martedì 7 dicembre 2010

LO SCIENZIATO CHE DICE SI' ALLA VITA

Vescovi, da scienziato a "stregone" per aver detto no alle staminali embrionali



fonte: www.ilsussidiario.net

E’ uno dei pochi scienziati che il mondo ci invidia. E ha fatto in fretta, per essersi laureato in biologia iscrivendosi a un corso universitario serale, mentre di giorno lavorava al mercato per tirar su qualche lira. Da lì al Canada, Calgary University,  dove per caso, si fa per dire, scopre la possibilità di isolare cellule cerebrali umane, e comincia a studiare tutte le prospettive  che si aprono alla medicina. La cura che viene da dentro, come spiega il titolo di un suo libro. Vescovi parla alle Accademie USA come ai ragazzi dell’Università di Milano Bicocca, con la stessa scioltezza, sincerità. Controcorrente. Da quando ha preso dichiaratamente posizioni pro life l’intellighenzia nostrana lo ascolta con sufficienza, lo guarda con sospetto, soprattutto gli lesina passerelle e riconoscimenti. In Italia si passa rapidamente dallo status di genio a quello di fanatico, da libero pensatore a oscurantista servo del Vaticano.

Vescovi dirige l’Istituto Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e la Biobanca delle staminali cerebrali di Terni. Sono cellule di grado clinico, ci dice, certificate GMP secondo i parametri più selettivi al mondo, che una volta prodotte possono essere trapiantate nei pazienti, e in linea di principio sono applicabili a qualunque malattia nervosa. “Abbiamo chiesto all’ISS il permesso di sperimentare sui pazienti di Sla, per poi allargare ad altre sperimentazioni. Se abbiamo i soldi…”. Al Congresso mondiale di Neuroscienze di san Diego, il 16 novembre, ne è stata data notizia. “Qualche giorno dopo  sul Sole 24 Ore  è uscito un articolo che ci definiva una sorta di stregoni, che trattano gli uomini come cavie…Ci hanno chiesto i dati. Hanno fatto due interrogazioni parlamentari. I dati, sotto responsabilità penale, vengono presentati all’ISS che ce li ha chiesti, com’è ovvio!”. 

Non è il primo degli attacchi. “Dopo il referendum del 2005 ho dovuto lasciare il San Raffaele perché mi è stato reso impossibile lavorare. Ho pubblicato uno scritto su Nature prima di andarmene, per poter dire: l’ho fatto di mia scelta, non potete mandarmi via dicendomi che non sono capace. Nelle Università parecchi colleghi mi definiscono un millantatore, un “sedicente ricercatore”.  Sono stato estromesso a viva forza da un progetto della Comunità Europea che si chiamava Fungenes. E il comitato che decideva chi restava e chi no aveva al suo interno il vicedirettore di una company inglese che lavorava sulle staminali.”

Eppure ha sempre buona stampa. “Prima. E resta qualche giornalista coerente e aperto, che continua a cercarmi. Ma molti che mi telefonavano un giorno sì  e l’altro pure, prima del referendum, sono spariti. Non citano neanche più le mie pubblicazioni scientifiche”.
Si è chiesto da dove vengono questi attacchi, e perché? “Se riesci ad andare in clinica senza ammazzare i pazienti, anzi se dici che potrai perfino curarli con un  metodo eticamente accettabile, le bugie propagandate sulle staminali embrionali crollano di colpo. E’ stato detto ai malati che il modo più efficace per alleviare le loro sofferenze è lo studio sugli embrioni: in questo modo scavalcano il problema etico. Giustificano con la scusa di aiutare il paziente la distruzione di vite tramite frollatura, non saprei usare altro termine, o la creazione di altre vite da distruggere.”

Si sostiene che con le staminali embrionali si sono ottenuti risultati importanti per curare malattie terribili. “Falso. E’ stata avviata la prima sperimentazione ufficiale due mesi fa. Non c’è niente! E avremmo potuto lavorare con buona pace degli embrioni da almeno 5 anni, utilizzando le risorse in altro modo”. Ci sono anche interessi economici, oltre che ideologici? E di carriera? “Spesso gli interessi non hanno a che fare coi trapianti sui pazienti, ma per esempio con la ricerca sui farmaci. C’erano anche in Italia compagnie di biotecnologie che si vantavano di fare questo, succhiandosi tra l’altro soldi pubblici.”
 
Ma lei avrebbe problemi a lavorare su embrioni criocongelati, frutto di fecondazioni assistite non andate a buon fine? “Sì, avrei problemi. Intanto, non c’è bisogno di congelare degli embrioni per la Fivet, bisogna dirlo una buona volta, quindi sono stati congelati per un approccio sbagliato alla tecnica. Se non si potessero più impiantare e andassero distrutti, potrei vedere il senso di un loro utilizzo. Solo ed esclusivamente se qualcuno nel frattempo ha fatto qualcosa per bloccare la continua produzione di soprannumerari. Altrimenti è un’ipocrisia: quelli prodotti fino a una certa data possono essere utilizzati. Ma intanto vanno avanti a produrne! “

E comunque lei sostiene che non ce n’è bisogno. “Non io. Sapendo delle cellule somatiche, dei lavori del giapponese Yamanaka, sapendo che puoi sperimentare sulle cellule embrionali di scimmia, o di topo, che necessità abbiamo di usare embrioni umani? E’ una sconfitta per la scienza. Produrre esseri umani per distruggerli, invece che far di tutto per aiutare la vita, curarla.”
Chi invece  l’ha aiutata? “Tanti hanno avuto la sensibilità di investire nelle ricerche cui sto lavorando, e voglio fare dei nomi, come la Neuroton Onlus, l’Associazione Mielolesi, la Fondazione Borgonovo, addirittura la Fondazione  Milan, personaggi pubblici come Maurizio Costanzo,  Raoul Bova e Formigoni, che ci ha aiutato a fondare al Niguarda l’Istituto di Ingegneria dei tessuti.

O il ministro Fazio. Eppure, viviamo in una condizione di solitudine sconcertante. Si investe tanto in emotività sugli eventi musicali, sportivi…se si mettesse un decimo di quell’interesse e passione, oltrechè di denari, per chiedere che si sviluppino terapie a partire dalle staminali…Mi creda, l’indifferenza è peggio degli attacchi. Quelli si  smontano, perché nascono dall’ignoranza, nel senso di ignorare le cose, i fatti. Ma  se alle telefonate minatorie a te e alla tua famiglia,  aggiungi il fatto che non hai neanche un laboratorio dove lavorare… Ed io sono già stato fortunato. Altri colleghi sono tornati in Usa. Per forza”.

Che risultati vorrebbe raggiungere, che cosa aspetta, dopo trent’anni di lavoro? “Già l’averci provato è significativo, ma vorrei ottenere la possibilità di sviluppare delle terapie per i malati. Come ricercatore sono già contento, ma mi piacerebbe alleviare le sofferenze o almeno aprire la strada a tecniche che riusciranno a farlo, in un giorno vicino”.

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