mercoledì 15 settembre 2010

OFFENSIVA CONTRO L'OBIEZIONE DI COSCIENZA

Obiezione all'aborto
offensiva in Europa

Una forte restrizione dell’obiezione di coscienza è raccomandata ai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa (Coe) da una risoluzione che sarà posta in discussione nella prossima sessione plenaria dell’assemblea parlamentare, dal 4 all’8 ottobre. Il documento, di cui è relatrice la socialista inglese Christine McCafferty, approvato a maggioranza il 22 giugno nella commissione Affari sociali, sanità, e famiglia dell’assemblea, sollecita tra l’altro «l’obbligo per il Servizio sanitario di fornire il trattamento desiderato a cui il paziente ha diritto nonostante l’obiezione di coscienza» del personale medico.

Il testo si scaglia contro la mancanza di una regolamentazione «esaustiva e precisa» dell’obiezione nella maggior parte degli Stati membri che, soprattutto nel campo della «salute riproduttiva» – cioè l’aborto – bilanci l’obiezione di coscienza e il «diritto» delle pazienti. Peraltro si indica anche l’avvio di un monitoraggio per verificare che quanto prescritto dalla risoluzione avvenga, annunciando in caso contrario «un meccanismo efficace di ricorsi».

L’obiezione inoltre, secondo la McCafferty, andrebbe consentita in circostanze molto ristrette solo al medico che effettua l’aborto ma non al personale sanitario che lo assiste. Addirittura da cancellare sarebbe la possibilità che sia un’intera istituzione sanitaria ad obiettare. «Si vuole limitare fortemente l’obiezione di coscienza – commenta Luca Volontè, capogruppo del Ppe all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa –, trasfomandola da un diritto fondamentale a una eccezione».

L’esponente popolare evidenzia inoltre che il documento della McCafferty punta a imporre la sua linea a Stati che hanno già le loro norme: «Non si rispetta il principio della competenza nazionale in materie tanto delicate». Volontè individua nel documento lo stesso stravolgimento compiuto dalla McCafferty in una precedente risoluzione sul programma d’azione della Conferenza Onu del Cairo: si asserisce che l’aborto è un diritto.

«Nella nuova risoluzione – aggiunge il deputato Udc – diventa perfino un elemento esigibile del servizio sanitario di base». Invece nella stragrande maggioranza degli Stati membri «l’aborto è consentito solo quando è necessario per salvare la vita della madre, e in altri è comunque vietato». Il capogruppo punta il dito contro il fatto che «la libertà di coscienza non viene considerata un diritto naturale rioconosciuto dalle convenzioni internazionali ma è degradata a una formulazione del diritto positivo, subordinata al potere dello Stato».

Significative anche le audizioni in commissione decise dalla relatrice: tranne il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, invitata dal gruppo popolare, gli altri tre esperti ascoltati «sono in qualche modo responsabili o collaboratori delle organizzazioni pro-aborto europee e mondiali». Inoltre nella sua relazione la McCafferty ha esplicitamente ringraziato Christina Zampas, direttrice in Europa di una delle principali organizzazioni per l’aborto, il Centro per i diritti riproduttivi.

«Anche il contesto in cui si è voluto elaborare questa risoluzione – aggiunge Volontè – spiega l’intenzione di limitare notevolmente il diritto umano di obiezione di coscienza e di esaltare l’aborto, fino al punto di imporre ad altri comportamenti contrari alle proprie convinzioni».

Il Ppe si prepara a contrappore i princìpi fondamentali espressi dal suo capogruppo, «cercando di convincere i componenti delle altre formazioni politiche che su questi valori umani non sono possibili cedimenti. Sono in gioco punti basilari della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e anche la stessa sovranità degli Stati in materie tanto sensibili».
Pier Luigi Fornari

E' SULLA VITA IL NUOVO RAZZISMO

E' sulla vita il nuovo razzismo, parola del nipote di Martin Luther King

Pubblicato da Massimo Pandolfi Mar, 06/07/2010 - 12:12

leggete cosa ha detto Alveda King, nipote di Martin Luther King, il 22 giugno 2010 all'incontro del Gruppo di lavoro sulla Dignità Umana Parlamento Europeo, Bruxelles.

di Alveda Kink

Il messaggio che condivido con voi mi viene dal cuore, dall’amore per la vita e per la famiglia, e da un senso del dovere, che ho ereditato, di difendere i più vulnerabili della società. Il mio discorso oggi ed il mio lavoro come attivista per i diritti civili si basano su tre semplicissime verità: Ogni essere umano è degno di rispetto in virtù del suo essere umano; In nessun momento la vita di qualcuno diventa meno umana o più umana; Ogni vita umana inizia al suo inizio fisico.

Come risultato di queste tre proposizioni, ogni essere umano, nato o nascituro, ha dei diritti e tali diritti devono essere rispettati dalla società e protetti dalla legge. Il pentimento è il primo passo in un’anima che si sta salvando: è anche il primo passo in una cultura che sta cambiando. Lo so perché nel corso della mia vita ho visto cambiare la mia cultura, la mia America.

C’è stato tanto spargimento di sangue e tanto dolore perché alcune persone negli Stati Uniti pensavano che gli afroamericani non meritassero rispetto. Ci hanno sputato addosso. Siamo stati bastonati e picchiati. E ci hanno linciati. Siamo stati uccisi perché ci consideravano non pienamente umani. Così è con le vite dei bambini non ancora nati, che sono linciati nell’utero oggi.

Ma il razzismo non ha solo oppresso gli afroamericani, ha bruciato le coscienze degli oppressori. La gente ha scoperto che le false verità dei razzisti rendevano la loro vita più confortevole, più comoda, e furono coinvolti in quelle falsità. Dipendevano da quelle falsità. E così credevano in ciò che nei loro cuori sapevano non essere vero.

Così è oggi con le menzogne degli abortisti.I nascituri di oggi sono i neri di ieri – tenuti meglio lontano dagli occhi e lontano dal cuore perché non ci ricordino le ingiustizie che commettiamo. Il problema per gli abortisti ed i loro sostenitori però è lo stesso problema che affrontavano i segregazionisti: la realtà. I nascituri non se ne andranno via. Quindi il lavoro dell’industria dell’aborto è stato negare l’umanità di coloro che essi sfruttano e discriminano.

Ma cosa succede se, come la direttrice della clinica per aborti che ha recentemente lasciato il lavoro quando ha visto l’ecografia del bambino che stava aiutando ad abortire , non possiamo più allontanare con ragionamenti ciò che abbiamo fatto in tutti questi anni?

Cosa succede se la verità diventa così chiara e stringente che la società non può proprio continuare ad essere indifferente o complice della grande bugia? Bene, questo è il momento in cui dobbiamo fare ciò che è contro la nostra natura, dobbiamo umiliarci, ammettere i nostri torti e cambiare la nostra mentalità.E questo, infatti, è ciò che il mio paese ha fatto a causa del movimento per i diritti civili. L’America è cambiata perché gli americani sono stati toccati nei loro cuori, cuori in cui la Bibbia ci dice essere scritta la legge di Dio.

Possiamo cercare di negare le nostre coscienze, indottrinare o drogare le nostre menti così che non possiamo o non vogliamo pensare, ma il senso della giustizia e dell’ingiustizia è stato dato ad ognuno di noi. E’ proprio questa consapevolezza morale che ha cambiato la cultura dell’America sul razzismo.Credo che sia questa stessa consapevolezza morale che possa cambiare qualsiasi cultura riguardo all’aborto. Non accadrà in una notte. Ma sta già accadendo. Nei nostri cuori lo sappiamo. Per troppo tempo però abbiamo guardato dall’altra parte. Non abbiamo voluto farci coinvolgere. Ci siamo convinti che la gente non cambierà quando si tratta dell’aborto. Sono qui a dirvi che questo non è vero.

Ho visto il cambiamento in me stessa, negli altri, e nella mia nazione. Ciò che è avvenuto con la schiavitù ed il razzismo sta avvenendo ora con l’aborto. Quelli che hanno potere e che possono parlare a favore dei perseguitati devono farlo, siamo i custodi dei nostri fratelli e quel che capita a loro capita a noi.Martin Luther King scrisse dalla cella di un carcere: “l’ingiustizia, in qualunque luogo, è una minaccia alla giustizia in ogni luogo”. Che un bambino sia abortito a Birmingham nell’Alabama o a Birmingham in Inghilterra, quell’aborto è un assalto a quella che mio zio Martin chiamava la Amata Comunità.

Mio zio Martin aveva un sogno. Sognava che vivessimo ciò che è ovvio, cioè che tutti gli uomini sono creati uguali. Ha chiesto all’America di ammettere i nostri torti e di allontanarcene.Oggi, io chiedo a tutti noi, indipendentemente da nazionalità, razza o religione, di ammettere i nostri torti e di allontanarcene. Credo che negare il diritto alla vita sia la più grande ingiustizia che affrontiamo nel mondo oggi. Non c’è compassione nell’uccidere. Non c’è giustizia nell’escludere delle persone dalla razza umana.Chiedo solo: come può continuare a vivere un sogno così – il sogno dell’uguaglianza per tutti – se ammazziamo i nostri figli? Come può continuare a vivere questo sogno se neghiamo agli altri la basilare dignità umana ed il rispetto? Come può continuare a vivere questo sogno se non agiamo a nome loro?

www.massimopandolfi.it

mercoledì 8 settembre 2010

ECCO IL REGALO DI VENDOLA

Lo scherzetto abortista di Vendola

Una delibera per impedire di fatto ai consultori pubblici pugliesi di assumere medici obiettori. Ecco lo scivolone abortista del governatore che si accredita come paladino dei cattolici

di Benedetta Frigerio

Si chiama Potenziamento del percorso di nascita. Ma la delibera della Regione Puglia del 13 marzo 2010 nasconde dietro questo titolo ben altro itinerario. Voluto dall’assessore alla Sanità Tommaso Fiore, il progetto si basa sulle indicazioni contenute nel Piano regionale di salute 2008-2010. Leggendolo si scopre che ci sarà «un progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza». Ma che significa esattamente riposizionamento? Lo si capisce dall’allegato alla delibera. Al punto 4.1.4 si legge infatti che «il progetto viene parzialmente modificato destinando le risorse all’assunzione esclusiva dei medici ginecologi e di ostetriche (...) per integrare la dotazione organica di personale di n. 1 medico ginecologo non obiettore, n. 2 ostetriche non obiettrici per Asl». L’assessore Fiore, in un articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 14 luglio scorso, in risposta ai medici che hanno impugnato la delibera davanti al Tar, ha obiettato che «i medici cattolici a volte leggono cose non scritte nelle delibere». La cosa fa sorridere Donato Dellino, ginecologo del San Paolo di Bari e tra i firmatari del ricorso, secondo il quale «la norma parla chiarissimo. E data la sua gravità penso che il Tar possa solo pronunciarsi a nostro favore». Anche per l’avvocato Nicolò Mastropasqua, che ha presentato il ricorso al Tar pugliese, «il fatto è scandaloso sia perché va contro un diritto umano, non solo tutelato dalla legge 194 sull’aborto ma anche dalla Costituzione e dal diritto internazionale, sia perché si nasconde dentro una delibera lunga e dal titolo fuorviante». Secondo l’avvocato accettare la normativa della giunta Vendola significa aprire la strada legale «perché gli obiettori siano espulsi anche dalle farmacie e dagli ospedali». Impressiona pensare che i consultori siano nati per rimuovere le cause dell’aborto, mentre oggi sono invece «sempre più utilizzati per lo scopo inverso», racconta Lucia Crescini, medico presso un consultorio privato dell’Emilia Romagna. «Sì perché, di fatto – continua la dottoressa Crescini – quello che vuole Vendola nella mia regione è già realtà. Da quando mi sono laureata, nel 1980, ho cercato di entrare in consultorio diverse volte. Arrivavo sempre al vertice della graduatoria, ma poi trovavano le scuse per buttarmi fuori prima ancora di lasciarmi cominciare a lavorare. Alla fine ho dovuto rassegnarmi a stare nel privato. Però una legge qui non c’è. E avere il coraggio di arrivare persino a mettere per iscritto la discriminazione mi sembra davvero troppo. Anche se forse può spronarci a reagire a livello nazionale».

Una discriminazione già in atto
Per Dellino, infatti, non si può continuare a subire la situazione «come accade da troppo tempo. Bisogna mettersi insieme e reagire». Perché prima ancora che legislativo il problema pare essere «la paura e la solitudine che hanno ridotto l’obiezione a un atto passivo che il medico nasconde. Dovesse passare una legge simile i medici più deboli potrebbero cedere e accettare di farsi esecutori di un omicidio». Forse l’unico fatto positivo è che un’ingiustizia tanto palese e messa per iscritto può far reagire l’opinione pubblica e dare più coraggio ai medici obiettori. Nicola di Natale, presidente dell’associazione Medici Obiettori, conferma che «è vero, la discriminazione di fatto c’è. Ma anche una debolezza dei medici, basta pensare che l’Ordine non si è ancora pronunciato sul fatto. Però, la follia della giunta Vendola ci costringe a ripensare perché facciamo obiezione e cosa voglia dire». Da anni sembra che molti medici che si dichiarano obiettori lo siano più di nome che di fatto: «C’è chi stabilisce i limiti dell’obiezione e chi la sminuisce, come fosse un atto passivo. Ma la posta in gioco è diversa: io non potrei mai accettare che il mio lavoro si riduca a un non fare. Quando faccio obiezione non dico di no alla donna, ma entro in rapporto con lei. L’aiuto, le propongo un’alternativa e mi implico. Che medico e uomo sarei altrimenti? Di certo né libero né realizzato».
E questo non vale solo per il medico. Lo dimostra Crescini, che ricorda che le donne non aspettano altro che qualcuno le guardi: «Quando arrivano in consultorio convinte di abortire non hanno nessuno che le abbia mai messe davanti ad un’alternativa. Io comincio i colloqui così: “Sappia che se si siede non le faccio il certificato, ma se vuole parliamo”. Accettano sempre e paiono fiumi in piena. Posso dire che circa il 90 per cento di loro cambia idea». Ma cosa rispondere a quanti dicono che con l’aumento degli obiettori i consultori non rilascerebbero più i certificati abortivi, non lasciando quella libertà di scelta che comunque la 194 prevede? L’avvocato Mastropasqua risponde «che è una bufala. I certificati li può rilasciare qualsiasi medico, tanto che la legge non prevede questa attività nei consultori. Non c’è argomento che tenga. Perciò, se il Tar difendesse la delibera compirebbe un palese atto antidemocratico che porteremmo di fronte al Consiglio di Stato e, se non bastasse, alla Corte di giustizia europea».


FONTE: www.tempi.it

L'ITALIA CHE FA SEMPRE MENO FIGLI

Strategie per battere l’inverno demografico

Il dato ufficiale più recente parla di 60 milioni e 402mila residenti a fine marzo 2010, mentre il censimento del 2001 ne conteggiava "solo" 57 milioni. Come interpretare allora, alla luce della forte crescita osservata in questi anni, le previsioni di stazionarietà o persino di regresso demografico che abitualmente ricorrono negli scenari prospettati per il futuro? La risposta è semplice: il forte contributo netto delle migrazioni dall’estero ha fatto momentaneamente accantonare – senza peraltro fornire una cura efficace e risolutiva – la debolezza di una dinamica naturale che già oggi è eloquentemente documentata dal sorpasso delle morti sulle nascite: un surplus di circa 20mila unità (secondo i dati del 2009) che potrebbe persino arrivare a 300mila nell’arco di qualche decennio.

Non possiamo dimenticare che da più di trent’anni si afferma da più parti – e si argomenta con dati oggettivi e inconfutabili – l’incapacità della popolazione italiana di garantirsi un adeguato ricambio generazionale. Ed è anche bene ricordare che sono al pari di vecchia data sia l’analisi delle cause che stanno alla base dei ritardi e delle cadute nelle scelte riproduttive degli italiani, sia l’identificazione delle terapie con cui si potrebbe guarire (o almeno attenuare) il malessere demografico di un Paese in cui le statistiche dicono che si desiderano in media 2,2 figli per coppia, ma se ne fanno solo 1,4.

Così, anche senza dover scomodare il catastrofismo di coloro che – forse più per provocazione che per effetto di una visione realistica – vanno ventilando la prospettiva di «solo dieci milioni di italiani che vedranno la prossima fine secolo» (come ha fatto il
Wall Street Journal), basta prendere in esame le più recenti valutazioni Istat per rendersi conto di come, in assenza di segnali di ripresa della fecondità, il nostro Paese è destinato a scendere a 56 milioni di residenti nel 2051. E ciò pur in presenza di consistenti apporti netti sul fronte delle migrazioni internazionali, tali da favorire una parallela crescita della componente straniera sino a circa 9 milioni (equivalenti a 16 stranieri ogni 100 residenti).

Ma a ben vedere non è solo il calo numerico degli abitanti ad alimentare le preoccupazioni per l’inverno demografico che ci attende, sono piuttosto le modalità con cui tale calo andrà concretizzandosi. Accettare passivamente un’ulteriore discesa dalle circa 600mila nascite annue di oggi alle 400mila che vengono prospettate dai modelli di previsione – qualora non dovesse accrescersi il livello di fecondità – significa rinunciare a investire adeguatamente nel capitale umano, e quindi nel futuro del Paese. D’altra parte, teorizzare che il sostegno alla natalità offerto dall’immigrazione sia sufficiente ad arrestare, o persino ad invertire, le tendenze in atto non fa che alimentare pericolose illusioni che rischiano di impedire, o quanto meno ritardare, le necessarie azioni di intervento.

Se è vero che il contributo delle nascite provenienti dalla popolazione straniera resta importante e merita piena valorizzazione, non si può infatti ignorare che anche su questo fronte emergono evidenti segnali di adattamento dei progetti di sviluppo familiare alle difficoltà che s’incontrano nell’essere genitori oggi in Italia. I dati ufficiali mostrano infatti come tra gli stranieri residenti il livello di fecondità sia rapidamente sceso da una media di 2,50 figli per donna nel 2006 a solo 2,05 nel 2009.

In definitiva si ha l’impressione che il tempo degli scenari e delle analisi che per molti anni hanno alimentato il dibattito sul destino demografico dell’Italia del XXI secolo sia finalmente concluso. È il momento di passare dalla diagnosi alla terapia, impegnandosi in politiche adeguate a favore della maternità e della famiglia. Una strategia che va attuata con celerità ed efficacia, se non vogliamo che ciò che oggi si configura solo come un esercizio accademico – o al più come un’utile provocazione – si trasformi in un’amara realtà per le generazioni del futuro.
Gian Carlo Blangiardo
fonte: www.avvenire.it

sabato 4 settembre 2010

E POI CI DICONO CHE LA 194 "FUNZIONA"...

Aborto: ecco cosa succede in ospedale

PUBBLICATO DA MASSIMO PANDOLFI VEN, 03/09/2010 - 19:16

Al Meeting di Rimini una donna ha portato una testimonianza, tremenda, di ciò che ha visto in un ospedale e che dimostra come nella stragrande maggioranza dei casi non si faccia nulla per convincere le donne a non abortire. Ecco la testimonianza, che teniamo anonima come da richiesta della donna.

Nei primi giorni di agosto sono stata ricoverata presso il reparto di ostetricia-ginecologia di un ospedale in provincia di Parma. Penso non per caso (in quanto il reparto era mezzo vuoto!!), il giorno dopo la mia operazione, mi sono trovata in camera una ragazza venuta in day-hospital ad abortire.E’ straniera ma legge e parla correttamente l’italiano, quindi posso credere a quanto mi ha detto, affermando di non aver incontrato nessuno che le abbia offerto un’alternativa a quanto stava facendo. Combattendo la mia natura introversa ed anche la fatica fisica, ho speso tutte le tre ore che hanno preceduto l’intervento per tentare di convincerla a cambiare idea.La cosa triste è stato soprattutto il fatto che lei non aveva nessuna voglia di buttare via il suo bambino, è stata una decisione dettata esclusivamente dalla solitudine e dalla paura. Sono quasi convinta che se le prospettive che le ho accennato quel giorno le fossero state presentate prima, quel bimbo starebbe crescendo sano e forte nel suo grembo.Molto brevemente: il marito le ha detto di arrangiarsi, una precedente gravidanza l’aveva costretta a letto tutto il tempo quindi temeva che dovesse per forza succedere di nuovo, non aveva chiara la legislazione riguardo alla maternità quindi temeva di perdere il lavoro.Tutte obiezioni smontabili facilmente. Il prezzo pagato una vita innocente, in un reparto gentile, dove tutto ha concorso alla discrezione e all’anonimato, in mezzo a foto sorridenti di neonati, dove tutto, in apparenza, è un inno alla vita!

www.massimopandolfi.it

mercoledì 1 settembre 2010

BANDIERA ROSSA E FIGLIO UNICO

Giovane madre cinese rapita e sterilizzata per far rispettare la legge del figlio unico
La donna è scomparsa dal 15 luglio ed è stata sottoposta a sterilizzazione forzata. A causa dell’operazione si trova ancora in ospedale. La madre, che ha denunciato la scomparsa è stata arrestata per 10 giorni. I danni della legge sul figlio unico.

Hong Kong (AsiaNews/Chrd) – Una giovane madre di 23 anni è stata rapita e sterilizzata a forza dai membri dell’Ufficio per il controllo della popolazione del’Anhui. La notizia è stata diffusa oggi dal Chrd (Chinese Human Rights Defenders).
Li Hongmei, 23 anni, della contea di Changfeng, ha dato alla luce la sua prima bambina lo scorso 21 giugno. Il 15 luglio scorso, l’ufficio per la pianificazione familiare l’ha rapita insieme alla sua bambina. Quando la sua famiglia ha denunciato la sua scomparsa, la madre di Li, Yang Yonglian, è stata arrestata dalla polizia locale e detenuta per 10 giorni con l’accusa di “ostacolare il corso dei doveri ufficiali”.
In seguito la famiglia ha appreso che Li, madre da meno di un mese, era stata portata all’ospedale di Shuangfeng, dove i membri del controllo sulla popolazione l’hanno costretta a firmare il consenso per la sterilizzazione.
Chrd dichiara che dopo la sterilizzazione forzata Li si è ammalata e soffre di vertigini e dolori al petto. Al momento si trova ancora in ospedale.
Per garantire i programmi di sviluppo economico, e tenere basso l’incremento della popolazione, la Cina ha adottato dalla fine degli anni ’70 la legge del figlio unico che permette a una coppia di avere solo un figlio. A ogni provincia, città, villaggio viene fissata una quota annuale di nuove nascite. Per rispettare la quota i rappresentanti dell’Ufficio per la popolazione ricorrono ad aborti forzati (anche al nono mese), sterilizzazione delle donne e dei maschi, enormi multe fino a uno-due anni di salari annuali per chi ha un secondo figlio.
Sociologi ed economisti mettono in guardia da tempo sul veloce invecchiamento della popolazione. Inoltre, per la preferenza sul figlio maschio da parte di contadini, si è diffusa la pratica degli aborti selettivi, uccidendo i feti femmine e creando un pesante squilibrio nel rapporto fra maschi e femmine. Per questo, diverse personalità chiedono che lo Stato cambi la legge del figlio unico, permettendo di avere almeno due figli per coppia. Ogni anno, però, il governo riafferma la “bontà” della legge sul figlio unico.

SE IL CONSULTORIO CONSIGLIA L'ABORTO

LA TUTELA DELLA VITA

Incinta, chiede aiuti al consultorio
La risposta: abortisca

Teresa accarezza continuamente il suo pancione, come se dovesse ancora proteggere quel figlio che cresce da tre mesi nel suo ventre. «Ora che è qui dentro è al sicuro, ma quando nascerà sarà molto dura per noi». Sorride comunque, finalmente. Non ha più paura di affrontare la sua nuova vita da ragazza madre, «io non sono più sola, c’è lui con me – dice mentre indica quel miracolo che l’ecografia ha già scritto che sarà un "lui" –. Siamo in due, solo noi due». Un lui che chiamerà Francesco e nascerà a marzo: «Questo bambino è stato concepito in Umbria, la patria di Francesco d’Assisi, vorrei che portasse il suo nome». La luce della vita, Teresa l’ha riscoperta dopo settimane di vuoto e di confusione, attraversate di tanto in tanto anche dalla voglia di farla finita. «Come potevo pensare – ribatte – di far crescere un figlio da sola, senza lavoro, senza casa, senza un compagno e senza un soldo?».

Quasi trent’anni, due sorelle all’estero e una mamma che non sente da anni, un diploma da odontoiatra, per ora inutilizzato. Poi quel compagno che «pur dicendo di desiderare come me un bambino, se ne è tornato in Tunisia» con il suo bagaglio di bugie. E non ha più nessuna intenzione di venire in Italia. Teresa parla tenendo lo sguardo fisso a quel figlio che le sta dando il coraggio e la forza di affrontare mille difficoltà. Lei, cardiopatica e con una gravidanza a rischio, però, ha deciso di andare avanti. Eppure, sola e disperata, il 30 luglio stava per cancellare quella vita che tanto aveva sognato. «Io lo volevo, l’ho voluto fin dall’inizio – racconta – ma ero talmente confusa che avevo già avviato le pratiche per l’aborto. Mi sentivo un mostro, comunque, una donna indegna di vivere. Per fortuna non ho avuto la forza di presentarmi in ospedale quel giorno». Infine la decisione di rivolgersi ad un assistente sociale nel suo municipio a Roma.

«Cercavo una parola di conforto, un posto dove stare, visto che dovevo lasciare il mio appartamento perché non potevo più permettermelo – confessa –, cercavo un aiuto ed invece...». I suoi occhioni neri si sono riempiti di lacrime quella mattina d’inizio agosto, quando le uniche parole di sostegno che ha avuto sono state quelle che mai nessuno si sarebbe immaginato. «Non possiamo fare molto per lei, non abbiamo grandi risorse. Ma non si rende conto che sarà difficile nella sua situazione crescere un bambino? Forse sarebbe il caso di pensare all’interruzione di gravidanza». L’assistente sociale non ha prospettato grandi alternative; in più le sue ferie sarebbero cominciate il giorno successivo e, quindi, pochi i tentativi da fare. Una telefonata dai servizi sociali effettivamente il giorno dopo è arrivata con una probabile sistemazione per soli due mesi e l’invito a risentirsi al rientro dalla vacanze.

«Ho pregato molto il Signore quella notte, non sapevo cosa fare, pregavo per il mio bambino e per quelle mamme come me che nessuno sente gridare in silenzio. Mi sono sentita come se tenere il figlio che già amavo immensamente fosse il reato più grande che potessi fare». Teresa fa una pausa. Poi spiega dell’incontro con un vecchio amico vicentino e, grazie a lui, del contatto col Centro di aiuto per la vita della Capitale. «Lì ho trovato innanzitutto il conforto e l’ascolto di cui avevo bisogno, oltre ad un aiuto materiale – aggiunge –. Mi hanno sistemato in una casa-famiglia dove potrò stare anche dopo il parto. Sempre grazie a loro ho un ginecologo di un grande ospedale romano che mi segue gratuitamente e che conosce bene la mia patologia».

Al tavolino di un bar, giocherellando con la cannuccia della sua acqua e limone, Teresa non nasconde la rabbia per quel «muro di insensibilità» che ha trovato, e continua a ricevere, proprio da chi invece dovrebbe aiutare. Per vivere ora, oltre ad un piccolo contributo del Cav, si arrangia come può, vendendo anche le sue originali lampade su internet. «Non voglio sentirmi una parassita dello Stato – dice lasciando per un attimo cadere gli occhi sulla lana che ha appena comprato per la copertina del suo Francesco –. Come è possibile in un Paese moderno e credente che i servizi sociali mi dicano di abortire, di dormire in alloggi di fortuna o addirittura di andar via dall’Italia per farmi aiutare delle mie sorelle all’estero?». Alle sue tante domande per adesso non trova risposta, ma ha un’unica certezza: quando Francesco nascerà vorrà impegnarsi perché nessun’altra donna viva ciò che ha passato lei. Tra qualche giorno sarà il suo compleanno, ma la vita le ha già riservato il regalo più grande.
Alessia Guerrieri
fonte: www.avvenire.it