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mercoledì 17 settembre 2008

IL SENSO DI UNA MOBILITAZIONE

Il 12 maggio scorso, parlando ai rappresentanti dei Centri di Aiuto alla Vita e dei Movimenti per la Vita di tutta Italia Sua Santità Benedetto XVI ha lodato il nostro “impegno nell'ambito politico come aiuto e stimolo alle Istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla parola “dignita' umana”.


Quella del Santo Padre è una lode che inorgoglisce, ma che ci carica anche di una grandissima responsabilità, che dobbiamo essere pronti ad accettare: la sfida è quella di essere ancora e più di prima stimolo alle istituzioni, di essere portatori convinti ed informati della “dignità umana” in un mondo, quello della politica, in cui talvolta la dignità dell’uomo viene sacrificata sull’altare di ideologie che promettono un immediato (ed impossibile) paradiso in terra o la realizzazione di una libertà assoluta e senza limiti.


Ecco, noi siamo una delle risposte a queste idee, perché pensiamo che la libertà non possa essere scissa dalla garanzia assoluta dell’insindacabile diritto alla vita di ciascun essere umano, fin dal suo concepimento, e perché siamo convinti che non possa dirsi giusta una società in cui i membri più deboli (bambini nel grembo della madre o anziani malati) vengono sacrificati in nome di una falsa pietà figlia della cultura della morte.


Siamo pronti quindi a rilanciare la nostra sfida, ed abbiamo scelto di farlo andando a confrontarci con l’Europa ed il Parlamento di Strasburgo. Perché quel sogno di De Gasperi, Schuman e Adenauer di fondare proprio sulla dignità di ogni uomo la pace e la prosperità di un intero continente non è purtroppo avulso dalle pesanti intromissioni della cultura della morte.


La nostra risposta è la Petizione Europea, che stiamo promuovendo in rete con numerosi altri movimenti per la vita del Vecchio Continente: a 60 anni dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo noi chiediamo che nei documenti e nelle carte dei diritti dell’Unione si parli di diritto alla vita “fin dal concepimento”, e che l’unione fermi i finanziamenti pubblici alla ricerca che distrugge gli embrioni umani, e che si riconosca “come famiglia in senso pieno quella fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna”.


Non sarà facile farci ascoltare, ma certamente sarà un po’ meno difficile se riusciremo a mobilitarci ed a raccogliere migliaia di firme. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti quelli che credono nel valore della vita umana e nella difesa della sua dignità. Diamoci da fare!


Federico Trombetta

domenica 6 luglio 2008

LONDRA: GIOCHIAMO A FARE DIO...

Grottesco? Assurdo? Impietoso? Forse. Ma soprattutto inumano. Una bimba inglese affetta da una patologia incurabile è costretta a giustificare di fronte ad un tribunale il suo diritto a vivere. Come se si trattasse del contratto di affitto di una casa.

La bimba è in ospedale ed i medici, sostenendo che ulteriori cure configurerebbero un accanimento terapeutico, volevano staccare la spina. I genitori si sono opposti con tutte le forze, spinte da quell'istinto primordiale e bellissimo che si chiama amore per la creatura frutto della loro unione.

E i medici cosa fanno? Ricorrono in tribunale chiedendo la soppressione di quel piccolo essere umano gravemente malato. E il tribunale potrebbe pure dar loro ragione, condannando a morte un'innocente che pure continua a vivere. E a quanti giunti a questo punto si stessero chiedendo "ma che vita è quella?" dico: CHIEDETE AI GENITORI DI QUELLA BAMBINA! Pensate forse che nella loro fermissima volontà di opporsi alla soppressione della figlia malata vi sia qualche cosa di diverso da un grandissimo, incondizionato e gratuito amore?

La deriva etica di una società che costringe l'individuo a giustificare il fatto di essere vivo come se questa condizione non fosse propedeutica al godimento di tutti gli altri diritti ha fatto un altro balzo in avanti.

Com'è triste essere costretti a sperare che dei giudici si mettano una mano sul cuore perchè garantiscano il diritto alla vita ed alle cure ad una bimba malata...

Federico Trombetta

sabato 29 marzo 2008

LA VITA AL CENTRO DELLA POLITICA

Il Movimento per la Vita non è un partito politico. Il nostro non essere esplicitamente schierati dipende dal fatto che consideriamo universale la battaglia per il diritto inalienabile alla vita dal concepimento alla morte naturale: non è una battaglia partitica, ma è, e non potrebbe non essere, una battaglia politica.

Il tentativo di escludere i temi della vita nascente e morente dal quadro politico italiano è semplicemente la logica conseguenza di quel pensiero che mira a fare dei valori e delle grandi scelte etiche nulla più che una questione personale del singolo individuo. Dunque, politicamente irrilevante.

Questa impostazione di fondo, oggi purtroppo molto diffusa, è però intrinsecamente sbagliata: nulla è più politico del diritto inviolabile alla vita.
Le definizioni di politica che sono state date si sprecano, ma sia che pensiamo ad Aristotele (politica è ciò che riguarda i cittadini ed i rapporti tra le città), ad Altusius (la politica è l’arte di consociare gli uomini) o a Max Weber (la politica è l’attività che influisce sul governo di un’associazione politica) ci troviamo sempre ad aver a che fare con degli esseri umani.
Non con numeri, forze fisiche o cavie da laboratorio. La politica riguarda noi, le persone, il nostro essere ed il nostro agire, i nostri rapporti interpersonali e la nostra capacità di associarci che è unica in natura. In sintesi, la politica riguarda la nostra vita.

E’ allora logico che la tutela della vita, specialmente nei suoi momenti di maggiore debolezza, trovi spazio nel quadro politico e, di riflesso, nella contesa partitica.
Come difensori della vita, come fautori di uno sviluppo umano che non possa prescindere dalla tutela dei più deboli ed anche come elettori abbiamo il diritto di sapere qual è la posizione dei rappresentati che ci accingiamo ad eleggere rispetto ai temi etici più caldi.

E’ proprio in questo senso che si muove il documento elaborato dal Movimento per la Vita in vista delle prossime elezioni, in cui si chiede a tutte le forze politiche di riconoscere normativamente il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, di rivisitare la legge 194 rendendo manifesta la preferenza per la nascita, di difendere la legge 40 e di promuovere una “moratoria sull’aborto” sospendendo al contempo qualsiasi finanziamento alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Noi, a livello di movimento d’opinione e di cultura, abbiamo detto la nostra e fissato delle richieste che sono già il frutto di un’accurata mediazione (la legge 194, ad esempio, continua a non piacerci per nulla). Ora la parola passa alla politica ed ai politici, sperano che l’importanza della battaglia per la vita riesca a superare le logiche di mero interesse partitico ed elettorale.

Un consenso partitico vasto almeno su questi punti sarebbe davvero importante: non si tratterebbe della vittoria di un partito o di un movimento, ma semplicemente di una vittoria dell’uomo contro la barbarie dell’eugenetica e dello scientismo.

Federico Trombetta

mercoledì 23 gennaio 2008

LOMBARDIA AVANTI TUTTA!

Gli "abortisti a tutti i costi" storceranno il naso. Quelli che non considerano l'aborto un diritto ma sempre una sconfitta perchè si tratta della soppressione di un essere umano ed anche quelli che difendono sempre e comunque la legge 194 dovrebbero gioire.
Per chi considera l'aborto sempre uno sbaglio... dai, almeno è un inizio.

La Regione Lombardia recepisce il manuale d'applicazione della 194 elaborato dalla clinica Mangiagalli e lo fa proprio.
Basta aborti "terapeutici" (come faccia un aborto ad essere terapeutico è un mistero...) dopo la ventiduesima settimana perchè "sussiste la possibilità di vita autonoma del feto".

Oltranzismo antiabortista? Assolutamente no. Come detto, il manuale è quello della Mangiagalli (non esattamente il Policlinico Gemelli...), ed il limite della ventiduesima settimana è quello individuato anche dall'apposita commissione del Consiglio Superiore di Sanità cui ha chiesto un parere il ministro Turco.

Dato che c'è gente (poca) ancora disposta a scendere in piazza per "difendere la 194", ecco che il Governatore recepisce quelle richieste e le fa proprie. Come difendere la 194 se non applicandola tutta?

E allora basta aborti dopo la ventiduesima settimana perchè "sussite possibilità di vita autonoma del feto", più soldi ai consultori per "rimuovere le cause che possono portare all'interruzione volontaria di gravidanza", una commissione che non lasci sola la madre che desidera abortire per "motivi psicologici", ma che valuti accuratamente le sue condizioni e la aiuti a superare i problemi, nell'interesse tanto della madre quanto del bambino che porta in grembo.

Parte delle richieste che il Movimento per la Vita porta avanti da anni sono state finalmente recepite. E' un segnale importante: vuol dire che dobbiamo continuare a batterci per difendere il diritto alla Vita, dal concepimento alla morte naturale. Prima o poi qualcun altro ci ascolterà...

Federico Trombetta

lunedì 7 gennaio 2008

MORATORIA DIMEZZATA


La notizia dell’approvazione della risoluzione ONU per una moratoria internazionale sulla pena di morte non può che essere accolta positivamente.
Certo, la risoluzione dell’Assemblea Generale non è vincolante, e Cina e Iran l’hanno ribadito proseguendo nei loro omicidi di Stato, ma almeno è stato fatto un passo in avanti importantissimo.
Finalmente, a livello di ONU, si è affermato che la vita umana è un bene indisponibile.
Solo su queste basi, infatti, ha senso la condanna alla pena di morte.
Se non si afferma che anche quando i consociati si uniscono dando luogo a quel particolare patto che è lo Stato le persone conservano il loro inalienabile diritto alla vita, che tale diritto non può essere delegato allo Stato e che lo Stato non può appropriarsene nemmeno per garantire la giustizia e la sicurezza dei cittadini, la pena di morte è semplicemente l’extrema ratio del processo giuridico, la condanna ultima quando lo Stato ritiene ingiusto o troppo pericoloso lasciare in vita un essere umano.
Se la vita umana non fosse un bene così prezioso, che senso avrebbe tutta questa mobilitazione per salvare qualche condannato?
Se la vita dell’uomo non fosse inalienabile, perché lo Stato non dovrebbe potersene appropriare in alcune situazioni?
La pena di morte può essere considerata un abominio contro l’uomo solo se si riconosce all’uomo una dignità che non viene dalla legge positiva, ma da una legge naturale di cui la legge positiva deve (o dovrebbe) prendere atto. Se il solo criterio per stabilire la giustezza di una norma fosse il diritto positivo, allora le condanne a morte cinesi non sarebbero deprecabili, perché esprimerebbero semplicemente il diritto cinese a darsi una legge conforme alla volontà del potere legislativo. Se il solo diritto fosse quello positivo, la Repubblica Italiana non potrebbe “riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo”, ma si limiterebbe a garantire quei diritti ritenuti tali da chi governa in un dato tempo storico.
La risoluzione ONU invece afferma qualcosa di diverso: chiedendo di sospendere le condanne a morte si chiede agli Stati di non guardare solo al diritto scritto nelle leggi ma anche e soprattutto alla dignità infinita insita in ogni essere umano per il semplice fatto di essere tale.

La moratoria, pur con tutti i suoi limiti, è una vittoria della vita, ma è una vittoria a metà (o forse meno). Se è ingiusto che lo Stato, con le sue leggi, decida di uccidere un colpevole, indipendentemente dalla gravità della colpa di cui si è macchiato, è ancora più ingiusto che lo Stato, con le sue leggi, decida di uccidere mgiliaia di innocenti, troppo piccoli e deboli per far valere i loro diritti.
Dal 1920, anno dell’approvazione della prima legge abortista in Unione Sovietica (copiata 13 anni dopo dalla Germania hitleriana), al 2007 sono stati eliminati con l’aborto circa un miliardo di esseri umani. Solo in Italia, dal 1978 ad oggi si sfiorano i cinque milioni. Nel mondo sono quarantacinque milioni i morti per aborto ogni anno. Milioni di esseri umani (perché ormai è scientificamente chiaro che siano tali!), milioni di vite prenatali schiacciate ogni anno in nome della libertà, della scelta, della ricerca del figlio perfetto, delle ristrettezze economiche.
Milioni di vittime fatte, dispiace dirlo, con la benedizione di organizzazione strettamente collegate all’ONU.
Perché un colpevole ha diritto a vivere e un innocente può essere ucciso?
Perché in Italia si attaccano duramente le cinquemila condanne a morte eseguite ogni anno dalla Cina e si dice che funzionano bene le centotrentamila condanne eseguite, nello stesso periodo di tempo, nel nome della legge 194?
Perché, leggendo le dichiarazioni delle Nazioni Unite (e del Partito Radicale), sembra che le vite da proteggere siano solo quelle dei colpevoli e mai quelle degli innocenti?
C’è una logica strana in chi si batte per il diritto all’aborto in ogni caso e al contempo contro la pena di morte: con una mano si vuole rendere più libera la soppressione di una vita, con l’altra si vuole evitare che un assassino sia condannato alla massima pena possibile.

E’ certamente giusto prendere ciò che nella risoluzione c’è di positivo: si è stabilito un principio importante, si salveranno (speriamo) delle vite umane, e soprattutto si è visto che con tenacia si possono portare al successo mozioni più volte fermate dall’Assemblea.
E’ da questi punti che dobbiamo partire, ed anche dalla giusta soddisfazione del Governo italiano, che ha ricoperto un ruolo innegabilmente importante.
Ma queste sono solo le basi di un possibile discorso comune che deve continuare, altrimenti la vittoria sulla pena di morte sarà un successo che è eufemistico definire mutilato.
Ora che il primo piccolo passo in difesa del diritto alla vita presso le Nazioni Unite è stato compiuto, il nostro Governo dovrebbe adoperarsi allo stesso modo e con la stessa energia per una moratoria universale sugli aborti. Perché se uccidere è sempre sbagliato, uccidere un innocente lo è ancora di più.
Ancora una volta si tratta di una battaglia laica, di una possibile conquista di civiltà in cui il nostro paese potrebbe avere un ruolo importante. E non a caso, la proposta della moratoria sugli aborti viene da un non credente come Giuliano Ferrara.
Chi è a favore della vita si è già detto pronto a fare la sua parte, come avviene ormai da decenni. Ma è ora che anche i governi si diano una mossa, magari spinti dall’azione dei cittadini che, squarciato il velo di ipocrisia che circonda l’aborto, si rendano conto che la vita è sempre un valore, dal concepimento fino alla morte naturale. E che certi valori devono essere difesi.

Federico Trombetta

domenica 30 settembre 2007

SENTENZA DI CAGLIARI

Eliminare un embrione perché talassemico, una bambina perché down, un adulto perché handicappato sono facce della stessa medaglia: l’eugenetica.

Nessuno di questi gesti è più o meno grave degli altri due, perché tutti e tre comportano la soppressione forzata di un essere umano, unico ed irripetibile, a causa di un presunto “difetto” che lo contraddistingue.

L’eugenetica fu inventata nell’800 da sir Francis Galton, cugino (guarda a caso) del celeberrimo Charles Darwin, con il dichiarato scopo di sostituire la natura nella selezione naturale: non essendo quest’ultima sufficiente, secondo Galton deve intervenire l’uomo eliminando gli esseri “difettosi”.
I primi ad applicare l’eugenetica su larga scala furono i nazisti.
Oggi basta cambiarle nome e la troviamo nelle leggi sulla fecondazione assistita di molte moderne democrazie.In Italia la selezione eugenetica non è consentita dalla legge 194/78 ed è vietata dalla legge 40/04.

Sappiamo benissimo come la 194 venga sistematicamente applicata a metà, dunque di fatto l’aborto eugenetico è una pratica ormai comune (non nascono quasi più bimbi down), pur essendo in contrasto con la legge. Ma ovviamente chi difende in piazza la 194 non si sogna nemmeno di dire che l’aborto eugenetico non è consentito.
La legge 40, tutelando il concepito e vietando la distruttiva analisi pre-impianto (sono altissime le probabilità che l’embrione, sano o malato, muoia in seguito all’analisi), protegge l’essere umano dall’eugenetica, almeno nelle prime fasi della sua vita.

Il tribunale di Cagliari ha invece autorizzato l’analisi pre-impianto e legittimato, di fatto, la distruzione dell’eventuale embrione malato. In realtà, non si capisce bene da dove derivi l’autorità del tribunale sardo: essendo l’Italia un paese di civil law, al giudice è richiesto di applicare la legge, non di farla o modificarla.
Tra l’altro, sulla materia si era già pronunciata la Corte Costituzionale, rigettando le istanze di incostituzionalità della legge 40.In sostanza, quindi, un tribunale va contro il parlamento, la Corte Costituzionale, e la volontà del popolo sovrano che ha difeso, con una maggioranza schiacciante, la legge 40. Si fosse trattata di un’altra materia, tutti avrebbero gridato, giustamente, al sovvertimento dell’ordine costituzionale.
Ma dato che si tratta d tutela della vita umana, il principale quotidiano italiano parla della sentenza in termini trionfalistici.

Ovviamente, il fatto che un tribunale italiano, in barba all’ordine costituzionale, autorizzi e legittimi una pratica eugenetica non interessa a nessuno dei grandi organi di stampa: le “magnifiche sorti e progressive” vengono prima della dignità umana.

Ed allora porte aperte alle pratiche naziste, mascherate e chiamate con un altro nome, ma pur sempre crudeli perché disconoscono l’uguaglianza e la pari dignità di tutti gli esseri umani. E l’articolo 3 della nostra costituzione?
Nessun problema: se un tribunale può violare l’articolo 1 della costituzione, disconoscendo la sovranità del popolo, perché non dovrebbe poter violare anche l’articolo 3?


Federico Trombetta

venerdì 31 agosto 2007

INTORNO AL TESTAMENTO BIOLOGICO…

L’argomento che stiamo per affrontare è estremamente lungo e complesso, con miriadi di sfaccettature che non possono essere affrontate in un unico articolo.

Per questo motivo, è stato scelto un approccio di tipo etico – giuridico, che si propone di provare a far chiarezza su alcuni punti della questione, senza avere alcuna pretesa di esaurirla (si consiglia, per approfondimenti specifici, la lettura del Quaderno di Scienza&Vita “Né accanimento né eutanasia”).
La questione tanto complessa è quella del cosiddetto “testamento biologico”, per alcuni semplice strumento di libertà del paziente, per altri vera e propria bandiera ideologica, adattissima a celare disegni ben più ampi.

Il dibattito è stato sollevato ed accelerato dai casi mediatici magistralmente proposti e gonfiati dal Partito Radicale, che come ai tempi della battaglia per l’aborto cerca di girare a suo favore l’opinione pubblica puntando sul “caso pietoso”, capace di commuovere la popolazione e spingere le istituzioni rappresentative, per non perdere il consenso su cui basano la propria legittimazione, ad agire.
Tutto ciò però fa a pugni con la dottrina giuridica: una fonte primaria del diritto (ad esempio, una legge) si caratterizza per generalità, astrattezza ed innovatività. Ed evidentemente legiferare sul singolo caso è totalmente contrario ai principi di generalità ed astrattezza.
Eppure le proposte di legge che giacciono in Parlamento sono numerose e di diversa natura.
Prima del piano giuridico, però, è bene chiarire quello etico, da cui dovrebbe discendere la norma giuridica: la vita umana è un bene indisponibile, ed è sulla tutela della vita umana che si fonda una società, come indicava il grande studioso di politica Carl Schmitt: proprio a partire dal valore fondamentale della vita umana è possibile evitare il conflitto e costruire la convivenza. A riprova di quanto affermato da Schmitt, quando si è scelto di non proteggere integralmente la vita umana si sono registrate conseguenze fortemente negative. L’ultimo esempio in ordine di tempo è dato dal risultato della tanto lodata “politica del figlio unico” cinese.
Dopo decenni di leggi opprimenti e aborti coercitivi ci si è accorti che ci sono troppi uomini e troppe poche donne (che venivano e vengono regolarmente abortite o eliminate subito dopo la nascita), con conseguenti gravi sconvolgimenti degli equilibri sociali.
E’ un caso che i primi a legalizzare rispettivamente aborto ed eutanasia, quindi a disprezzare il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale, siano stati sovietici e nazisti, ossia due tra i più importanti regimi totalitari?
Sul piano giuridico, l’indisponibilità della vita umana è sancita dal codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente (art. 579 c.p.), e dal codice civile (art. 5 c.c.: “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell'integrità fisica”). Attraverso tali norme, il codice fa appunto della vita umana un bene indisponibile, al pari della libertà (art. 13 cost.).
L’obiezione che solitamente si solleva è che la Costituzione, all’articolo 32, dice che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.
Quella costituzionale è però una tutela della libertà di scelta del cittadino, che è già garantita dall’ordinamento senza bisogno di nuove norme: un paziente in grado di intendere e di volere, infatti, può rifiutare le cure. E i pazienti incoscienti?
I sostenitori del testamento biologico dicono che sarebbe utile proprio per loro. Ma qui il problema che si pone è un altro: chi o cosa può garantire che la mia opinione rispetto ad una situazione che, al momento della compilazione del “testamento” posso solo immaginare, non muti radicalmente vivendo tale situazione?
E’ dimostrato che spesso proprio quando affrontano i passaggi più difficili della loro vita gli esseri umani sono in grado di trovare risorse fisiche e psicologiche prima inimmaginate ed inimmaginabili.
Inoltre, si sono registrati casi di pazienti apparentemente in stato di incoscienza ma in realtà in grado di capire cosa avveniva intorno a loro e di pensare, dunque anche capaci di cambiare idea rispetto ad un ipotetico “testamento biologico”: chi si prende la responsabilità verso costoro? Nel dubbio, non bisogna sempre scegliere la vita?Infine bisogna fare i conti con il Giuramento di Ippocrate: i difensori della nostra salute giurano di “non compiere mai atti idonei a provocare la morte del paziente”.
E se qualcuno nel testamento scrivesse di staccargli la spina? In realtà, il rapporto medico-paziente, come spesso sottolinea Mario Melazzini (medico e malato di SLA) non è di tipo contrattuale, ma ispirato dalla fiducia reciproca. Il testamento biologico “modello Veronesi” lo ridurrebbe ad semplice rapporto giuridico, e renderebbe certamente ben più difficile al medico fare il suo lavoro.
Attenzione però a non generalizzare: se limitata, ben impostata e soprattutto non vincolante per il medico, una dichiarazione anticipata delle volontà (che ovviamente non potrebbe contenere richieste di eutanasia, né attiva né passiva) potrebbe non essere del tutto negativa. Ma certamente quello attuale non è il parlamento adatto ad emanare una legge di questo tipo, e soprattutto, nonostante la propaganda radicale, non si sente il bisogno di una legge in materia: le priorità sono ben altre, e l’accanimento terapeutico (ossia l’eccessivo uso di terapie in malati che non ne traggono giovamento) è già vietato.
Il rischio che attualmente si corre è che, come in Olanda, partendo dal caso pietoso si arrivi all’eutanasia (ossia all’anticipazione deliberata della morte del paziente), negando il valore fondamentale della vita umana, che non perde mai la sua dignità. Visto il pericolo, meglio fermarsi prima.

Federico Trombetta

mercoledì 8 agosto 2007

QUARENGHI

Life Happening 2007

L’onda scivola, piano piano, sulla spiaggia. E l’acqua si disperde, bagnando i piccolo granelli di sabbia. Sopra, il cielo scuro è punteggiato di stelle.Tutto attorno, volano leggere le note di una canzone che, nate dalle corde tese della chitarra, riempiono il cielo e si librano sopra le onde. In spiaggia c’è un gruppo di persone.
I ragazzi che cantano e suonano, avvolti nei teli da mare per proteggersi dal freddo della notte abruzzese, sono i giovani del Quarenghi. I giovani del Movimento per la Vita. La porta verso il futuro.Siamo quelli che, da tutta Italia, hanno deciso che passare una settimana a parlare di vita non è sprecare una settimana di vacanza.Siamo quelli che la mattina si svegliano (più o meno) alle otto per sentir parlare di vita, di uomo e di dignità umana. Siamo quelli che magari ogni tanto fanno “riposare gli occhi” durante una conferenza, ma che possono farlo perché tutto ciò che viene detto in questo Quarenghi resterà scritto nel nostro cuore.Siamo quelli che magari chiacchierano, ma lo facciamo per stringere amicizie che non dimenticheremo.Siamo quelli che ascoltano, perché sappiamo di non sapere. E siamo anche quelli che cercano, che si domandano, perché una meta, nella vita, si deve pur avere.Siamo quelli che applaudono non per convenienza, ma con sincerità e gratitudine. E siamo quelli che si commuovono, quando una storia ci tocca il cuore.Siamo quelli che ridono e scherzano, che fanno le scenette la sera finale, ma quando c’è in ballo una persona e la sua vita siamo i primi ad essere seri.Siamo quelli che, quando sentono parlare Pino o Casini, si ricordano che la politica non è solo una “casta”.Siamo quelli che si sono alzati tutti insieme a tributare il giusto omaggio a Leo ed a quelli che hanno lavorato con lui, e che ci hanno regalato una quantità incalcolabile del loro tempo e della loro esperienza.
Vogliamo essere come una canzone cantata una notte sulla spiaggia: sembra che non vada oltre il cerchio di persone infreddolite, ma le sue note si propagano per tutto il mare e fino al cielo, e sfidano la notte che tutto ricopre con il suo silenzio ed il suo buio.
Vogliamo essere come le stelle del cielo: ciascuna di loro è una piccola luce dispersa nell’oscurità del cosmo. Tutte insieme sono uno spettacolo che non ci si stanca mai di ammirare, e che illumina la notte in attesa dell’aurora.
Vogliamo essere come l’onda del mare che arriva sulla spiaggia sabbiosa: sembra che non faccia nulla, sembra che tutto il suo impeto, la sua passione, finiscano per perdersi di fronte alla sabbia. Ma l’acqua penetra nella sabbia, comincia a smuoverla, e poco a poco, magari in mesi o anni, l’onda muove la sabbia, la sposta dalla sua posizione, la accoglie tra le sue braccia. Una sola onda non muove che pochi granelli, centinaia di onde muovono chili di sabbia.
Vogliamo essere come il bambino che cerca di salvare migliaia di stelle marine ributtandole in mare una ad una. Forse non cambieremo il mondo, ma almeno per qualcuno vogliamo fare la differenza.
Vogliamo essere testimoni di vita, quelli che quotidianamente, nelle università e nelle scuole, nelle città e nei paesi, MUOVONO LA VITA.

Federico Trombetta

venerdì 18 maggio 2007

FAMILY DAY


di Federico Trombetta


Mentre il buio pian piano è vinto dalla luce, e la notte fa posto all’aurora, il treno viaggia veloce tra i paesi ed i campi che separano Saronno da Milano. Ed io, seduto vicino al finestrino, appoggio la testa allo schienale e penso mentre guardo il paesaggio che mi corre affianco. Penso che sono le cinque del mattino, che ho sonno e che sto per percorrere milleduecento chilometri in meno di ventiquattro ore.
Raccontata così, non sembra certo una prospettiva allettante. Eppure… eppure c’è dell’altro. C’è il motivo per cui tante persone come me si sono svegliate prestissimo con l’idea di viaggiare per diverse centinaia di chilometri questo sabato 12 maggio 2007. Tanti giovani, ma anche tanti bambini con i loro genitori, tanti nonni, tante famiglie. Stavamo viaggiando per un ideale, per uno scopo nobile e grandissimo, per difendere la cellula fondamentale della nostra società.
E mentre il treno rallenta in vista della stazione di Cadorna penso che anche se per ora non mi riguardano direttamente le politiche fiscali a favore dei figli, anche se per ora non so neppure se e con chi formerò una mia famiglia, non posso non andare a Roma a dire che l’unica famiglia è quella di cui parla la nostra Costituzione, e che questa famiglia deve essere difesa, tutelata e promossa. Non solo da noi, che abbiamo la fortuna di far parte, a diverso titolo, di una famiglia, ma anche da chi ha in mano le leve del potere. Proprio questo chiede il Family day: “un progetto organico e incisivo di politiche sociali a favore della famiglia”, tenendo presente che il legislatore non può confondere i bisogni delle convivenze, che si collocano nella sfera del diritto privato, dalle “esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio dei suoi membri”.

Il viaggio, sui due pullman messi a disposizione dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, è lungo ma piacevole. Ed è allietato non solo dalle nuove amicizie che si costruiscono e dai confronti che nascono, ma anche dalla lettura di alcuni articoli sulla manifestazione che ci attende pubblicati da un giornale solitamente parco e moderato. L’apertura era tutta per la contromanifestazione di piazza Navona (“l’orgoglio laico” dei radicali e dell’estrema sinistra, per festeggiare (?) il divorzio), considerata un fulgido esempio di libertà contrapposto alla manifestazione cattolica che, secondo loro, ha il solo scopo di limitare l’allargamento di diritti che invece sarebbe doveroso concedere a chiunque. Il meglio viene all’interno, con un articolo che illustra la “violenza” della manifestazione “cattolica” (ma è “violento” dire che situazioni diverse devono essere giuridicamente trattate in modo diverso?!) e sulla presunta omofobia della stessa. Noi sul pullman leggiamo e ridiamo, e ci chiediamo quante polemiche si sarebbero sollevate se articoli del genere fossero stati scritti prima, ad esempio, del concerto del primo maggio. Purtroppo sappiamo bene che c’è chi è in grado di controllare buona parte della stampa, e che certo non siamo noi.

Quando arriviamo a Roma, la piazza è già gremita. E gremite sono le vie per giungervi. Gli spostamenti sono pressoché impossibili visto l’enorme numero di persone presenti. Giovani ed adulti, nonni e famiglie con bambini, bandiere e cappellini, bottiglie d’acqua e biberon. Questo è il Family Day, la festa del popolo della famiglia. Impieghiamo circa tre quarti d’ora per raggiungere la “postazione” del Movimento per la Vita, da cui ascoltiamo, con altri volontari, i discorsi dei portavoce.

Dopo le presentazioni delle associazioni ed uno splendido Povia (“i diritti dei bambini vengono prima di quelli dei grandi”), Giovanni Giacobbe sottolinea l’importanza dell’evento, perché finalmente “più forte risuoni la voce delle famiglie italiane”. Nonostante i giornali e le televisioni dipingano un’immagine diversa del paese, fatta di violenza in famiglia e di famiglie che si rompono, oggi ricordiamo che le famiglie ci sono e sono tante, e che la politica non può ignorarle.
Eugenia Roccella ci ricorda che “siamo qui perché abbiamo nel cuore un’esperienza fondamentale, che ci unisce: siamo tutti nati nel grembo di una donna, generati da un atto d’amore tra un uomo e una donna”, e che la famiglia ha un ruolo sociale troppo importante per poter essere messa in secondo piano.
Ultimo a parlare è Savino Pezzotta, che evidentemente con la piazza ci sa fare. Il suo discorso è forte ed appassionato, ma soprattutto ricchissimo di significato. Tocca la questione antropologia e l’essenza della famiglia, ricordando ai politici presenti che “abbiamo il diritto di sapere se chi ci governa punta su un modello antropologico centrato unicamente sull’autonomia dell’individuo, sull’utilitarismo delle affettività temporanee e deboli o se invece punta a consolidare quello della dinamica famigliare e pertanto di un’affettività che si incardini nella dimensione della responsabilità sociale”, ed ai pochi contromanifestanti (tremila, forse diecimila) fa notare che “opporsi ad un pluralismo di modelli famigliari non è una battaglia confessionale ma civile e laica che si fonda sul dettato costituzionale e punta al consolidamento del matrimonio civile. Questo non vuol dire non avere a cuore i problemi che riguardano le coppie di fatto: come si legge nel manifesto “Piu’famiglia”, si dice anche un chiaro « sì » alla tutela dei conviventi attraverso il diritto comune”. Il Family Day è una manifestazione di popolo, perché “i ceti popolari, a differenza di chi frequenta i salotti buoni, conoscono bene il valore della famiglia”.

Ci avviamo verso casa quando sono ormai le otto di sera, ed i telegiornali stanno già riportando l’imbarazzante (per quelli di piazza Navona) confronto tra le due manifestazioni, commettendo però l’errore di far vedere quasi solo i politici, come se il Family Day fosse stata una manifestazione politica. Non hanno capito, o non hanno voluto capire, che in quella piazza c’era un bel pezzo del vero popolo italiano, quello che non si vede in televisione ma che rappresenta la vera essenza e la vera forza del nostro paese, quello che si è astenuto ai tempi del referendum sulla procreazione perché aveva capito meglio di tanti intellettuali che la vita non può essere messa ai voti, e che il 12 maggio 2007 ha capito che di famiglia ce n’è una sola, e che ha bisogno di ricevere, dopo troppi anni di silenzio, una risposta dalla politica.

Arriviamo tardissimo a Milano, stanchissimi ma con il cuore gonfio di gioia pensando a quanta gente ha a cuore la famiglia. Ci avevano accusato di essere confessionali, ed abbiamo citato la Costituzione italiana e la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; ci avevano accusato di essere “violenti”, ed abbiamo dimostrato di essere decisi e soprattutto propositivi. E intanto il buio pian piano è vinto dalla luce, e la notte fa posto all’aurora.
Federico Trombetta