dell’Istituto europeo di politica familiare, sulla base di dati Eurostat.

I numeri, sono qualcosa di oggettivo. Non come le opinioni. I numeri stanno lì, fermi, incontestabili. E davanti a questi numeri ci si dovrebbe, crediamo, almeno fermare un momento. Anche chi non ha dubbi sul diritto all’aborto, forse davanti a questa cifra – dei soli ultimi dieci anni – potrebbe lasciarsi interpellare da qualche domanda. Perché siamo abituati a pensare all’aborto come scelta individuale, riguardante in fondo solo la donna e al massimo la sua famiglia. Ma il bilancio tracciato dall’Istituto mostra l’aspetto collettivo, la somma di tutte queste scelte individuali. Che è, alla fine, quasi una generazione mancante a questa Europa. Tredici milioni che non ci sono nei banchi delle scuole, nei campi di pallone dei nostri quartieri – nelle nostre case, la sera. Nelle tabelle, nei grafici, milioni di singole e spesso solitarie scelte individuali si addizionano, si allineano, diventano un esercito: eccoli, tutti i figli che non abbiamo voluto. E non è necessario, crediamo, essere dei pro-life per guardare a queste schiere di figli non nati con dolore: come si guarda a una sconfitta, come si guarda a una bellezza perduta.

Tra le pieghe del rapporto si apprende che nella “vecchia” Europa dei 15, più benestante dell’Europa allargata a 27, in questi dieci anni il numero di aborti è aumentato. Che dal 2000 a oggi la Spagna ha raddoppiato gli aborti (da 63 mila a 122 mila) – e questo fa pensare che la cultura e la politica di un Paese c’entrino, e tanto, nell’influenzare la scelta fra un sì e un no. L’Italia invece risulta in leggero calo; anche se oltre un milione e trecentomila di quei tredici milioni di figli che mancano in questi dieci anni sono nostri. Ancora: in Europa una gravidanza su cinque finisce in un aborto, e un aborto su sette è di una ragazzina sotto i vent’anni.

Numeri. Con la asettica freddezza propria dei numeri. Milioni di private scelte rapprese in quelle file di zeri implacabili. È un fatto: tredici milioni di figli ci mancano. Mentre gli esperti si affannano a spiegare le conseguenze sociali del declino demografico, e ci descrivono una futura Europa di vecchi, e di vecchi spesso soli e spesso poveri, sarebbe leale stare a guardare questi grafici e domandarci se l’individuale “diritto” cui l’Occidente inneggia da trent’anni non mostri ora le sue drammatiche conseguenze collettive. Se, invece di introdurre la pillola abortiva, o di allargare il libero aborto alle sedicenni come in Spagna, non sarebbe il caso di fermarsi un momento e di riflettere. Davvero tutto può essere solo ristretto nel “privato”, e la dimensione comunitaria è irrilevante?


Pochi giorni fa ad Ars il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, alla fine degli esercizi predicati a mille preti in occasione dell’Anno Sacerdotale, ha detto: «Il dramma dell’Europa è la denatalità. L’Europa si sta suicidando nell’aborto dei suoi figli». Come un pugno nello stomaco, la diagnosi dell’arcivescovo della città che è il cuore della vecchia Europa (cuore invecchiato, dove metà degli abitanti vive da "single"). Quelle parole ci hanno ammutoliti, e quasi siamo stati tentati di dirci che erano eccessivamente severe. Ma tredici milioni in meno. Non è la stessa cosa, detta con la freddezza dei numeri?

Un esercito, che non c’è. Che non diventerà grande, che non ci darà dei nipoti. E che era fatto di figli: di primi passi, e primi giorni di scuola, e giochi in cortile. Vita, che non è stata. (Se, almeno, avessimo il coraggio di ammettere un collettivo dolore).

di Marina Corradi

fonte: http://www.avvenire.it/

venerdì 13 febbraio 2009

DIGNITA' DELLA VITA O VITA DEGNA?

“Con Eluana io avevo fatto un patto e l’ho rispettato. Ho rispettato e onorato la parola che avevo dato a mia figlia”. Così ha ribadito ancora una volta in questi giorni il signor Beppino Englaro, il padre di Eluana. Un incredibile patto di morte, senza testimoni, senza firme, un patto di sangue e onore, come nelle più cupe tragedie pagane. Un patto faustiano tra un’adolescente che, forse, si lascia sfuggire qualche battuta sull’inopportunità di vivere da invalidi, e un padre pronto a cogliere in quelle frasi di diciassettenne una volontà testamentaria.

La sentenza quindi si è basata su presunte e non verificabili affermazioni fatte da Eluana 17 anni fa: provate voi ad andare dal notaio dicendo che un parente un giorno vi aveva promesso in eredità ad esempio un immobile…Sembra tutto assurdo, eppure è proprio a causa di questo “patto segreto” che Eluana è morta, per fame e sete. Una situazione in cui si fa passare per morte “naturale” la morte per sete e per mancanza di nutrimento, che è tutto fuorché “naturale”.

Anzitutto è necessario fare chiarezza sulla situazione di Eluana, spesso riportata dai media in maniera errata: la ragazza ha trascorsa 17 anni in stato vegetativo per una ce­rebropatia grave causata da un in­cidente stradale, sottoposta ad alimentazione e idratazione (nei primi due anni di coma riusciva a deglutire frullati o yogurt poi invece deglutiva solo saliva, perciò era necessario un sondino naso gastrico per essere alimentata), la ragazza non era attaccata a nessuna spina, respirava autonomamente, si svegliava ogni mattina e seguiva il ciclo della giornata, la sera si addormentava, alcune sue funzioni organiche tipicamente femminili erano riprese da circa un anno e mezzo. Potremmo oggettivamente dire che Eluana si trovava in una situazione di estrema disabilità.

Alcuni sostengono che alimentazione e idra­tazione siano atti tera­peutici. Non è così. In Francia e Germania sono un atto dovuto per legge. In Italia la legge la sta facendo il Tribuna­le di Milano e non il Parlamento e contrasta con quanto deciso dalla Commissione nazionale di Bioetica. Dovrebbe essere la vita, e non la morte, l’orizzonte nel quale si dovrebbe collocare il diritto; Eluana era come un neo­nato: se gli togli il latte muore perché non è in grado di ali­mentarsi da so­lo. Come si può dire che la nutrizione è un atto di cura?

C'è chi crede che la battaglia per Eluana sia circoscritta al caso Eluana, che si apra e si chiuda con il suo caso, o casi analoghi, e basta. In verità a chi solo minimamente osservi il panorama culturale pro eutanasia in Italia e nel mondo, non sfugge come le cose non stiano così.
Quanti malati gravi può riguardare? E se vale per Eluana perché non per i circa 2500 pazienti in stato vegetativo presenti in Italia? E se vale per chi è in coma perché non per un disabile psichico, incapace di intendere e di volere? Chi stabilisce qual è la vita che vale la pena di essere vissuta e quale invece può essere interrotta? Un giudice? E in base a quali codici?

Lo Stato deve limitarsi a riconoscere la Vita in quanto tale, non può e non deve misurare la dignità della vita come se ci fossero dei livelli di vita "diversi". E' la Vita che fonda la dignità e non il contrario.

Giovanni Pevarello

lunedì 29 settembre 2008

STACCARE LA SPINA

Il 9 luglio 2008 La Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato il padre di Eluana Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione che da 16 anni tiene in vita la figlia.

Ora sono passati due mesi dalla sentenza. Nessuna struttura sembra disposta ad accogliere la ragazza in coma, e il procuratore generale ha firmato da poco la richiesta di sospensione della Sentenza della Corte d'Appello che autorizzava lo stop al cibo per la Englaro.
In effetti credo che le motivazioni che portato a dissentire da quella decisione siano molte.
Uno dei motivi chiamati in causa per autorizzare l’interruzione dell’idratazione e alimentazione è quello che si riferisce alla volontà della ragazza che stando a diverse testimonianze avrebbe manifestato la volontà di non voler vivere senza essere cosciente e senza avere relazioni con gli altri ecc…di non voler vivere in quello che viene definito appunto “stato vegetativo”. Nella sentenza si cita anche l'"impostazione cattolica" di Eluana, ma si ritiene che non possa contrastare le altre dichiarazioni.

Premetto che comunque non si può sostenere che in ogni situazione il consenso fondi la legittimità di un atto o la sua legalizzazione, bisogna guardare anche il contenuto dell’atto.
Quanto abbiano sopra citato rimanda a quello che si chiama “testamento di vita” che è una carta sottoscritta da una persona, alla presenza di testimoni, con cui si dichiara di non voler essere sottoposti a manovre di rianimazione o tecniche di mantenimento in vita, qualora si sia malato terminale o ci sia la possibilità con tale intervento di cadere in stato vegetativo persistente. Senza entrare in merito alla valutazione di quest’ultimo, il punto è che in Italia il “testamento di vita” non esiste. Per ciò non mi sembra pertinente basarsi su testimonianze che non sono univoche, sono pregresse e soprattutto riportate da altre persone e non rilasciate dalla stessa Eluana per interrompere dei trattamenti che sono ordinari e proporzionati alla situazione clinica della paziente. La corte di appello ha infatti deciso che il caso di Eluana non può definirsi di “accanimento terapeutico”. La rimozione del sondino e lo spegnimento delle macchine farebbero infatti morire Eluana lentamente di fame e di sete. Questa mi sembra la vera crudeltà, non le cure, le attenzioni e gli accadimenti e l’amore che le hanno prestato diverse persone in tutti questi anni in cui Eluana è stata mantenuta in vita.
Perché Eluana è comunque viva.

La Corte d’Appello di Milano nel decreto del 16.12.2006 aveva stabilito che “Eluana non può considerarsi clinicamente morta” e che “in base alla vigente normativa Eluana è viva, posto che la morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”.

Se non lo fosse non si capisce come mai ci sia bisogno di "staccare la spina" per porre fine alle sue sofferenze. Non si può soffrire se non si è vivi e se non si ha la minima percezione e coscienza. E se si afferma che si può soffrire bisogna affermare che oltre alla sofferenza ci possono essere anche altri stati. Altrimenti si cade in contraddizione.

Intanto credo che espressioni come vita puramente biologica e vegetativa siano ambigue quando sono riferite all'uomo. La differenza tra vita biografica e vita biologica non è reale ma concettuale perchè non c'è vita biografica che non sia anche vita biologica e non c'è vita bilogica che non sia anche vita biografica. Affermare l'opposto significherebbe dire che una volta che la persona umana ha perso determinate facoltà non è più una persona umana (stato vegetativo mi sembra infatti un termine più appropriato per le zucchine e i rapanelli che per l'uomo).
La coscienza di sè, l'esercizio delle nostre funzioni vitali e delle nostre facoltà cognitive ...sono sempre e comunque manifestazioni della vita personale.

Qualsiasi discorso che faccia riferimento alla qualità della vita non può negare che il suo presupposto è il riconoscimento della vita stessa. Quando si parla della vita si deve intendere il valore della concreta individualità umana presente, ciò che esiste non è la vita, ma questo e quel vivente. Anche l'autodeterminazione e l'autonomia (chiamati in causa spesso per giustificare l'atto eutanasico) non possono essere considerati diritti primari, perchè non c'è possibilità di autodeterminazione e autonomia laddove non c'è possibilità di continuare ad esistere. E non è necessario ricorrere alla categoria della sacralità della vita umana per sostenere che il venire al mondo postula, nei confronti della società, il diritto alla tutela dell'esistenza, in qualsiasi condizione e fase della vita. Per questo la possibilità del tutore di decidere della vita e della morte della persona che gli è affidata risulta dubbia. Questo infatti dovrebbe agire nei migliori interessi della persona che gli è affidata e fare ciò che è meglio per quest’ultima. Ora in questo caso, la decisione di fare morire Eluana di fame o di sete rientra tra ciò che è bene fare per lei. La morte non potrà mai essere un bene o un diritto, è anzi sempre un evento negativo se non altro perché pone fine a qualsiasi possibile realizzazione di valori e beni. La società non può mettere a disposizione dei suoi cittadini la morte come un bene perché non lo sarà mai, è anzi l’esclusione dalla società. Una comunità civile e democratica dovrebbe tutelare invece i suoi cittadini e il valore della loro vita, che non è un bene disponibile ed è poi il fondamento di qualsiasi altro diritto. Per quanto riguarda la dignità della persona umana, questa non è qualcosa che si può perdere o acquisire, ma è intrinseca nella natura dell’uomo e affermare che in determinate situazioni o in determinate condizioni, la vita di una persona non è più degna di essere vissuta mi sembra alquanto discriminatorio.

In realtà credo sia proprio il concetto di persona umana ad essere messo in discussione. Non è più l’appartenenza al “genere umano” che fa di noi delle persone ma determinate caratteristiche e qualità, quali per esempio la libertà e l’autocoscienza, qualità che non tutti possiedono e comunque nessuno possiede in tutte le fasi della vita (si pensi allo stadio embrionale o anche neonatale o a quelli senili). Si capisce come questa dissociazione tra la nozione di persona e quella di essere umano crei non poche conseguenze sia dal punto di vista sociale, morale, politico e anche medico. Affermare che un anziano con l’alzeimer, un malato di mente, o un essere umano in stato vegetativo non sono persone significa privarli di determinati diritti e nello stesso tempo sollevare la società e il resto delle persone da determinati doveri verso questi ultimi.

Simona Calzavara

mercoledì 17 settembre 2008

LIFE HAPPENING: NON SOLO UNA BELLISSIMA VACANZA

Quest’estate mentre a Catanzaro si festeggiava l’inaugurazione del Centro di Aiuto alla Vita, poco distante,a Gasperina, si è svolto il venticinquesimo seminario estivo dei giovani del Movimento per la Vita. E' stata la prima volta in cui ho avuto la possibilità di parteciparvi, rimpiangendo le occasioni perdute gli scorsi anni per non essere stato presente. Le giornate erano generalmente organizzate con interessanti conferenze e toccanti testimonianze mattutine seguite da pomeriggi di relax al mare sotto il caldo sole della Calabria o, per chi lo preferiva, nella piscina dell’albergo. In serata, poi, avevamo la possibilità di raggiungere Soverato, a pochi km, dove sul lungomare c’era solo l’imbarazzo della scelta per il locale in cui andare a divertirsi.
Io non conoscevo molte persone: questo mi ha permesso di accorgermi della grande disponibilità che avevano gli altri ragazzi di conoscere gente nuova pur avendo un gruppo consolidato da molte esperienze in comune.


Seguendo le conferenze abbiamo avuto l’opportunità di interloquire con magistrati, professori universitari, medici, volontari e da ognuno di questi abbiamo tratto informazioni importanti a proposito di varie sfaccettature del tema Vita, che difficilmente vengono trattate con oggettività scientifica dalla stampa. Per esempio il magistrato Anzani ci ha parlato del bene comune, di come questo tema si avvicini a molti altri spesso particolarmente presenti nella nostra quotidianità; il ginecologo Noia della incompletezza della informazione, non solo nei media comuni, ma addirittura nel mondo scientifico – professionale, poi, raggiungendo l’oggetto del suo lavoro, ci ha fatto conoscere la forte relazione che lega l’embrione alla madre, descrivendo come questo rapporto possa avere effetti sull’intera vita della persona. Il prof. Boero, docente di chimica organica all’Università di Torino, ci ha spiegato come, dopo aver fatto diventare la scienza una divinità, ormai essa stessa non sia più fedele alle proprie basi e divulghi messaggi spesso infondati; ha inoltre criticato il catastrofismo in materia ambientale che spesso domina i nostri media, aprendo una finestra di speranza sul futuro del nostro pianeta.


In alcuni casi erano dei giovani come noi, partecipanti al Life Happening, a proporre alla nostra attenzione problematiche sulle quali avevano svolto ricerche.
Molte di queste relazioni ci hanno significativamente aperto gli occhi su realtà che spesso valutiamo con superficialità, ma ciononostante con presunzione, riteniamo di conoscere.
Per ultima ha parlato M. Casini, professoressa di diritto e bioetica alla Università Cattolica di Roma, nonché figlia del presidente del MpV, il quale aveva introdotto la serie di conferenze concentrandosi sul senso della vita. La ricercatrice dell’università di Roma invece ci ha proposto alcuni spunti sulle prospettive europee per quanto riguarda i diritti dell’uomo, invitandoci tutti ad aderire e promuovere l’importante Petizione Europea ( per maggiori info: www.mpv.org/mpv/download/petizione/petizione.html ).


La vacanza si è conclusa con uno spettacolo serale organizzato da qualcuno di noi giovani e infine un’ultima notte insieme che ci ha fatto arrivare all’ultimo giorno davvero stanchi, pronti a dormire nel viaggio di ritorno!


Emanuele Andreis

sabato 29 marzo 2008

LA VITA AL CENTRO DELLA POLITICA

Il Movimento per la Vita non è un partito politico. Il nostro non essere esplicitamente schierati dipende dal fatto che consideriamo universale la battaglia per il diritto inalienabile alla vita dal concepimento alla morte naturale: non è una battaglia partitica, ma è, e non potrebbe non essere, una battaglia politica.

Il tentativo di escludere i temi della vita nascente e morente dal quadro politico italiano è semplicemente la logica conseguenza di quel pensiero che mira a fare dei valori e delle grandi scelte etiche nulla più che una questione personale del singolo individuo. Dunque, politicamente irrilevante.

Questa impostazione di fondo, oggi purtroppo molto diffusa, è però intrinsecamente sbagliata: nulla è più politico del diritto inviolabile alla vita.
Le definizioni di politica che sono state date si sprecano, ma sia che pensiamo ad Aristotele (politica è ciò che riguarda i cittadini ed i rapporti tra le città), ad Altusius (la politica è l’arte di consociare gli uomini) o a Max Weber (la politica è l’attività che influisce sul governo di un’associazione politica) ci troviamo sempre ad aver a che fare con degli esseri umani.
Non con numeri, forze fisiche o cavie da laboratorio. La politica riguarda noi, le persone, il nostro essere ed il nostro agire, i nostri rapporti interpersonali e la nostra capacità di associarci che è unica in natura. In sintesi, la politica riguarda la nostra vita.

E’ allora logico che la tutela della vita, specialmente nei suoi momenti di maggiore debolezza, trovi spazio nel quadro politico e, di riflesso, nella contesa partitica.
Come difensori della vita, come fautori di uno sviluppo umano che non possa prescindere dalla tutela dei più deboli ed anche come elettori abbiamo il diritto di sapere qual è la posizione dei rappresentati che ci accingiamo ad eleggere rispetto ai temi etici più caldi.

E’ proprio in questo senso che si muove il documento elaborato dal Movimento per la Vita in vista delle prossime elezioni, in cui si chiede a tutte le forze politiche di riconoscere normativamente il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, di rivisitare la legge 194 rendendo manifesta la preferenza per la nascita, di difendere la legge 40 e di promuovere una “moratoria sull’aborto” sospendendo al contempo qualsiasi finanziamento alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Noi, a livello di movimento d’opinione e di cultura, abbiamo detto la nostra e fissato delle richieste che sono già il frutto di un’accurata mediazione (la legge 194, ad esempio, continua a non piacerci per nulla). Ora la parola passa alla politica ed ai politici, sperano che l’importanza della battaglia per la vita riesca a superare le logiche di mero interesse partitico ed elettorale.

Un consenso partitico vasto almeno su questi punti sarebbe davvero importante: non si tratterebbe della vittoria di un partito o di un movimento, ma semplicemente di una vittoria dell’uomo contro la barbarie dell’eugenetica e dello scientismo.

Federico Trombetta