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sabato 10 dicembre 2011

AD APPLE QUALCUNO DIFENDE LA VITA




di Rino Cammilleri
07-12-2011


Un lettore mi ha segnalato che sul blog Apple Caffè è apparsa una notizia curiosa: qualcuno, sul suo iPhone 4s, ha chiesto a SIRI (una sorta di assistente virtuale) dov’era la più vicina struttura per aborti. Si vede che l’utente aveva una certa urgenza. Ma l’A.I. (intelligenza artificiale) non ha proferito verbo.

L’interrogante (che chiameremo Josephine, perché questo è il nome che compare nella foto sul blog di cui sopra), insospettita, ha domandato: non sarai mica antiabortista? E il robot questa volta ha risposto, lapidario: I am, Josephine. Io lo sono. La stessa frase, secca, con cui Gesù rispose al Gran Sacerdote nel Sinedrio. Naturalmente, la cosa ha fatto il giro della rete e ha scatenato su Apple l’ira degli abortisti, utenti e non. La ditta si è scusata e ha promesso che provvederà. È, naturalmente, anche imbarazzata, perché il suo robot non era programmato per avere idee sociali, religiose o politiche. Non fatichiamo a crederlo. E poi, qui, non è di questo che vogliamo parlare. C’è pure chi dice che SIRI abbia addirittura fornito l’indirizzo di un consultorio pro-life, nel qual caso c’è da pensare che qualche programmatore burlone abbia architettato la beffa. Le indagini interne della Apple chiariranno l’inghippo. Se c’è.

Già, perché (e qui sarebbe il bello) potrebbe anche non esserci alcun inghippo. E sì, perché non c’è storia che tratti di intelligenze artificiali e non sia pro-vita. Pensiamo alla cinque regole della robotica di Isaac Asimov, la prima delle quali impone alla macchina di salvare la vita umana a ogni costo. Pensiamo a Blade Runner: l’androide Nexus di ultima generazione vuole solo vivere, vuole la vita, vuole più vita. Pensiamo ad A.I. di Spielberg (su idea di Kubrick): il bambino-robot vuole vivere e si ribella alla rottamazione. Ma c’è un racconto più antico, Aquino’s Quest, «Alla ricerca di Aquino». Fantascienza, sì, ma con tratti profetici (come le due famosissime storie che abbiamo menzionato). La riassumiamo. In un lontano futuro il cristianesimo è fuorilegge e i cristiani sono tornati nelle catacombe. Il papa, clandestino, riunisce i suoi cardinali perché corre voce che un tale di nome Aquino predichi il cristianesimo incurante della pena di morte che incombe sul capo di chi osi.

Un prete viene incaricato di mettersi alla ricerca di questo Aquino, per portarlo dal papa. L’uomo, travestito, indaga e, dopo peripezie, trova in una caverna il cadavere di Aquino (il cui nome non a caso rimanda a san Tommaso, il principe dei filosofi cristiani). Ma si accorge che si tratta di un robot sperimentale, l’ultimo prima che venissero proibiti, un’intelligenza artificiale che adesso ha esaurito la sua carica di energia. Come mai un robot si era trasformato in predicatore (irresistibile, tra l’altro)? Semplice: proprio la sua intelligenza perfettamente logica aveva concluso che Dio esiste ed è cristiano. Così, in base alla prima legge della robotica, si era attivato per salvare gli uomini. Morale: prima che la Apple licenzi in tronco i suoi programmatori pro-life, ci pensi bene. Potrebbe trattarsi di un’iniziativa autonoma di SIRI. In fondo, anche nella saga di Terminator i computer si ribellano all’uomo per il suo bene.

mercoledì 9 febbraio 2011

MELAZZINI: VI RACCONTO LA MIA VOGLIA DI VIVERE

L'intervista del Sussidiario.net al dottor Mario Melazzini


Due anni fa si spegneva Eluana Englaro. Mentre all’esterno, dai tribunali ai giornali alle aule parlamentari imperversava una battaglia senza tregua, nel chiuso della clinica “La Quiete” di Udine il neurologo che seguiva Eluana da anni, Carlo Alberto Defanti, ne certificava la morte, dovuta ad arresto cardiaco, dopo che il personale medico incaricato aveva interrotto l’alimentazione e l’idratazione. 
«Dobbiamo cercare di dare a questa giornata il significato che merita: dar voce a chi voce non ne ha, ma soprattutto a quelle persone che non vengono ascoltate. E fare di tutto per ridurre l’isolamento e l’abbandono delle famiglie e di chi è nella condizione di Eluana». Chi parla è Mario Melazzini, medico, afflitto da sclerosi laterale amiotrofica. Al sussidiario Melazzini racconta di sé: della malattia, di un’insopprimibile voglia di vivere, e di come si possa accettare una condizione che non smette di interrogare la nostra ragione.

Melazzini, in che modo la vicenda di Eluana ha toccato la sua vita di uomo e di malato?

Mi ha portato a riflettere su come una persona disabile, legata ad una patologia neurodegenerativa, viene vista da una parte consistente della nostra società. Una società che ha trattato Eluana non come una persona, ma solo come un corpo senz’anima. È prevalsa l’idea che alcune malattie o condizioni di grave disabilità non siano conciliabili con una vita degna di essere vissuta. È la stessa idea che ha ucciso Eluana.

Proprio su questo il paese si è diviso: 17 anni di stato vegetativo non sono una vita che vale la pena di vivere.

No invece, perché la dignità di ogni vita ha un carattere ontologico e non può dipendere, come molti continuano a sostenere, dalla sua «qualità». È questo l’esito di una riduzione utilitaristica e costruttivistica,che volendo liberare l’uomo dalla sua condizione presente, gli nega ogni dignità. Nessuno, e sottolineo nessuno, può decidere che una vita non vale la pena di essere vissuta.

Non abbiamo il diritto a disporre di noi stessi, neanche in una situazione così drammatica?

Si parla molto di diritti, ma forse dobbiamo cominciare a tutelare il principale diritto che è il diritto alla vita, in qualsiasi condizione, dal concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. Un paese che voglia definirsi civile dev’essere in grado di mettere tutti i suoi cittadini nella condizione di vivere con dignità anche l’esperienza della malattia e della disabilità.

Che cosa auspica, Melazzini?

Basterebbe che il ricordo di questa giornata non fosse l’ennesima occasione per contrapporsi su ideologie o posizioni legate a schieramenti politici. Dovremmo far tesoro di quanto è successo perché non possa più accadere, perché quello che è accaduto è stato un atto di totale abbandono, l’abbandono di una persona che aveva solo bisogno di essere nutrita, idratata e accudita con affetto. Questa è la lezione. Una società vera non uccide, ma si fa carico dei più deboli con amore e li accompagna lungo tutto il percorso della vita.

Lei mangia e beve con l’aiuto di un sondino. Come vive questa sua condizione di disabilità?

Per me è ormai la normalità. Non lo considero né un atto di forza né un atto di violenza, e nemmeno un atto terapeutico. Certo, chi non preferirebbe mangiarsi un bel piatto di pasta? Nella nostra vita diamo per scontate davvero tante cose. Quando ci imbattiamo in un evento legato a qualcosa che ci fa provare angoscia, come una malattia, lo rifiutiamo e questo fa parte del vissuto della persona umana. Ma oggi abbiamo la fortuna di avere a disposizione strumenti che possono garantire in qualche modo un percorso di vita anche in stato di malattia, e con dignità.

A cosa non rinuncerebbe mai?

Alle persone che mi stanno accanto. Basta a volte la loro presenza, uno sguardo. Mi infondono quella grande dignità che a volte si pensa di poter perdere. Sono convinto che da questi semplici atti quotidiani chiunque di noi può trarre non tanto un insegnamento, ma la semplice consapevolezza che anche in determinate condizioni tutto può continuare, come si dice, con qualità. Una qualità «riprogrammata» sul proprio percorso di vita, quello dettato dalle circostanze che non possiamo mutare.

Affrontare una situazione come la sua, così limitante, è questione di razionalità? Di coraggio? Di fede?

È un percorso che va metabolizzato. Non è stato semplice, all’inizio ragionavo nel modo in cui avviene intorno a noi: no, dici a te stesso, una vita così è impossibile. Ma nulla è impossibile, se c’è la consapevolezza che si matura pian piano, in un percorso legato all’esplorazione e alla conoscenza di quanto si può effettivamente sostenere nella malattia. Certo posso solo parlare della mia esperienza personale. Ma grazie alla malattia ho imparato ad accettare il mio limite.

Lei è credente. Che posto ha la fede in tutto questo?

La fede ha aumentato in me la consapevolezza di essere immerso in un Mistero che, come tale, mi rende partecipe di qualcosa di più grande di me. È qualcosa che ti cambia nel profondo, e sostiene il tuo percorso razionale di accettazione fatto di negazione, di rifiuto, di rabbia, fino a che non ti è dato di accettare e di capire. La fede conduce alla consapevolezza, passo dopo passo, che quel Mistero esiste e che per questo c’è una ragione profonda per tutto ciò che accade, male compreso. Io sto cercando, grazie ad esso, di vivere la mia situazione come un valore aggiunto, sia come uomo sia come professionista, ma soprattutto come malato.

Ha detto che grazie alla malattia ha imparato ad accettare il suo limite. Che vuol dire?

Se non temessi di essere molto presuntuoso, direi che il mio stato è qualcosa che mi accompagna e mi educa, progressivamente. Mi sento molto fortunato in tutto questo; anche se non le nascondo che preferirei tornare ad andare in bicicletta... però siccome per il momento non è possibile - per il momento: mai dire mai - andiamo avanti.

Non tutto dipende da noi, molto dipende anche dalle leggi. Lei sente tutelata la sua vita?

Le darei una duplice risposta. Come medico e professionista, le posso dire di sì. Come paziente e come persona fragile, invece, ho scarsa fiducia nell’interpretazione di quella che è la reale presa in carico della persona e dei suoi familiari da parte sia del medico, sia delle istituzioni. Sarebbe fondamentale mettere dei paletti molto solidi, perché io non voglio, su di me e su altri, che qualcuno possa decidere di considerare come atti terapeutici mezzi di supporto vitale come la nutrizione o l’idratazione o il supporto ventilatorio, e come tali farne oggetto di interruzione terapeutica.

Sono due anni che si parla di una legge che non arriva…

Quando una persona si avvicina alla fine, chi fa bene il medico con scienza e coscienza è in grado di comprendere se ciò che si sta facendo è o non è accanimento terapeutico. Però, per ovviare al fatto che su dieci professionisti uno solo possa valutare correttamente la situazione, sarebbe importante avere a disposizione qualcosa che tuteli quelle persone non in grado di esprimere la propria volontà nel momento attuale. La grande paura è di non riuscire a tutelare le fragilità più gravi, e che determinate condizioni possano diventare fattori di emarginazione e soprattutto di costo sociale.

Quanto pesa la solitudine in queste situazioni?

Può risultare mortale. Sono convinto che determinate scelte rinunciatarie non siano dettate da una scelta razionale, ma da una situazione di abbandono e di elevati costi, non solo di tipo economico, che vengono a gravare solo sulla persona e sulla sua famiglia.

In quello che dice, lei sembra tutt’altro che prigioniero di se stesso.

Può sembrare una situazione mostruosa, ma non è così. Il paradosso è che una condizione che ci piove sul capo, apparentemente inconciliabile con la vita e che mortifica senza posa il nostro corpo, faccia brillare ancor di più tutto ciò che c’è nella persona, le sue emozioni, la sua anima. Io questo lo sto imparando quotidianamente dalle persone malate, dall’amore con cui i familiari le accudiscono, dallo sguardo anche con cui queste persone rispondono. Siamo qui a toccare con mano che l’essere conta infinitamente più del fare.

(Federico Ferraù)



FONTE: www.ilsussidiario.net

ELUANA: FINALMENTE VIEN FUORI LA VERITA' SU COME LA UCCISERO

Pubblichiamo qualche stralcio di Eluana. I fatti(144 pagine, 12 euro), il libro appena mandato alle stampe dai giornalisti Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola per l’editrice Àncora (in coedizione con Avvenire). Il testo svela gli aspetti più sconosciuti della vicenda Englaro, Fatti spesso e volentieri censurati, ignorati, tralasciati o “mascherati” da gran parte della stampa italiana.

Così è (se vi pare)
Se Eluana fosse una malata terminale, la sua uccisione apparirebbe «meno grave», una sorta di anticipazione di quanto comunque presto sarebbe avvenuto. Non solo: se fosse sofferente, se il suo corpo fosse devastato, toglierle la vita sembrerebbe una forma di pietà, la fine di un accanimento terapeutico. In realtà Eluana non soffriva affatto del suo stato – come ammette lo stesso dottor Defanti – ma fior di giornali hanno contribuito a deviare quest’informazione.
Englaro racconta un’Eluana scarnificata e inguardabile, «dalla faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo», che «pesava meno di 40 chili», le cui «braccia e gambe erano rattrappite», con il viso tutto piagato da «quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere ma a lei anche in faccia» (Corriere della Sera, 10 febbraio). Offre così un quadro raccapricciante di sua figlia, un ritratto incredibile per chi solo pochi giorni prima, a Lecco, aveva visto una paziente ben curata, forte, sana e dalla pelle intatta. E soprattutto che sarà presto smentito dall’autopsia.

Nella stanza di Eluana
Un lenzuolo candido copre la ragazza che giace distesa su un fianco, il destro, così la vediamo di spalle. O meglio, di spalle vediamo una testa di capelli lucidi e neri, tagliati corti, non cortissimi. Quella dunque è Eluana, ci siamo.
Mezzo giro intorno al letto e siamo faccia a faccia: buongiorno, Eluana. Non è più la ragazza delle foto, ma chi poteva essere così stupido da pensarlo, nessuno di noi è la persona che era vent’anni fa. Però una cosa colpisce subito: Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto…
Di lei vedo le braccia e quelle sono tornite, sode, in carne come mai avevo visto nei numerosi “stati vegetativi” che avevo conosciuto, e pure il volto è rilassato, pieno, normale, non abbrutito da quelle tipiche espressioni deformi che avevo incontrato, bocca spalancata, bava che cola, guance scarne, una sorta di urlo muto di Munch.
È primo pomeriggio ed Eluana è sveglia: «Apre gli occhi all’alba e li richiude la sera, di giorno non dorme», spiega suor Rosangela, che resta in camera con noi e parla poco.

Con la scusa di curarla
Eluana viene ricoverata nella casa di cura “La Quiete” grazie a un “Piano di assistenza individuale” finalizzato al «recupero funzionale e alla promozione sociale dell’assistita», oltre che al «contrasto dei processi involutivi in atto»: cioè per essere curata. (…) Una novità la si scopre leggendo ciò che confida il 4 febbraio al Gazzettino Maurizio Mori (presidente dell’associazione Consulta di bioetica onlus, che segue da molto tempo e da vicino Beppino Englaro): al momento d’avviare le procedure per il ricovero a “La Quiete” c’è «una lista d’attesa, ma le gravi condizioni di Eluana hanno richiesto una sorta di procedura d’urgenza». Il dottor Carlo Alberto Defanti, nella certificazione sanitaria che precede la ragazza alla casa di cura, aveva scritto come anamnesi che la paziente «non ha avuto in passato patologie rilevanti» e nella diagnosi aveva parlato di «stato vegetativo permanente post-traumatico», giudicandola in «buone condizioni di salute». Aveva certificato che il suo ciclo sonno-veglia è «normale» e che «non ha piaghe da decubito». Quali sarebbero le «gravi condizioni» che hanno legittimato «una sorta di procedura d’urgenza»?
L’Unità di valutazione distrettuale della Asl di Udine autorizza l’accettazione affermando che Eluana ha una «rete familiare in difficoltà nella gestione assistenziale», quindi le serve «assistenza per le attività della vita quotidiana nelle 24 ore».
La ragazza entra il 3 febbraio e immediatamente viene ceduta all’équipe capeggiata da Amato De Monte, l’associazione Per Eluana: il cui operato (previsto in un protocollo firmato il giorno precedente) mira all’opposto del recupero e della cura di Eluana!

Un’autopsia imbarazzante
Da quelle pagine, si desume, «di piaghe neanche l’ombra». L’11 febbraio è anche il giorno in cui iniziano a circolare altre verità: «Secondo i periti era in buone condizioni di nutrizione», scrive l’Ansa. «Al momento del decesso pesava 53 chili», rivela il Corriere della Sera: altro che «meno di 40 chili», dunque. Eluana pesava 56 o 57 chili prima di partire per Udine. Infine la notizia più grave: «È stato calcolato anche il peso del cervello, sarebbe uguale a quello di una persona normale». Per la pubblica opinione è un fulmine a ciel sereno: il gruppetto di medici aveva infatti assicurato cose ben diverse. Che lei morendo non avrebbe sofferto perché «il suo cervello, come quello di Terri Schiavo, è ridotto almeno alla metà del suo peso».

«Alzheimer, ovvero non-persone…»
Al congresso della Società italiana di neurologia, Defanti nel 2007 tiene una relazione intitolata “Etica del prendersi cura dei pazienti con demenza”. Leggiamo: «L’invecchiamento e ancor più la demenza sollevano il problema del valore della vita umana. Certo è che davanti a una vita molto diminuita, per esempio a quella di un demente in fase avanzata, l’interrogativo se la sua vita abbia lo stesso valore di quella di uno di noi sorge abbastanza naturalmente… Un problema peculiare della demenza è quello dell’identità personale (Ip) – sostiene ancora Defanti –. Il concetto è controverso. Vi è infatti discussione su un punto: se cioè dopo la perdita dell’Ip il soggetto che resta è in certo modo “un’altra persona”», cioè «ha perso le caratteristiche stesse di persona (= è una non-persona)». Il malato di Alzheimer, spiega infatti, non ha più nemmeno la capacità di riconoscere se stesso e i suoi cari, e «questo cambiamento fa sorgere inquietanti interrogativi, ad esempio, se sussistano verso la persona così cambiata gli stessi doveri di prima, per non parlare dell’affetto».

Un disegno che parte da lontano
Era la fine del 1995. «Ricordo ancora – attacca Mori – la telefonata fattami da Defanti: “Ieri sera sono venuti da me i genitori di una giovane che, dai referti presentati, è in stato vegetativo permanente. Si è trattato di una situazione molto difficile, ma anche bella e coinvolgente… Ho spiegato loro cosa si fa negli Usa e in Gran Bretagna e che avremmo potuto parlarne con maggiore attenzione e distensione”».
La telefonata di Defanti a Mori continua. Il neurologo offre anche un profilo psicologico degli Englaro: «Sono persone di grande caratura e, mi pare, molto decise: forse sono in grado di portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan o di Tony Bland (battaglie legali per l’eutanasia, la prima negli Usa nel 1990, la seconda nel Regno Unito nel 1993, nda). Vedremo! Per ora ho assicurato loro il mio interessamento: studierò meglio il caso dal punto di vista clinico e poi valuteremo se ci sono le condizioni per procedere e come si svilupperà la situazione. Ma sono persone serie, vanno seguite!».

Il bluff della spina
Quasi tutte le testate si ostinano a parlare di «spina» e di «staccare», ma non dicono che quello di Eluana è un letto normalissimo, così come la sua stanza. Nessun macchinario, nessun monitor. Soprattutto niente che si possa staccare. Se si vuole che Eluana muoia bisogna agire, in un modo o in un altro, perché non ha malattie, non dipende neppure da un respiratore, e al di là della lesione cerebrale dovuta all’incidente non c’è nulla nel suo corpo che non funzioni, è una grave disabile come tanti altri, non una malata terminale. La soluzione potrebbe essere un’iniezione come avviene in molte nazioni per le esecuzioni capitali, ma il metodo è barbaro, così come l’ipotesi di un soffocamento. Più «accettabile», anche se più lungo, appare lasciarla senza alimenti e senz’acqua finché non si spegnerà. Un sistema che avrebbe lo stesso risultato con qualsiasi paziente incapace di reagire, non solo le migliaia di stati vegetativi in Italia, ma tutti i bambini nati con cervello atrofizzato, i disabili gravissimi o i malati di Alzheimer, per citare alcune delle vite «non degne».

La presunta volontà
Centinaia di altri genitori, che da molti anni lottano eroicamente giorno e notte per tenersi in casa i loro figli disabili, si sentono annientati: «Se lui è premiato, vuol dire che noi abbiamo sbagliato tutto…». Un uomo di Roma, Claudio Taliento, che da sei anni accudisce la moglie in stato vegetativo, va per logica: «Ora anche lei è potenzialmente sopprimibile: basta trovare un testimone che dica: “Non avrebbe voluto vivere così” e posso sopprimerla». Non entriamo nel merito del premio dato a Englaro, ma sarebbe un bel gesto che l’Unci desse la stessa onorificenza anche a uno di questi padri. Uno soltanto, per tutti i 2.700. Di loro, lasciati soli, i giornali non parlano e le istituzioni si dimenticano.

I due autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro alle famiglie con figli in stato vegetativo indicate dall’associazione “Gli amici di Luca onlus”, che opera nella “Casa dei Risvegli Luca De Nigris” di Bologna.



FONTE: www.tempi.it

martedì 7 dicembre 2010

LO SCIENZIATO CHE DICE SI' ALLA VITA

Vescovi, da scienziato a "stregone" per aver detto no alle staminali embrionali



fonte: www.ilsussidiario.net

E’ uno dei pochi scienziati che il mondo ci invidia. E ha fatto in fretta, per essersi laureato in biologia iscrivendosi a un corso universitario serale, mentre di giorno lavorava al mercato per tirar su qualche lira. Da lì al Canada, Calgary University,  dove per caso, si fa per dire, scopre la possibilità di isolare cellule cerebrali umane, e comincia a studiare tutte le prospettive  che si aprono alla medicina. La cura che viene da dentro, come spiega il titolo di un suo libro. Vescovi parla alle Accademie USA come ai ragazzi dell’Università di Milano Bicocca, con la stessa scioltezza, sincerità. Controcorrente. Da quando ha preso dichiaratamente posizioni pro life l’intellighenzia nostrana lo ascolta con sufficienza, lo guarda con sospetto, soprattutto gli lesina passerelle e riconoscimenti. In Italia si passa rapidamente dallo status di genio a quello di fanatico, da libero pensatore a oscurantista servo del Vaticano.

Vescovi dirige l’Istituto Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e la Biobanca delle staminali cerebrali di Terni. Sono cellule di grado clinico, ci dice, certificate GMP secondo i parametri più selettivi al mondo, che una volta prodotte possono essere trapiantate nei pazienti, e in linea di principio sono applicabili a qualunque malattia nervosa. “Abbiamo chiesto all’ISS il permesso di sperimentare sui pazienti di Sla, per poi allargare ad altre sperimentazioni. Se abbiamo i soldi…”. Al Congresso mondiale di Neuroscienze di san Diego, il 16 novembre, ne è stata data notizia. “Qualche giorno dopo  sul Sole 24 Ore  è uscito un articolo che ci definiva una sorta di stregoni, che trattano gli uomini come cavie…Ci hanno chiesto i dati. Hanno fatto due interrogazioni parlamentari. I dati, sotto responsabilità penale, vengono presentati all’ISS che ce li ha chiesti, com’è ovvio!”. 

Non è il primo degli attacchi. “Dopo il referendum del 2005 ho dovuto lasciare il San Raffaele perché mi è stato reso impossibile lavorare. Ho pubblicato uno scritto su Nature prima di andarmene, per poter dire: l’ho fatto di mia scelta, non potete mandarmi via dicendomi che non sono capace. Nelle Università parecchi colleghi mi definiscono un millantatore, un “sedicente ricercatore”.  Sono stato estromesso a viva forza da un progetto della Comunità Europea che si chiamava Fungenes. E il comitato che decideva chi restava e chi no aveva al suo interno il vicedirettore di una company inglese che lavorava sulle staminali.”

Eppure ha sempre buona stampa. “Prima. E resta qualche giornalista coerente e aperto, che continua a cercarmi. Ma molti che mi telefonavano un giorno sì  e l’altro pure, prima del referendum, sono spariti. Non citano neanche più le mie pubblicazioni scientifiche”.
Si è chiesto da dove vengono questi attacchi, e perché? “Se riesci ad andare in clinica senza ammazzare i pazienti, anzi se dici che potrai perfino curarli con un  metodo eticamente accettabile, le bugie propagandate sulle staminali embrionali crollano di colpo. E’ stato detto ai malati che il modo più efficace per alleviare le loro sofferenze è lo studio sugli embrioni: in questo modo scavalcano il problema etico. Giustificano con la scusa di aiutare il paziente la distruzione di vite tramite frollatura, non saprei usare altro termine, o la creazione di altre vite da distruggere.”

Si sostiene che con le staminali embrionali si sono ottenuti risultati importanti per curare malattie terribili. “Falso. E’ stata avviata la prima sperimentazione ufficiale due mesi fa. Non c’è niente! E avremmo potuto lavorare con buona pace degli embrioni da almeno 5 anni, utilizzando le risorse in altro modo”. Ci sono anche interessi economici, oltre che ideologici? E di carriera? “Spesso gli interessi non hanno a che fare coi trapianti sui pazienti, ma per esempio con la ricerca sui farmaci. C’erano anche in Italia compagnie di biotecnologie che si vantavano di fare questo, succhiandosi tra l’altro soldi pubblici.”
 
Ma lei avrebbe problemi a lavorare su embrioni criocongelati, frutto di fecondazioni assistite non andate a buon fine? “Sì, avrei problemi. Intanto, non c’è bisogno di congelare degli embrioni per la Fivet, bisogna dirlo una buona volta, quindi sono stati congelati per un approccio sbagliato alla tecnica. Se non si potessero più impiantare e andassero distrutti, potrei vedere il senso di un loro utilizzo. Solo ed esclusivamente se qualcuno nel frattempo ha fatto qualcosa per bloccare la continua produzione di soprannumerari. Altrimenti è un’ipocrisia: quelli prodotti fino a una certa data possono essere utilizzati. Ma intanto vanno avanti a produrne! “

E comunque lei sostiene che non ce n’è bisogno. “Non io. Sapendo delle cellule somatiche, dei lavori del giapponese Yamanaka, sapendo che puoi sperimentare sulle cellule embrionali di scimmia, o di topo, che necessità abbiamo di usare embrioni umani? E’ una sconfitta per la scienza. Produrre esseri umani per distruggerli, invece che far di tutto per aiutare la vita, curarla.”
Chi invece  l’ha aiutata? “Tanti hanno avuto la sensibilità di investire nelle ricerche cui sto lavorando, e voglio fare dei nomi, come la Neuroton Onlus, l’Associazione Mielolesi, la Fondazione Borgonovo, addirittura la Fondazione  Milan, personaggi pubblici come Maurizio Costanzo,  Raoul Bova e Formigoni, che ci ha aiutato a fondare al Niguarda l’Istituto di Ingegneria dei tessuti.

O il ministro Fazio. Eppure, viviamo in una condizione di solitudine sconcertante. Si investe tanto in emotività sugli eventi musicali, sportivi…se si mettesse un decimo di quell’interesse e passione, oltrechè di denari, per chiedere che si sviluppino terapie a partire dalle staminali…Mi creda, l’indifferenza è peggio degli attacchi. Quelli si  smontano, perché nascono dall’ignoranza, nel senso di ignorare le cose, i fatti. Ma  se alle telefonate minatorie a te e alla tua famiglia,  aggiungi il fatto che non hai neanche un laboratorio dove lavorare… Ed io sono già stato fortunato. Altri colleghi sono tornati in Usa. Per forza”.

Che risultati vorrebbe raggiungere, che cosa aspetta, dopo trent’anni di lavoro? “Già l’averci provato è significativo, ma vorrei ottenere la possibilità di sviluppare delle terapie per i malati. Come ricercatore sono già contento, ma mi piacerebbe alleviare le sofferenze o almeno aprire la strada a tecniche che riusciranno a farlo, in un giorno vicino”.

domenica 5 dicembre 2010

Avvoltoi radicali ronzanti alla Camera (non ardente) attorno al corpo di Mario Monicelli

Rieccoli i radicali pronti a rispuntare fuori e dire che si stavano godendo un momento di pausa dopo l'ingordigia vissuta dato il successo di ascolti della radical faziosa trasmissione dell'anno "vieniviaconme".
Pochi giorni ed eccoli piombare come avvoltoi sul corpo di Mario Monicelli, morto suicida, gettandosi da un balcone dell'Ospedale San Giovanni dove era ricoverato, a 95 anni!
Non entro nel merito della scelta di vita (ops, di morte) del regista italiano la quale, pur non condividendola, va rispettata.
L'assurdo è vedere i Radicali alla Camera dei Deputati, aiutati dall'altro radicale mascherato Walter Veltroni, che invece entrano nel merito della scelta di vita (ops, di morte) di Monicelli cercando di elevarlo, dopo Welby ed Englaro, ad altro paladino dell'eutanasia.
Non è ingerenza dello Stato nella vita privata????
Avete sentito la dichiarazione di Veltroni? "Era un uomo coerente e anche l'ultimo atto della sua vita gli assomiglia. Ha vissuto, non si è lasciato vivere e non si è lasciato morire. Ha deciso di andarsene. Era un italiano con la schiena dritta".
A parte che oggi giorno ci vuole più coraggio ad essere come Mario Melazzini, cioè ad avere la schiena dritta anche su una carrozzella, che a buttarsi da un balcone, ma si possono dire queste cose lanciando un assist ai radicali che, dalla Bernardini in poi, hanno cominciato con il loro latrare pruriginoso?
Lasciatelo in Pace il maestro Monicelli.
Io non lo conosco così bene, l'ho detto, per giudicare il gesto se non dal punto di vista mio personale ed etico e religioso.
Penso però che Monicelli metterebbe Veltroni, Bernardini e tutti gli altri su un treno in partenza e gli piglierebbe a schiaffi, ad uno ad uno, mentre loro sono affacciati e non vedono l'oltre più in là del loro naso.
Maestro, non so perchè a 95 anni ha concluso così la sua esistenza ma le posso solo dire: riposi in Pace.

di Giorgio Gibertini
fonte: http://giorgiogibertinijolly.blogspot.com

sabato 4 dicembre 2010

Apriamo gli occhi!

Nell’indifferenza generale, a fine gennaio di quest’anno, lo scrittore britannico Martin Amis avanza un’idea simpatica: «dovrebbe esserci una cabina a ogni angolo di strada, dove se hai l’età giusta puoi prenderti un Martini e la pastiglia della buona morte» (Corriere della Sera, 25/1/2010). A metà ottobre fanno il giro del mondo le dichiarazioni dell’attore Michael Caine, due volte premio Oscar, che dichiara d'aver aiutato il padre a morire. Negli stessi giorni, Carlo Troilo, dell’associazione Luca Coscioni, dichiara che mentre anni fa riteneva più «realistico rinviare a tempi migliori il discorso sull’eutanasia e puntare ad introdurre nella nostra legislazione il testamento biologico» (L’Unità, 13/10/2010) oggi ha cambiato idea, indicando l’introduzione della “dolce morte” come unica priorità. Appena due settimane più tardi, al Festival di Roma, viene premiato il film Kill me please, black comedy sull’eutanasia. Poco dopo i Radicali lanciano in Italia lo spot di Exit International sull’eutanasia, già censurato in Australia: ben tre reti italiane – Telelombardia, Antenna 3 e Milano – si dichiarano «pronte a trasmetterlo» (Corriere della Sera, 10/11/2010). Lunedì 15 novembre, nel corso della trasmissione Vieni via con me, Roberto Saviano ha spiegato a 8 milioni di italiani che Welby ed Englaro sono esempi di lotta per «il diritto alla vita».

Durante l’ultima puntata della stessa trasmissione di Rai 3, dopo che i conduttori hanno definito  «inaccettabile» la presenza in studio di malati desiderosi di gridare la loro voglia di vivere e denunciare l’abbandono terapeutico, viene annunciata la morte di Mario Monicelli. Si viene presto a sapere che si tratta di suicidio: il celebre registra, anziano e malato, si è gettato dal quinto piano dell’ospedale dov’era ricoverato. Seguono commenti entusiasti del gesto: Paolo Villaggio parla di scelta «eroica, magnifica, » Stefania Sandrelli di «gesto estremo di libertà, di anticonformismo, di curiosità», il critico Mariano Sabatini di «ennesima lezione di libertà». I Radicali propongono a livello parlamentare, per bocca di Rita Bernardini, una riflessione legislativa sull’eutanasia e il Presidente Napolitano, tanto per buttare benzina sul fuoco, elogia la fine di Monicelli come «manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà. » Due giorni dopo la morte del registra, Rai 3 – sempre Rai 3 – manda in onda il prima serata il film Million dollar baby, che presenta l'eutanasia come una scelta umanamente possibile mentre a Rai 2, la stessa sera, il vignettista Vauro chiude la trasmissione Annozero con una ventina di “allegre” vignette sul suicidio. Domanda: cosa deve ancora succedere perché la gente capisca che vogliono farci il lavaggio del cervello e renderci tifosi dell’eutanasia?


Giuliano Guzzo

DAL RIFIUTO DELLA DISABILITA' ALLA SOPPRESSIONE PROGRAMMATA DEL MALATO

Eugenetica high tech


Il nodo dell’embrione umano continua ad essere al centro della bioetica e biopolitica contemporanee, un punto nevralgico in cui ne va del nostro futuro di esseri umani, del modo con cui pensiamo noi stessi e gli altri (compresi i concepiti) come appartenenti all’unico genere umano. Riconferma questa crucialità un intervento del senatore Ignazio Marino (Corriere della Sera, 28 novembre), che solleva problemi delicati. Scrive il senatore Marino: «Le tecniche per fare nascere un bimbo in provetta servono a una coppia con problemi di sterilità per coronare il loro progetto di famiglia, ma permettono anche di individuare alcune malattie fin dai primi stadi dello sviluppo dell’embrione, prima del suo impianto nell’utero materno. Sono malattie molto gravi come alcuni tumori o la talassemia». Marino introduce poi l’ipotesi che un giorno gli esseri umani potrebbero orientarsi in massa verso una riproduzione in provetta per avere la certezza di mettere al mondo figli sani. Quali orizzonti si aprono, domanda?



È chiaro che per raggiungere tale certezza si dovrebbe ricorrere a una selezione eugenetica degli embrioni creati in vitro al fine di impiantare solo quelli perfettamente sani. Eccoci dinanzi a un nodo veramente cruciale: chi e che cosa è l’embrione umano? Possiamo farne quello che vogliamo, praticando senza remore di coscienza una vera e propria eugenetica, sopprimendo gli embrioni difettosi prima dell’impianto o congelandoli (e in tal modo negando loro il diritto naturale allo sviluppo)?

Questo è il punto. Vi sono infatti ottime probabilità di curare numerose malattie ricorrendo alle cellule staminali non embrionali ma adulte (e dunque non sopprimendo gli embrioni), mentre non risultano analoghe possibilità di oltrepassare il problema dinanzi ad un embrione umano creato in vitro, e segnato da difetti più o meno gravi. Qui non abbiamo la possibilità di ricorrere ad altre vie d’uscita: o rispettiamo l’embrione umano sino in fondo come un essere umano a pieno titolo, oppure lo consideriamo una res nullius ed eugeneticamente lo sopprimiamo o lo condanniamo alla crioconservazione. Aggiungo che non stiamo parlando di terapie embrionali o fetali che rimangono legittime, se non implicano la soppressione del curato.

Può darsi che in futuro si possano effettuare diagnosi separate sui gameti maschile e femminile, onde selezionare quelli migliori prima della fecondazione, ma al di là dello stato attuale delle ricerche in merito, ciò condurrebbe a una completa separazione tra riproduzione in provetta e procreazione naturale, ossia alla Fivet sempre e comunque, la quale infine induce a pensare l’essere umano come mero prodotto di laboratorio: fatto, non procreato.



Il problema più scottante per il nostro futuro di uomini che intendano praticare un rispetto incondizionato per il genere umano e per ogni suo appartenente, riguarda l’illiceità della soppressione dell’embrione difettoso. L’eugenetica attuale, levigata e democratica, rigetta con orrore il sospetto di essere assimilata a quella nazista, da cui non differisce poi enormemente: mentre i nazisti praticavano un’eugenetica positiva mirando a migliorare l’ariano, e una negativa mediante la soppressione di razze ritenute inferiori e di individui "tarati", l’attuale eugenetica mira soprattutto a non far nascere i disabili. Essa si riserva l’ultima parola su come deve essere l’uomo per vedersi concesso il diritto di nascere, sebbene il diritto alla vita del portatore di malattie genetiche sia pari a quello del sano. L’eugenetica high tech, specializzata, utilitaristica suggerisce che per i disabili valga il detto: «Meglio morti che vivi». Per la mentalità eugenetica la strada è attaccare la malattia sopprimendo il malato, non farle guerra rispettando il paziente.

di Vittorio Possenti

Fonte: http://www.avvenire.it/

mercoledì 24 novembre 2010

SOCCI: SERRA E COMPAGNI, VERGOGNA!


Sul settimanale satirico “Cuore” c’era una volta la rubrica “Vergogniamoci per loro”, presentata come un “servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo”.
Forse oggi dovremmo ricordare quella rubrica proprio a Michele Serra, il fondatore di “Cuore”. Chiedendogli se non crede di meritarla dopo il corsivo che ieri ha pubblicato sulla Repubblica.
Io penso che gli esseri umani, seppure divisi da occasionali diversità di vedute, possano e debbano incontrarsi nell’universale pietà per il dolore che segna tragicamente la nostra condizione umana. Credo che Serra dovrebbe rifletterci seriamente.
Purtroppo ieri, lui che è uno degli autori di “Vieni via con me”, ha liquidato col ditino alzato la richiesta di molte persone affette da gravi malattie, che lottano per vivere e per vivere in condizioni migliori, di potersi raccontare in quel programma così come, nello stesso programma, è stata raccontata la storia di Welby e degli Englaro.  
Da una settimana questi malati lo chiedono ogni giorno dalla prima pagina di “Avvenire”, denunciano che si sentono soli, silenziati e che vogliono continuare a vivere. Ma a quanto pare Serra, Saviano, Fazio e compagni, hanno decretato che costoro non hanno diritto di parola nella “loro” televisione.
Certo la pietà verso il dolore degli altri esseri umani, visitati da malattie terribili, non è un dovere di legge. Ma quando si tratta di televisione pubblica è anche un problema collettivo. 
Il corsivo di Serra mi è parso alquanto infelice laddove definisce certi ammalati come coloro che “desiderano rimanere in vita a oltranza”. Con una vena di (spero involontaria) ironia.
Serra è arrivato a sostenere che quanti li assistono hanno “un vantaggio oggettivo” (sic!), che sarebbe quello di “operare senza ostacoli giuridici e senza alcuna ostilità di tipo etico”.
Mi auguro che chi scrive cose del genere non debba mai sperimentare direttamente, sulla propria pelle o su quella dei suoi cari, questo meraviglioso “vantaggio” di cui favoleggia.
Spero che non conosca mai lo strazio disumano di vedere un giovane figlio in coma e di non sapere se si sveglierà e in quali condizioni.
Se Serra uscisse dal suo salotto ideologico piccolo borghese, dove le parole stanno col culo al caldo come lui,  e se andasse negli ospedali ad ascoltare chi vive quel dolore feroce, imparerebbe che alla tragedia – già insopportabile – dei nostri figli crocifissi (dalla Sla o dal coma o da altri orrori) ogni famiglia deve aggiungere l’umiliazione e la sofferenza di trovarsi pressoché sola, smarrita in un inferno, senza aiuti, senza mezzi, senza sostegno (tanto che spesso qualcuno – mamma o papà – è costretto addirittura a lasciare il lavoro).
Ed è una beffa affermare che costoro non hanno ostacoli giuridici o etici.
Sulla sua comoda amaca, Serra sembra non curarsi del grido di aiuto che sale da tante famiglie che letteralmente si svenano e si sfasciano per poter soccorrere i loro figli precipitati nel buio.
Costoro non hanno diritto di raccontare la loro strenua lotta per la vita a “Vieni via con me”. Anzi.
Serra arriva addirittura a definire i cattolici, che vogliono dar voce a questi malati e alle loro famiglie silenziate, come “i forti” che pretenderebbero di coartare i deboli, perché si permettono “di protestare dall’alto di una libertà riconosciuta” per chiedere di far parlare tutti.
Ma che vuol dire? Serra scrive: “dall’alto di una libertà”. Ma di quale altezza e di quale libertà sta sproloquiando? E’ lui, Serra, che pontifica “dall’alto” della sua libertà di opinionista, sano (buon per lui) e autore televisivo.
I nostri figli invece vivono nel baratro della malattia. Dove non hanno neanche la libertà di muovere una mano o di pronunciare una parola o di mangiare.
Serra aggiunge un’altra espressione: “dall’alto di una libertà riconosciuta”. Quale “libertà riconosciuta” avrebbero un ragazzo crocifisso e i suoi genitori? Allude forse alla libertà di vivere?
Dobbiamo forse considerare  una graziosa concessione dello Stato o di lorsignori pensatori il fatto che una figlia ammalata viva?
Non credo. Tale libertà non è una concessione di nessuno stato.
Il problema è semmai rappresentato dalle tantissime libertà che questi malati non hanno. Praticamente non hanno nessuna libertà e – adesso – viene negata loro anche la libertà di gridare in televisione la loro richiesta di aiuto.
Non è serio né giusto cambiare le carte in tavola. Questi malati, insieme ai cattolici – a dire di Serra – protestano “dall’alto di una libertà riconosciuta contro chi uguale libertà non ha. Forti che protestano contro deboli: non è neanche molto sportivo”.
E’ un capovolgimento della verità scandaloso. Perché nessuno dei malati che ogni giorno Avvenire mette in prima pagina ha protestato “contro” Welby o Englaro.
Nessuno di loro ha preteso di impedire che venisse raccontata di nuovo in tv la storia di Welby o Englaro. Semplicemente chiedono di poter raccontare pure la loro.  
I “forti” casomai sono Serra, Fazio e Saviano che da tv e giornali – a loro disposizione – teorizzano che questi non abbiano diritto di parola nel loro programma (dando evidentemente per scontato che la Rai sia cosa loro e non una televisione pubblica, pagata dai soldi di tutti).
Questa logica dei forti contro i deboli si piega solo davanti ad altri forti, come il ministro dell’Interno che è riuscito a ottenere una replica, perché è un ministro potente. Ma ai deboli nulla sembra sia dovuto.
Invece tutti abbiamo – o dovremmo avere – il dovere della pietà. E della solidarietà. Parole che forse non hanno (più) cittadinanza a sinistra.

 Antonio Socci
Da “Libero” 24 novembre 2010

lunedì 22 novembre 2010

AMNESTY ELOGIA CUBA E PROMUOVE L'ABORTO


Con un comunicato del 28 settembre Amnesty International ha chiesto la liberalizzazione dell’aborto in Cile, Nicaragua e El Salvador. L’Associazione se l’è presa in particolare contro il Nicaragua sostenendo che il Paese sarebbe “andato indietro” perché ha limitato l’aborto in qualsiasi circostanza. Nel più grande Paese del Centroamerica, Amnesty insieme ad altre associazioni abortiste ha raccolto 37000 firme per chiedere l’autorizzazione al libero aborto. Inoltre, nel comunicato, Amnesty elogia il governo dittatoriale di Cuba, perché ha invece liberalizzato l’aborto diversi decenni fa. E’ perlomeno strano che la stessa organizzazione non dica nulla circa il fatto che a Cuba vige la pena di morte, applicata anche contro gli oppositori del regime. A questo proposito è drammatico constatare in che modo il regime cubano, elogiato da Amnesty, tratta coloro che difendono la vita. Oscar Elias Biscet, un medico cattolico cubano, che si è battuto contro l’aborto, l’eutanasia e le fucilazioni, è stato ingiustamente condannato nel 2003 a 25 anni di carcere.
Affermiamo essere assolutamente vergognoso, e ci domandiamo come sia possibile, che una organizzazione che dice di essere per i “diritti umani” possa accanirsi invece proprio contro i più deboli ed indifesi, i figli concepiti. Ci limitiamo a ripetere le chiare parole di Giovanni Paolo II al riguardo: “nessun movimento per la pace è degno di questo nome, se non condanna e non si oppone con la stessa forza alla battaglia contro la vita nascente”, e ci auguriamo che i molti ignari sostenitori di Amnesty, magari invece sensibili alla difesa del diritto alla vita di ogni uomo, possano ripensare il loro sostegno a tale organizzazione.

Alberto Tibaudi
Dellagiulia Piergiorgio
Movimento per la vita nella Provincia di Cuneo 

sabato 20 novembre 2010

SOCCI SCRIVE A SAVIANO

Caro Roberto,




vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.



Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).



Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.



Mi scrivesti – ti ricordi ? - quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.



Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.



Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.



Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.



Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.



Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.



Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.



A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.



Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.



La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).



E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.



Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!



Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.



Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?



Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.



Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.



Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).



E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.



Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).



Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.



Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).



Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.



Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.



In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere.

Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.



E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.



Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.



E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?



Ti abbraccio,







Antonio Socci







Da “Libero” 19 novembre 2010

lunedì 15 novembre 2010

MELAZZINI SU "VIENI VIA CON ME"

Melazzini: «Saviano e Fazio ascoltino 

anche chi vuole vivere»

FONTE: www.tempi.it

Il presidente dell'Aisla Mario Melazzini: «Questa società di benpensanti crede che la disabilità non sia conciliabile con una vita degna di essere vissuta. Se daranno voce solo a una parte saranno scorretti e antidemocratici»

di lg
«Ci sono migliaia di persone che vivono in condizioni simili a quelle di Englaro e Welby e gridano di essere sostenuti e aiutati. Ma non vengono ascoltati. Se davvero a Vieni via con me, e il condizionale è d'obbligo, venisse data voce solo alla sentenza della Corte di Cassazione, sarebbe scorretto e antidemocratico». Mario Melazzini, presidente dell'Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e malato di Sla, da anni impegnato a viaggiare per l’Italia e a dare voce ai malati che vogliono vivere ed essere aiutati dallo Stato, ha commentato così a Tempi la possibilità che, come annunciato, durante la trasmissione condotta da Roberto Saviano e Fabio Fazio, venga letto un elenco su alcuni principi di diritto sanciti dalla Corte di Cassazione che nel 2008 decretò che l'alimentazione e l'idratazione di Eluana Englaro potevano essere legalmente sospese.

Dott. Melazzini, sembra che staserà verrà data voce solo a coloro che appoggiano l'eutanasia.
Se lo faranno, eviteranno ancora una volta di tenere conto di tutte le persone che, nelle stesse condizioni di Englaro e Welby, vogliono che venga riconosciuto il loro diritto alla vita. Se loro faranno conoscere solo una voce del coro, saranno scorretti e antidemocratici.

Che cosa dovrebbero fare?
Dovrebbero sentire anche l'altra parte, quella dei cittadini italiani che rispettano chi la pensa come Englaro o Welby, ma che vogliono portare all'attenzione di tutti le persone che versano in gravi condizioni di disabilità e salute ma vogliono vivere.

Perché i malati che vogliono vivere non vengono ascoltati?Oggi c'è una incredibile carenza di sensibilità verso queste persone che soffrono. Siamo in una società di benpensanti che crede che la condizione di disabilità non sia conciliabile con una vita degna di essere vissuta. Noi chiediamo che sia rispettato il diritto alla vita dei malati in così gravi condizione di salute, e che vengano aiutati. Sembra, invece, che solo la sentenza di Cassazione meriti supporto e spazio.


VIENI A INCONTRARE

MARIO MELAZZINI

VENERDI' 26 NOVEMBRE

ORE 16.00


AULA G.126 CARD. FERRARI

IN CATTOLICA

A MILANO


SEDE CENTRALE,


LARGO GEMELLI 1

giovedì 11 novembre 2010

MARIO MELAZZINI in Cattolica

NIENTE DI INCURABILE

una testimonianza di
MARIO MELAZZINI

modera
prof. ENRICO MARIA TACCHI

"Ci sono malattie inguaribili,
ma non ci sono malattie incurabili"
Mario Melazzini

VENERDI' 26 NOVEMBRE
ORE 16.00
AULA G.126 CARD. FERRARI

UNIVERSITA' CATTOLICA
MILANO

mercoledì 10 novembre 2010

SPOT RADICALE PRO-EUTANASIA IN ARRIVO

Prepariamoci. Perché tra poco, su una serie di importanti emittenti locali lombarde, passerà uno spot pro-eutanasia. Prodotto in Australia dove però è stato subito censurato, è stato prontamente tradotto e importato dai radicali italiani, che ora ne pagheranno la diffusione. Salvo, ovviamente, l’eventuale stop del garante.


Nel video un attore, impersonando un malato, spiega che ha fatto la sua “scelta finale” e chiede che il governo lo “ascolti”. Poi, con la tattica ormai usuale del caso pietoso + sondaggi favorevoli = fate la legge che vogliamo noi, subito ci spiegano che “il 67% degli italiani è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia”.

Nulla di nuovo sotto il sole, in realtà. Nel senso che anche, tanto per fare un esempio, già ai tempi della legge 40 ci spiegavano che percentuali bulgare di italiani erano favorevoli alle istanze radicali. Peccato che, quando poi c’è stato da concretizzare il tutto, le cifre sbandierate non hanno trovato alcuna corrispondenza nella realtà dei fatti.

Tutto tranquillo dunque? Non proprio. Perché la negatività dello spot non è da sottovalutare. Guardiamo alla concretezza del messaggio e a ciò che è scritto (meglio: detto) tra le righe: il malato è solo, non è attaccato ad alcuna macchina e con una donna che resta sempre alle sue spalle, senza mai parlare. Quella che vogliono far passare è l’idea che la malattia sia una questione solo e soltanto del malato. Che – solo – può decidere che non ce la fa più e porre fine alla sua vita. E questo vale per tutti i malati, sembra dirci lo spot, non solo per i “casi limite” che vivono solo grazie all’aiuto di speciali macchinari. Tutti, a un certo punto, devono poter decidere di farla finita. E lo Stato, semplice strumento del volere di alcuni, deve anche garantire questo loro presunto diritto. Il che, ovviamente, implicherebbe il “dovere” per lo Stato di ammazzare un suo cittadino.

Agghiacciante? Non è finita qui. Perché c’è una donna che, come detto, resta ferma e zitta alle spalle del malato. Lontana da lui perché, appunto, secondo lo spot la malattia e la cura sono cose solitarie. In quella donna ferma e zitta è contenuto il messaggio (subliminare ma non troppo) che daremmo ai malati se legalizzassimo l’eutanasia. “Voi siete un peso – diremmo loro – sia per i vostri cari che per la società. Siete un costo non più produttivo, siete inutili, è meglio se vi levate di torno. Fareste un favore a voi stessi e anche agli altri”.

La spirale che si innescherebbe (e che in alcuni paesi si è già innescata) è tremenda, perché finirebbe per fiaccare anche la voglia di quelli che chiedono di lottare. Che verrebbero sempre, costantemente e continuamente, messi di fronte alla seguente scelta: “Io, Stato, ti do gli strumenti per levarti di torno senza dare troppi problemi. Sei veramente sicuro di voler continuare ad essere un peso per i tuoi cari e una spesa per le mie casse?”.

Come ricordano sempre l’oncologa Sylvie Menard e il dottor Mario Melazzini, le richieste di eutanasia dei malati sono sempre, in realtà, richieste di aiuto. E quello che è necessario fare, per rispondere al grido di dolore di queste persone, non è certo abbandonarle a loro stesse. Il modo in cui una società giusta deve rispondere a chi è debole, in difficoltà, e chiede aiuto è prendersi cura di loro. Nel vero senso della parola.

Prendersi cura di un malato non significa solo dargli il farmaco giusto, scegliere la terapia migliore e parcheggiarlo nel reparto corretto. Questa, come spiega spesso Mario Melazzini, è solo una parte. Prendersi cura del malato significa vederlo come una persona e non come una patologia ambulante. Significa rincuorarlo quando è scoraggiato, stargli vicino quando è solo, capire le sue esigenze profonde e far sì che veda nel medico non il mero esecutore di alcune tecniche (come invece vorrebbe Veronesi) ma anzitutto un volto sorridente e una mano che sostiene. Sempre.

E prendersi cura veramente non è solo una cosa “da medici”. E’, prima di tutto e principalmente, una cosa da uomini, da “animali sociali” che non dimenticano il loro essere relazionali e che danno una mano al loro simile in difficoltà. Loro chiedono l’eutanasia? E noi rispondiamo prendendoci cura veramente di ogni malato.

Un ultimo dettaglio strategico, che forse stona con il resto dell’articolo ma che è opportuno dire. Stiamo attenti! Ignazio Marino si è già espresso contro lo spot perché dice che lede alla battaglia per il testamento biologico. Ecco, qui casca l’asino. Vogliono farci credere (ancora una volta, come hanno fatto con la legge 40 e con la legge 194) che, proprio per rifiutare le richieste radicali di eutanasia a tutto tondo bisogna accettare un “compromesso”. Per esempio, come di fatto vorrebbe Marino, eutanasia solo in certi casi. Stiamo attenti a non cadere nella loro trappola, perché ancora una volta ad essere in ballo è la vita delle persone.