venerdì 18 settembre 2009

PARLA IL PROF. PESSINA

RIPORTIAMO LA NOTA DEL CENTRO DI ATENEO DI BIOETICA DELLA CATTOLICA RELATIVA ALLA RECENTE SENTENZA DEL TAR DEL LAZIO. CI ASSOCIAMO ALLA PRESA DI POSIZIONE DEL PROF. PESSINA.


Il Centro di Ateneo di Bioetica esprime una motivata disapprovazione nei confronti della recente sentenza del Tar del Lazio: in nome del diritto alla non discriminazione delle persone in stato vegetativo questa sentenza ne autorizza paradossalmente l’abbandono terapeutico e assistenziale, in netto contrasto con l’articolo 25, comma f, della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che vieta di sottrarre loro alimentazione e idratazione.

Questa sentenza sembra di fatto avallare una forma di suicidio assistito in cui il paziente può essere lasciato morire per mancanza di alimentazione e idratazione in base ad una volontà pregressa che potrebbe non essere più attuale. Inoltre, nemmeno una volontà in atto di morire potrebbe pretendere di essere riconosciuta come un valore da tutelare e come una delle libertà civili da garantire giuridicamente.

Non tutte le scelte possono avere legittimazione giuridica. La difesa della libertà e
dell’autodeterminazione trova nel criterio dell’indisponibilità della vita il suo fondamento.

Questa sentenza stravolge il significato stesso del diritto costituzionale alla salute in cui si inquadra legittimamente la possibilità del paziente di scegliere le terapie e le forme di assistenza a lui più consone per tutelarne l’esistenza. Anche questa sentenza infligge un duro colpo al modello del sistema sanitario nazionale e alla natura fiduciaria del rapporto medico-paziente, trasformata in un contratto anticipato che valorizza solo le scelte di morte.

fonte. Centro di Ateneo di Bioetica

mercoledì 16 settembre 2009

RU-486: PROTESTIAMO!!!





"La decisione dell’agenzia del farmaco di commercializzare e distribuire la Ru486 in tutte le strutture sanitarie del Paese è un evento di importanza assolutamente epocale. Del resto avevamo già notato, ai tempi dell’infelicissima esperienza di Eluana Englaro, che l’imbattersi della nostra società contro l’urto della mentalità laicista e anticristiana sta obiettivamente demolendo i punti sostanziali, sul piano antropologico ed etico, che hanno retto per più di due millenni la nostra tradizione italiana".(Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino, 4/8/2009)


La RU486 si ingerirà anche in Italia - a casa o in ospedale -, come si ingerisce nella maggior parte del cosiddetto mondo civile (verso il quale noi non abbiamo nessuna voglia di andare), e poi il meccanismo avrà il suo inesorabile e tragico esito. Questa assenza totale del rispetto per la vita, che è il rispetto per la persona e il suo destino, farà sì che il rispetto per la capacità di intelligenza dell’uomo, per la sua dedizione, per la sua capacità di sacrificio con cui le generazioni precedenti hanno costruito una società fortemente ispirata dal cristianesimo, ma sostanzialmente laica nelle sue motivazioni e nelle sue determinazioni di fondo, scompaia.

Noi siamo qui a sentirci dire che questo è il progresso, che questa è la vera autodeterminazione della donna e che questa è una società a misura della razionalità e della libertà dell’uomo. Invece è una società a misura dell’irrazionalità e della violenza dell’uomo.La moralità pubblica rappresentata dalla Ru486 è la moralità che copre il nostro Paese di una coltre terribile, la coltre dell’indifferenza e della violenza.


Facciamo sentire la nostra indignazione e chiediamo ai politici di provvedere affinché l’Agenzia del Farmaco ritiri subito il “pesticida umano” dalle vendite. Invitiamo a scrivere ai politici della propria circoscrizione attraverso il "sistema portalettere" di FattiSentire.net, utilizzabile all'indirizzo http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2 Il testo della tua e-mail giungera' a tutti i deputati e senatori appartenenti a partiti nominalmente non ostili alla famiglia.

Adesso il mio incubo si chiama Ru486

Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. «Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali»

«Me l’hanno dipinta come una pillola magica come per non lasciarmi alternative, così l’ho presa. Dopo cinque minuti mi hanno mandato a casa e li è iniziato il calvario». Mara (il nome è di fantasia) ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola.

«Perché nessuno ne parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema di aborto. Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486.

Durante il colloquio la possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito dei fastidi».

Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle.Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci.

«Non capivo, ma mi sono fidata com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche costavano ma lo facevano per me».

A distanza di tempo Mara ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano: la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle pastigliette».

«Da sola non ce l’avrei fatta»Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?».

Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola.Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento.

«Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella.

La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».Non solo il dolore fisicoAnche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto.

È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato».C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro».

«Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di più».Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così», risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo».

Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».

di Benedetta Frigerio (Tempi)

domenica 16 agosto 2009

MA NON CHIAMATELA FARMACO

La kill-pill RU-486 comuncerà a girare (anche) tra gli ospedali italiani. Certamente in un paese in cui c'è un aborto ogni 4-5 nascite non se ne sentiva esattamente il bisogno, e c'è da sperare che l'illuminata agenzia del farmaco non si accorga dell'errore fatto solo quando comincerà a morire qualcuno.

Il Ministro Sacconi vuol vederci chiaro, e fa bene. Perchè è vero che le disposizioni sull'utilizzo della pillola diranno che bisogna passare in ospedale tutto il tempo che intercorre tra l'assunzione della prima dose di veleno e l'espulsione dell'embrione, ma è altrettanto vero che chiunque, se lo vuole, può lasciare l'ospedale. Anche 5 minuti dopo un'operazione a cuore aperto (ammesso che sia in grado di firmare), quindi figurarsi 5 minuti dopo aver assunto quella che, per la mentalità collettiva, non sarà la kill-pill ma semplicemente un anti-concezionale di super-emergenza.

Perchè mai qualcuno dovrebbe sentorsi obbligato a passare tre giorni della sua vita in un ospedale per "una pillolina che tra l'altro è una conquista delle donne"? Il tutto con buona pace di quanti, al tempo dell'approvazione della legge 194/78, sostennero che serviva per evitare che il dramma dell'aborto restasse chiuso nel privato.
E con buona pace della stessa legge 194, ormai stirata oltre ogni logica nella sua parte permissiva e nascosta nella sua parte preventiva.

Al di là di queste piccole considerazioni, c'è un aspetto di tutta questa vicenda che forse è ancora più sconvolgente e che certo rivela la "cultura della morte" sottesa all'introduzione della kill-pill.
Quest'ultima, a detta di molti, sarebbe infatti un farmaco, una medicina.

Peccato che il farmaco sia qualcosa che ha lo scopo di curare una malattia o, almeno, di lenire le conseguenze di quest'ultima. La domanda allora é: se la Ru-486 è un farmaco, quale sarebbe la malattia da curare con le famigerate pillole?

La risposta è semplice e tragica al tempo stesso, così fredda nella sua tagliente banalità. La malattia è la gravidanza.

Quella che prima (cioè per quei millenni intercorsi dall'avvento dell'uomo sulla terra al 1968) era una benedizione perchè portava una nuova vita. Quella che poi è diventata argomento di "scelta" (come se si potesse scegliere su una vita che già c'è...), ora è addirittura "malattia".

E' una cosa brutta, da evitare e da eliminare a tutti i costi. Quasi un tumore...
E' il buio tetro della morte che raggiunge l'apice della sua oscurità. E' la negazione più totale ed assoluta di qualsisasi valore della vita umana. Quell'esserino che cresce nel ventre della madre non è una benedizione e nemmeno l'oggetto di una possibile scelta (che contemplerebbe, almeno, la possibilità di una scelta in senso positivo), ma solo una malattia da estirpare. Anzi, da "curare" con la Ru-486.

E intanto la popolazione invecchia, abbiamo bisogno degli immigrati ma poi non vogliamo i problemi di integrazione che questi portano, mentre la pensione diventa ogni anno un miraggio più lontano. Soprattutto per noi, "sopravvissuti" alla 194.

Una società che considera la gravidanza una malattia è una società ben avviata sulla via di un inersorabile tramonto. Perchè i figli magari costano e danno problemi, ma nessuno di noi è eterno.

Speriamo solo di capire in tempo che forse è ora di cambiare rotta. Speriamo solo che quando apriremo gli occhi e ci sveglieremo in una società vecchia e senza futuro non sarà ormai troppo tardi.

E per favore, in nome di quel pizzico di dignità che la lingua italiana ancora oggi conserva... non chiamiamo "farmaco" un veleno.

FT

domenica 19 aprile 2009

LA LEGGE SUL FINE VITA

FEDERVITA LOMBARDIA
MOVIMENTO PER LA VITA – UCSC

Vi invitano alla conferenza

LA LEGGE
SUL FINE VITA:
CONSEGUENZE E PROSPETTIVE

Interverranno:

· Sen. Emanuela Baio (PD)

· Sen. Fabio Rizzi (Lega Nord)





LUNEDI’ 27 APRILE 2009
ORE 17.00 AULA G. 003 BAUSOLA

UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
LARGO GEMELLI 1, MILANO
PER INFORMAZIONI:
movitmilano@gmail.com
Federico – 333 3698304 Camilla – 329 8662123

giovedì 9 aprile 2009

DONNA E LIBERTA'

FEDERVITA LOMBARDIA - CAV BRESCIA & CAPRIOLO -
AMCI BRESCIA – AMICI DELLE DONNE-ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO S. ELISABETTA-UFFICIO DIOC. PASTORALE DELLA SALUTE BRESCIA- SNAMID sez. Brescia


PRESENTANO

DONNA E LIBERTÀ. LE CONSEGUENZE PSICHICHE DELL’ABORTO
Corso di Aggiornamento

Brescia 8-9 maggio 2009
Sala Polifunzionale dell’Università Cattolica S.C. – Via Trieste, 17*


Coordinatori: Dr. Dario Casadei, Prof.ssa Elena Vergani

E’ stato chiesto accreditamento per: medici, psicologi e infermieri
E’ corso di aggiornamento per gli insegnanti di religione


VENERDÌ 8 MAGGIO

ore 14,30 accoglienza

ore 15.00
Apertura dei lavori: Prof. Massimo Gandolfini, Prof.ssa Elena Vergani, Dott.ssa Elisabetta Pittino

Saluti delle Autorità:
Dott. Luigi Morgano, Direttore Università Cattolica Sacro Cuore - sede di Brescia
On. Carlo Casini, Presidente Movimento per la Vita Italiano
Avv. Giorgio Maione, Assessore
Don Maurizio Funazzi, Direttore Ufficio Pastorale Salute- Diocesi di Brescia
Dott. Paolo Picco, Presidente Federvita Lombardia
Signora Erika Palazzi Vitale, Presidente Progetto Gemma
Gianmarco Quadrini, segretario provinciale UDC Brescia

ore 15,30 Il convitato di pietra: la sindrome post-aborto
Tonino Cantelmi - Prof. Ordinario di Psicologia, Università Regina Apostolorum - Roma

16,30 dibattito

ore 17.00 Maternità e gravidanza sotto il profilo psicodinamico
Dario Casadei - Psicologo, psicoterapeuta Dirigente Presidio Ospedaliero Mirano - Venezia

*Si precisa che la lezione di venerdì sera 85.09 ore 20,45 della Dott.ssa Foà si svolgerà presso la Sala Piamarta Recaldini via S. Faustino n. 74- Brescia.
ore 18.00 La relazione madre-figlio e padre-figlio in gravidanza
Gino Soldera – Psicologo, psicoterapeuta prenatale – Presidente ANPEP- Treviso

19,00 dibattito

Sera c/o Sala Piamarta Recaldini via S. Faustino n. 74- Brescia
ore 20,45 Dalla disperazione alla speranza. Casi clinici.
Benedetta Foà - psicologa junior/consulente familiare per il sostegno e l’ “Elaborazione del Lutto” per donne che hanno perso un figlio in gravidanza – Mangiagalli Milano

Interviene Stefano Conter, Cantautore

SABATO 9 MAGGIO

Mattino

ore 9.00 Le conseguenze psichiche dell’aborto: nella madre, nel padre, nei figli
Dario Casadei - Psicologo, psicoterapeuta - Dirigente Presidio Osped. Mirano- Venezia - Università di Udine

ore 10.00 Conseguenze psichiche dell’aborto nelle minorenni
Maria Pia Buracchini – Psicologa, esperta in sessuologia – Roma

ore 10,45 dibattito

ore 11,10 pausa

ore 11,20 La dimensione spirituale del post-aborto: la riconciliazione
P. Massimiliano Michielan – Docente di Psicologia dello Sviluppo Morale – Pontificia Università Antonianum - Roma

ore 12,20 dibattito

ore 12,45 pausa

Pomeriggio

ore 14,00 Il medico di famiglia e la sindrome post aborto: esperienze personali e casi clinici
Gabriele Zanola –Medico di Famiglia- Specialista in psichiatria e psicoterapia - Brescia

ore 14,20 La sindrome post aborto in medicina generale: aspetti teorici e pratici
Giorgio Cavallari – Medico di Famiglia- Vice- coord. Prov. SNAMID - Brescia

ore 14,40 dibattito

ore 15.00 Il figlio abortito: l’ “assenza” presente nella domanda di cura
Cinzia Baccaglini - Psicologa, psicoterapeuta della famiglia - Ravenna

ore 16 dibattito

ore 16,15 pausa

ore 16,30 Legge 194, consenso informato, libertà di scelta
Arturo Buongiovanni – Avvocato, perito in bioetica – Cassino

ore 17,30 La persona madre
Elena Vergani - Psichiatra – già Primario SPDC – Ospedale Molinette - Torino

ore 18,30 Questionario di Valutazione e considerazioni finali
Elena Vergani - Psichiatra – già Primario SPDC – Ospedale Molinette - Torino


Comitato scientifico ed organizzativo: Dr. Dario Casadei, Prof. Massimo Gandolfini, Dr. Piergiacomo Mantelli, Prof. ssa Elena Vergani, Dott. Paolo Gobbini, Dott.ssa Elisabetta Pittino, Dott. Stefano Savoldi, Caterina Pellizzari, Pietro Varesi

Patrocini: Comune di Brescia - Assessorato ai Servizi Sociali e alle Politiche per la Famiglia, Provincia di Brescia - Associazionismo e Volontariato, Regione Lombardia

Grafica: Dott.ssa Anna Feraboli

Informazioni: 3208862148, 3771367356, 3337903171

Iscrizioni entro il 1 maggio 2009: inviare scheda di iscrizione via email, via fax o via posta a donnaeliberta@libero.it, CAV Brescia fax 03044512, vic. S. Clemente n. 25-25121 Brescia.


Il corso è parte del progetto "Donne libere di non abortire, libere di essere madri" nell’ambito del bando della Regione Lombardia “Fare rete e dare tutela e sostegno alla maternità”.

venerdì 27 marzo 2009

LONDRA PUBBLICIZZA L'ABORTO

Proporre l'aborto (ovverosia, ricordiamolo, la soppressione di quella che è una vita umana a tutti gli effetti!!!) come soluzione di un evidentissimo problema sociale che riguarda i giovani e giovanissimi inglesi è semplicemente un tentativo di pulirsi la coscienza e girarsi, in tutta tranquillità, dall'altra parte.

Fate quello che volete, basta che poi abortite. E' questo lo sconvolgente messaggio che il governo di Sua Maestà sta facendo passare tra i più giovani. Fate quel che voltete, certo. E poi si stupiscono se alcol e droga sono una cosa normale ad età sempre più basse.

Il tentativo di diffondere l'aborto (più di quanto non sia già diffuso...) è soltanto l'ennesimo passo del ribaltamento di qualsiasi valore per lasciare spazio pieno ed assoluto ad una presunta libertà che, intesa come "faccio quello che mi pare", diventa annichilimento di sè stessi e degli altri.
L'ideologa ultralibertaria (stile marchese de Sade, per intenderci) dice che fare sesso quando, come e dove si vuole è solo un divertimento, slegando la libertà dell'atto sessuale dalla responsabilità verso il partner (una botta e via...) e verso la vita che inizia. Dice anche che drogarsi si può, e anche bere, se tutto questo aumenta il piacere personale, anche solo per una notte.

Poi, quando alla mattina ci si sveglia accorgendosi del nulla cosmico in cui si è finiti, del nulla cosmico in cui necessariamente finsice un mondo che sceglie di fare del "me stesso medesimo" il supremo giudice del bene e del male, negando qualsiasi orizzonte superiore, negando qualsiasi speranza, ecco a questo punto per riempire il vuoto ed il bisogno di qualcosa di più che il me stesso medesimo non riesce a soddisfare di nuovo sotto con l'alcol, la droga e il sesso. In un circolo vizioso che la pubblicità dell'aborto potrà solo aggravare.

Finchè non inizieranno a fare cultura della vita, ad insegnare il rispetto per sè stessi e per gli altri, a spiegare che forse c'è altro diverso dal "me stesso medesimo supremo giudice del bene e del male", a far capire che si può dare un senso alla vita anche senza passare dallo "sballo assoluto", l'Inghilterra (ed i tanti apesi europei che seguono il suo esempio) continuerà a precipitare nel circolo vizioso del nulla, nel completo annichilimento di ogni valore e, alla fine, della stessa società.
FT