mercoledì 9 febbraio 2011

MELAZZINI: VI RACCONTO LA MIA VOGLIA DI VIVERE

L'intervista del Sussidiario.net al dottor Mario Melazzini


Due anni fa si spegneva Eluana Englaro. Mentre all’esterno, dai tribunali ai giornali alle aule parlamentari imperversava una battaglia senza tregua, nel chiuso della clinica “La Quiete” di Udine il neurologo che seguiva Eluana da anni, Carlo Alberto Defanti, ne certificava la morte, dovuta ad arresto cardiaco, dopo che il personale medico incaricato aveva interrotto l’alimentazione e l’idratazione. 
«Dobbiamo cercare di dare a questa giornata il significato che merita: dar voce a chi voce non ne ha, ma soprattutto a quelle persone che non vengono ascoltate. E fare di tutto per ridurre l’isolamento e l’abbandono delle famiglie e di chi è nella condizione di Eluana». Chi parla è Mario Melazzini, medico, afflitto da sclerosi laterale amiotrofica. Al sussidiario Melazzini racconta di sé: della malattia, di un’insopprimibile voglia di vivere, e di come si possa accettare una condizione che non smette di interrogare la nostra ragione.

Melazzini, in che modo la vicenda di Eluana ha toccato la sua vita di uomo e di malato?

Mi ha portato a riflettere su come una persona disabile, legata ad una patologia neurodegenerativa, viene vista da una parte consistente della nostra società. Una società che ha trattato Eluana non come una persona, ma solo come un corpo senz’anima. È prevalsa l’idea che alcune malattie o condizioni di grave disabilità non siano conciliabili con una vita degna di essere vissuta. È la stessa idea che ha ucciso Eluana.

Proprio su questo il paese si è diviso: 17 anni di stato vegetativo non sono una vita che vale la pena di vivere.

No invece, perché la dignità di ogni vita ha un carattere ontologico e non può dipendere, come molti continuano a sostenere, dalla sua «qualità». È questo l’esito di una riduzione utilitaristica e costruttivistica,che volendo liberare l’uomo dalla sua condizione presente, gli nega ogni dignità. Nessuno, e sottolineo nessuno, può decidere che una vita non vale la pena di essere vissuta.

Non abbiamo il diritto a disporre di noi stessi, neanche in una situazione così drammatica?

Si parla molto di diritti, ma forse dobbiamo cominciare a tutelare il principale diritto che è il diritto alla vita, in qualsiasi condizione, dal concepimento alla sua fine naturale, anche con la malattia. Un paese che voglia definirsi civile dev’essere in grado di mettere tutti i suoi cittadini nella condizione di vivere con dignità anche l’esperienza della malattia e della disabilità.

Che cosa auspica, Melazzini?

Basterebbe che il ricordo di questa giornata non fosse l’ennesima occasione per contrapporsi su ideologie o posizioni legate a schieramenti politici. Dovremmo far tesoro di quanto è successo perché non possa più accadere, perché quello che è accaduto è stato un atto di totale abbandono, l’abbandono di una persona che aveva solo bisogno di essere nutrita, idratata e accudita con affetto. Questa è la lezione. Una società vera non uccide, ma si fa carico dei più deboli con amore e li accompagna lungo tutto il percorso della vita.

Lei mangia e beve con l’aiuto di un sondino. Come vive questa sua condizione di disabilità?

Per me è ormai la normalità. Non lo considero né un atto di forza né un atto di violenza, e nemmeno un atto terapeutico. Certo, chi non preferirebbe mangiarsi un bel piatto di pasta? Nella nostra vita diamo per scontate davvero tante cose. Quando ci imbattiamo in un evento legato a qualcosa che ci fa provare angoscia, come una malattia, lo rifiutiamo e questo fa parte del vissuto della persona umana. Ma oggi abbiamo la fortuna di avere a disposizione strumenti che possono garantire in qualche modo un percorso di vita anche in stato di malattia, e con dignità.

A cosa non rinuncerebbe mai?

Alle persone che mi stanno accanto. Basta a volte la loro presenza, uno sguardo. Mi infondono quella grande dignità che a volte si pensa di poter perdere. Sono convinto che da questi semplici atti quotidiani chiunque di noi può trarre non tanto un insegnamento, ma la semplice consapevolezza che anche in determinate condizioni tutto può continuare, come si dice, con qualità. Una qualità «riprogrammata» sul proprio percorso di vita, quello dettato dalle circostanze che non possiamo mutare.

Affrontare una situazione come la sua, così limitante, è questione di razionalità? Di coraggio? Di fede?

È un percorso che va metabolizzato. Non è stato semplice, all’inizio ragionavo nel modo in cui avviene intorno a noi: no, dici a te stesso, una vita così è impossibile. Ma nulla è impossibile, se c’è la consapevolezza che si matura pian piano, in un percorso legato all’esplorazione e alla conoscenza di quanto si può effettivamente sostenere nella malattia. Certo posso solo parlare della mia esperienza personale. Ma grazie alla malattia ho imparato ad accettare il mio limite.

Lei è credente. Che posto ha la fede in tutto questo?

La fede ha aumentato in me la consapevolezza di essere immerso in un Mistero che, come tale, mi rende partecipe di qualcosa di più grande di me. È qualcosa che ti cambia nel profondo, e sostiene il tuo percorso razionale di accettazione fatto di negazione, di rifiuto, di rabbia, fino a che non ti è dato di accettare e di capire. La fede conduce alla consapevolezza, passo dopo passo, che quel Mistero esiste e che per questo c’è una ragione profonda per tutto ciò che accade, male compreso. Io sto cercando, grazie ad esso, di vivere la mia situazione come un valore aggiunto, sia come uomo sia come professionista, ma soprattutto come malato.

Ha detto che grazie alla malattia ha imparato ad accettare il suo limite. Che vuol dire?

Se non temessi di essere molto presuntuoso, direi che il mio stato è qualcosa che mi accompagna e mi educa, progressivamente. Mi sento molto fortunato in tutto questo; anche se non le nascondo che preferirei tornare ad andare in bicicletta... però siccome per il momento non è possibile - per il momento: mai dire mai - andiamo avanti.

Non tutto dipende da noi, molto dipende anche dalle leggi. Lei sente tutelata la sua vita?

Le darei una duplice risposta. Come medico e professionista, le posso dire di sì. Come paziente e come persona fragile, invece, ho scarsa fiducia nell’interpretazione di quella che è la reale presa in carico della persona e dei suoi familiari da parte sia del medico, sia delle istituzioni. Sarebbe fondamentale mettere dei paletti molto solidi, perché io non voglio, su di me e su altri, che qualcuno possa decidere di considerare come atti terapeutici mezzi di supporto vitale come la nutrizione o l’idratazione o il supporto ventilatorio, e come tali farne oggetto di interruzione terapeutica.

Sono due anni che si parla di una legge che non arriva…

Quando una persona si avvicina alla fine, chi fa bene il medico con scienza e coscienza è in grado di comprendere se ciò che si sta facendo è o non è accanimento terapeutico. Però, per ovviare al fatto che su dieci professionisti uno solo possa valutare correttamente la situazione, sarebbe importante avere a disposizione qualcosa che tuteli quelle persone non in grado di esprimere la propria volontà nel momento attuale. La grande paura è di non riuscire a tutelare le fragilità più gravi, e che determinate condizioni possano diventare fattori di emarginazione e soprattutto di costo sociale.

Quanto pesa la solitudine in queste situazioni?

Può risultare mortale. Sono convinto che determinate scelte rinunciatarie non siano dettate da una scelta razionale, ma da una situazione di abbandono e di elevati costi, non solo di tipo economico, che vengono a gravare solo sulla persona e sulla sua famiglia.

In quello che dice, lei sembra tutt’altro che prigioniero di se stesso.

Può sembrare una situazione mostruosa, ma non è così. Il paradosso è che una condizione che ci piove sul capo, apparentemente inconciliabile con la vita e che mortifica senza posa il nostro corpo, faccia brillare ancor di più tutto ciò che c’è nella persona, le sue emozioni, la sua anima. Io questo lo sto imparando quotidianamente dalle persone malate, dall’amore con cui i familiari le accudiscono, dallo sguardo anche con cui queste persone rispondono. Siamo qui a toccare con mano che l’essere conta infinitamente più del fare.

(Federico Ferraù)



FONTE: www.ilsussidiario.net

ELUANA: FINALMENTE VIEN FUORI LA VERITA' SU COME LA UCCISERO

Pubblichiamo qualche stralcio di Eluana. I fatti(144 pagine, 12 euro), il libro appena mandato alle stampe dai giornalisti Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola per l’editrice Àncora (in coedizione con Avvenire). Il testo svela gli aspetti più sconosciuti della vicenda Englaro, Fatti spesso e volentieri censurati, ignorati, tralasciati o “mascherati” da gran parte della stampa italiana.

Così è (se vi pare)
Se Eluana fosse una malata terminale, la sua uccisione apparirebbe «meno grave», una sorta di anticipazione di quanto comunque presto sarebbe avvenuto. Non solo: se fosse sofferente, se il suo corpo fosse devastato, toglierle la vita sembrerebbe una forma di pietà, la fine di un accanimento terapeutico. In realtà Eluana non soffriva affatto del suo stato – come ammette lo stesso dottor Defanti – ma fior di giornali hanno contribuito a deviare quest’informazione.
Englaro racconta un’Eluana scarnificata e inguardabile, «dalla faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo», che «pesava meno di 40 chili», le cui «braccia e gambe erano rattrappite», con il viso tutto piagato da «quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere ma a lei anche in faccia» (Corriere della Sera, 10 febbraio). Offre così un quadro raccapricciante di sua figlia, un ritratto incredibile per chi solo pochi giorni prima, a Lecco, aveva visto una paziente ben curata, forte, sana e dalla pelle intatta. E soprattutto che sarà presto smentito dall’autopsia.

Nella stanza di Eluana
Un lenzuolo candido copre la ragazza che giace distesa su un fianco, il destro, così la vediamo di spalle. O meglio, di spalle vediamo una testa di capelli lucidi e neri, tagliati corti, non cortissimi. Quella dunque è Eluana, ci siamo.
Mezzo giro intorno al letto e siamo faccia a faccia: buongiorno, Eluana. Non è più la ragazza delle foto, ma chi poteva essere così stupido da pensarlo, nessuno di noi è la persona che era vent’anni fa. Però una cosa colpisce subito: Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto…
Di lei vedo le braccia e quelle sono tornite, sode, in carne come mai avevo visto nei numerosi “stati vegetativi” che avevo conosciuto, e pure il volto è rilassato, pieno, normale, non abbrutito da quelle tipiche espressioni deformi che avevo incontrato, bocca spalancata, bava che cola, guance scarne, una sorta di urlo muto di Munch.
È primo pomeriggio ed Eluana è sveglia: «Apre gli occhi all’alba e li richiude la sera, di giorno non dorme», spiega suor Rosangela, che resta in camera con noi e parla poco.

Con la scusa di curarla
Eluana viene ricoverata nella casa di cura “La Quiete” grazie a un “Piano di assistenza individuale” finalizzato al «recupero funzionale e alla promozione sociale dell’assistita», oltre che al «contrasto dei processi involutivi in atto»: cioè per essere curata. (…) Una novità la si scopre leggendo ciò che confida il 4 febbraio al Gazzettino Maurizio Mori (presidente dell’associazione Consulta di bioetica onlus, che segue da molto tempo e da vicino Beppino Englaro): al momento d’avviare le procedure per il ricovero a “La Quiete” c’è «una lista d’attesa, ma le gravi condizioni di Eluana hanno richiesto una sorta di procedura d’urgenza». Il dottor Carlo Alberto Defanti, nella certificazione sanitaria che precede la ragazza alla casa di cura, aveva scritto come anamnesi che la paziente «non ha avuto in passato patologie rilevanti» e nella diagnosi aveva parlato di «stato vegetativo permanente post-traumatico», giudicandola in «buone condizioni di salute». Aveva certificato che il suo ciclo sonno-veglia è «normale» e che «non ha piaghe da decubito». Quali sarebbero le «gravi condizioni» che hanno legittimato «una sorta di procedura d’urgenza»?
L’Unità di valutazione distrettuale della Asl di Udine autorizza l’accettazione affermando che Eluana ha una «rete familiare in difficoltà nella gestione assistenziale», quindi le serve «assistenza per le attività della vita quotidiana nelle 24 ore».
La ragazza entra il 3 febbraio e immediatamente viene ceduta all’équipe capeggiata da Amato De Monte, l’associazione Per Eluana: il cui operato (previsto in un protocollo firmato il giorno precedente) mira all’opposto del recupero e della cura di Eluana!

Un’autopsia imbarazzante
Da quelle pagine, si desume, «di piaghe neanche l’ombra». L’11 febbraio è anche il giorno in cui iniziano a circolare altre verità: «Secondo i periti era in buone condizioni di nutrizione», scrive l’Ansa. «Al momento del decesso pesava 53 chili», rivela il Corriere della Sera: altro che «meno di 40 chili», dunque. Eluana pesava 56 o 57 chili prima di partire per Udine. Infine la notizia più grave: «È stato calcolato anche il peso del cervello, sarebbe uguale a quello di una persona normale». Per la pubblica opinione è un fulmine a ciel sereno: il gruppetto di medici aveva infatti assicurato cose ben diverse. Che lei morendo non avrebbe sofferto perché «il suo cervello, come quello di Terri Schiavo, è ridotto almeno alla metà del suo peso».

«Alzheimer, ovvero non-persone…»
Al congresso della Società italiana di neurologia, Defanti nel 2007 tiene una relazione intitolata “Etica del prendersi cura dei pazienti con demenza”. Leggiamo: «L’invecchiamento e ancor più la demenza sollevano il problema del valore della vita umana. Certo è che davanti a una vita molto diminuita, per esempio a quella di un demente in fase avanzata, l’interrogativo se la sua vita abbia lo stesso valore di quella di uno di noi sorge abbastanza naturalmente… Un problema peculiare della demenza è quello dell’identità personale (Ip) – sostiene ancora Defanti –. Il concetto è controverso. Vi è infatti discussione su un punto: se cioè dopo la perdita dell’Ip il soggetto che resta è in certo modo “un’altra persona”», cioè «ha perso le caratteristiche stesse di persona (= è una non-persona)». Il malato di Alzheimer, spiega infatti, non ha più nemmeno la capacità di riconoscere se stesso e i suoi cari, e «questo cambiamento fa sorgere inquietanti interrogativi, ad esempio, se sussistano verso la persona così cambiata gli stessi doveri di prima, per non parlare dell’affetto».

Un disegno che parte da lontano
Era la fine del 1995. «Ricordo ancora – attacca Mori – la telefonata fattami da Defanti: “Ieri sera sono venuti da me i genitori di una giovane che, dai referti presentati, è in stato vegetativo permanente. Si è trattato di una situazione molto difficile, ma anche bella e coinvolgente… Ho spiegato loro cosa si fa negli Usa e in Gran Bretagna e che avremmo potuto parlarne con maggiore attenzione e distensione”».
La telefonata di Defanti a Mori continua. Il neurologo offre anche un profilo psicologico degli Englaro: «Sono persone di grande caratura e, mi pare, molto decise: forse sono in grado di portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan o di Tony Bland (battaglie legali per l’eutanasia, la prima negli Usa nel 1990, la seconda nel Regno Unito nel 1993, nda). Vedremo! Per ora ho assicurato loro il mio interessamento: studierò meglio il caso dal punto di vista clinico e poi valuteremo se ci sono le condizioni per procedere e come si svilupperà la situazione. Ma sono persone serie, vanno seguite!».

Il bluff della spina
Quasi tutte le testate si ostinano a parlare di «spina» e di «staccare», ma non dicono che quello di Eluana è un letto normalissimo, così come la sua stanza. Nessun macchinario, nessun monitor. Soprattutto niente che si possa staccare. Se si vuole che Eluana muoia bisogna agire, in un modo o in un altro, perché non ha malattie, non dipende neppure da un respiratore, e al di là della lesione cerebrale dovuta all’incidente non c’è nulla nel suo corpo che non funzioni, è una grave disabile come tanti altri, non una malata terminale. La soluzione potrebbe essere un’iniezione come avviene in molte nazioni per le esecuzioni capitali, ma il metodo è barbaro, così come l’ipotesi di un soffocamento. Più «accettabile», anche se più lungo, appare lasciarla senza alimenti e senz’acqua finché non si spegnerà. Un sistema che avrebbe lo stesso risultato con qualsiasi paziente incapace di reagire, non solo le migliaia di stati vegetativi in Italia, ma tutti i bambini nati con cervello atrofizzato, i disabili gravissimi o i malati di Alzheimer, per citare alcune delle vite «non degne».

La presunta volontà
Centinaia di altri genitori, che da molti anni lottano eroicamente giorno e notte per tenersi in casa i loro figli disabili, si sentono annientati: «Se lui è premiato, vuol dire che noi abbiamo sbagliato tutto…». Un uomo di Roma, Claudio Taliento, che da sei anni accudisce la moglie in stato vegetativo, va per logica: «Ora anche lei è potenzialmente sopprimibile: basta trovare un testimone che dica: “Non avrebbe voluto vivere così” e posso sopprimerla». Non entriamo nel merito del premio dato a Englaro, ma sarebbe un bel gesto che l’Unci desse la stessa onorificenza anche a uno di questi padri. Uno soltanto, per tutti i 2.700. Di loro, lasciati soli, i giornali non parlano e le istituzioni si dimenticano.

I due autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro alle famiglie con figli in stato vegetativo indicate dall’associazione “Gli amici di Luca onlus”, che opera nella “Casa dei Risvegli Luca De Nigris” di Bologna.



FONTE: www.tempi.it

sabato 18 dicembre 2010

LA SENTENZA: NON ESISTE IL DIRITTO ALL'ABORTO


di Marco Respinti - La Bussola Quotidiana
17-12-2010


La buona notizia è che ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha finalmente e con chiarezza stabilito che nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali non esiste alcun diritto all’aborto. Quella meno buona è che contemporaneamente la Corte rimanda ai parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Unione Europa ogni decisione legislativa sul punto. L’ambiguità sta tutta nel fatto che se, in teoria, il secondo provvedimento garantisce una misura di democrazia assolutamente necessaria dentro le istituzioni europee, salvaguardando il principio della sovranità nazionale, in pratica sposta solamente il problema quasi fingendo di non vedere quali siano gli orientamenti legislativi della stragrande maggioranza dei parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea in tema di diritto alla vita. Del reste, proprio una delle eccezioni storiche all’orientamento filoabortista della media delle legislazioni nazionali, l’Irlanda (lì l’aborto è vietato se non in casi rari e particolarissimi), è stato il casus belli.


La sentenza di Strasburgo ha chiuso ieri il caso, noto come “ABC”, aperto nel 2005 dal ricorso presentato da tre donne (due irlandesi e una lituana residente in Irlanda) contro la legislazione non-abortista del Paese accusato per questo motivo di violare l’articolo 8 della suddetta Convenzione europea (un trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa ed entrato in vigore nel 1953), il quale tutela il «diritto al rispetto della vita privata e familiare».

Per abortire le tre donne si recarono a suo tempo, come di triste prassi in questi casi, in Gran Bretagna. Una di esse era appena uscita dal cancro e chiedeva di abortire temendo che portare a termine la gravidanza indesiderata avrebbe causato una recrudescenza del male. A lei, solo a lei, la Corte di Strasburgo ha dato ragione, ravvisando una violazione del famoso art. 8 e quindi condannando l’Irlanda a risarcire la donna con 15mila euro.


Ciò che però ha fatto ieri Strasburgo è stato solo riconoscere una violazione di quell’articolo della Convenzione, non il sostenere che esso contempli positivamente il diritto all’aborto.
Certamente, nel caso concreto, l’art. 8 è stato strumentalmente utilizzato da “C” per sostenere il diritto all’aborto, ma di per sé la Convenzione non lo stabilisce, né in spirito né in lettera.


Il crinale è sottile e la lotta serrata. Certe forze politiche e lobby culturali cercano d’introdurre a forza in Europa il diritto all’aborto là dove esso non esiste, invocando una sorta di “spirito dei trattati” europei “aleggiante” per “opinione comune” sopra i testi dei documenti stessi. Le autorità giuridiche custodi dell’“originalismo” dei trattati li smentiscono categoricamente e costantemente testi alla mano. Ma il limbo dell’interpretazione resta ancora troppo ampio.


Quanto a “C”, il caso che più si presta a valutazioni capziose, il PNCI, Parliamentary Network for Critical Issues (un coordinamento internazionale per la promozione e il rispetto della dignità della vita umana, diretto a Washington da Marie S. Smith), diffonde ora una importante dichiarazione di John Smeaton, direttore nazionale della Society for Protection of Unborn Children che ha sede a Londra. «La Corte», dice Smeaton, «ha frainteso la Costituzione irlandese, confondendo l’aborto con le cure mediche. La Costituzione d’Irlanda non prevede alcun diritto all’aborto, né il diritto alla vita dei bimbi non nati può in alcun modo essere ritenuto in concorrenza con il diritto alla vita delle madri. L’aborto non è una cura medica e l’Irlanda, dove l’aborto è vietato, offre alle madri le migliori cure sanitarie del mondo. Se diventerà legge, questa sentenza legalizzerà l’aborto per un ampio ventaglio di circostanze».


Il pericolo, insomma, non è scongiurato. Resta però il fatto che la decisione di ieri è, dice il PNCI, una grande sconfitta della logica abortista, quella che sognava di trasformare il caso “ABC” nella legalizzazione dell’aborto “europeo” insinuando il dubbio che la legislazione irlandese sia incoerente rispetto ai parametri medi degli Stati membri.

giovedì 9 dicembre 2010

IN STATO VEGETATIVO DA 5 ANNI RISPONDE AI MEDICI

In stato vegetativo da 5 anni,
risponde agli stimoli dei medici

Un paziente si risveglia dallo stato vegetativo di minima coscienza dopo cinque anni e per sei ore comprende e risponde agli ordini dei medici. È successo all'istituto ospedale San Camillo di Venezia e a rilevarlo è ora uno studio, pubblicato sulla rivista "Neurorehabilitation and Neural Repair", organo ufficiale della Federazione mondiale di neuroriabilitazione. Secondo gli specialisti è un caso clinico unico che ha permesso per la prima volta al mondo un risveglio dagli stati vegetativi tramite la stimolazione magnetica transcranica (Tms).

La stimolazione è stata eseguita su un paziente ricoverato al San Camillo e lo studio è stato realizzato in collaborazione con i dipartimenti di Neuroscienze delle università di Padova e di Verona. Il paziente, che ha 70 anni, cinque anni prima era stato colpito da un'emorragia cerebrale. Un mese dopo, aveva recuperato il livello minimo di coscienza: poteva aprire gli occhi spontaneamente o in risposta a stimoli tattili, poteva girare gli occhi verso un suono o seguire un oggetto in movimento.

FONTE: www.avvenire.it

martedì 7 dicembre 2010

LO SCIENZIATO CHE DICE SI' ALLA VITA

Vescovi, da scienziato a "stregone" per aver detto no alle staminali embrionali



fonte: www.ilsussidiario.net

E’ uno dei pochi scienziati che il mondo ci invidia. E ha fatto in fretta, per essersi laureato in biologia iscrivendosi a un corso universitario serale, mentre di giorno lavorava al mercato per tirar su qualche lira. Da lì al Canada, Calgary University,  dove per caso, si fa per dire, scopre la possibilità di isolare cellule cerebrali umane, e comincia a studiare tutte le prospettive  che si aprono alla medicina. La cura che viene da dentro, come spiega il titolo di un suo libro. Vescovi parla alle Accademie USA come ai ragazzi dell’Università di Milano Bicocca, con la stessa scioltezza, sincerità. Controcorrente. Da quando ha preso dichiaratamente posizioni pro life l’intellighenzia nostrana lo ascolta con sufficienza, lo guarda con sospetto, soprattutto gli lesina passerelle e riconoscimenti. In Italia si passa rapidamente dallo status di genio a quello di fanatico, da libero pensatore a oscurantista servo del Vaticano.

Vescovi dirige l’Istituto Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e la Biobanca delle staminali cerebrali di Terni. Sono cellule di grado clinico, ci dice, certificate GMP secondo i parametri più selettivi al mondo, che una volta prodotte possono essere trapiantate nei pazienti, e in linea di principio sono applicabili a qualunque malattia nervosa. “Abbiamo chiesto all’ISS il permesso di sperimentare sui pazienti di Sla, per poi allargare ad altre sperimentazioni. Se abbiamo i soldi…”. Al Congresso mondiale di Neuroscienze di san Diego, il 16 novembre, ne è stata data notizia. “Qualche giorno dopo  sul Sole 24 Ore  è uscito un articolo che ci definiva una sorta di stregoni, che trattano gli uomini come cavie…Ci hanno chiesto i dati. Hanno fatto due interrogazioni parlamentari. I dati, sotto responsabilità penale, vengono presentati all’ISS che ce li ha chiesti, com’è ovvio!”. 

Non è il primo degli attacchi. “Dopo il referendum del 2005 ho dovuto lasciare il San Raffaele perché mi è stato reso impossibile lavorare. Ho pubblicato uno scritto su Nature prima di andarmene, per poter dire: l’ho fatto di mia scelta, non potete mandarmi via dicendomi che non sono capace. Nelle Università parecchi colleghi mi definiscono un millantatore, un “sedicente ricercatore”.  Sono stato estromesso a viva forza da un progetto della Comunità Europea che si chiamava Fungenes. E il comitato che decideva chi restava e chi no aveva al suo interno il vicedirettore di una company inglese che lavorava sulle staminali.”

Eppure ha sempre buona stampa. “Prima. E resta qualche giornalista coerente e aperto, che continua a cercarmi. Ma molti che mi telefonavano un giorno sì  e l’altro pure, prima del referendum, sono spariti. Non citano neanche più le mie pubblicazioni scientifiche”.
Si è chiesto da dove vengono questi attacchi, e perché? “Se riesci ad andare in clinica senza ammazzare i pazienti, anzi se dici che potrai perfino curarli con un  metodo eticamente accettabile, le bugie propagandate sulle staminali embrionali crollano di colpo. E’ stato detto ai malati che il modo più efficace per alleviare le loro sofferenze è lo studio sugli embrioni: in questo modo scavalcano il problema etico. Giustificano con la scusa di aiutare il paziente la distruzione di vite tramite frollatura, non saprei usare altro termine, o la creazione di altre vite da distruggere.”

Si sostiene che con le staminali embrionali si sono ottenuti risultati importanti per curare malattie terribili. “Falso. E’ stata avviata la prima sperimentazione ufficiale due mesi fa. Non c’è niente! E avremmo potuto lavorare con buona pace degli embrioni da almeno 5 anni, utilizzando le risorse in altro modo”. Ci sono anche interessi economici, oltre che ideologici? E di carriera? “Spesso gli interessi non hanno a che fare coi trapianti sui pazienti, ma per esempio con la ricerca sui farmaci. C’erano anche in Italia compagnie di biotecnologie che si vantavano di fare questo, succhiandosi tra l’altro soldi pubblici.”
 
Ma lei avrebbe problemi a lavorare su embrioni criocongelati, frutto di fecondazioni assistite non andate a buon fine? “Sì, avrei problemi. Intanto, non c’è bisogno di congelare degli embrioni per la Fivet, bisogna dirlo una buona volta, quindi sono stati congelati per un approccio sbagliato alla tecnica. Se non si potessero più impiantare e andassero distrutti, potrei vedere il senso di un loro utilizzo. Solo ed esclusivamente se qualcuno nel frattempo ha fatto qualcosa per bloccare la continua produzione di soprannumerari. Altrimenti è un’ipocrisia: quelli prodotti fino a una certa data possono essere utilizzati. Ma intanto vanno avanti a produrne! “

E comunque lei sostiene che non ce n’è bisogno. “Non io. Sapendo delle cellule somatiche, dei lavori del giapponese Yamanaka, sapendo che puoi sperimentare sulle cellule embrionali di scimmia, o di topo, che necessità abbiamo di usare embrioni umani? E’ una sconfitta per la scienza. Produrre esseri umani per distruggerli, invece che far di tutto per aiutare la vita, curarla.”
Chi invece  l’ha aiutata? “Tanti hanno avuto la sensibilità di investire nelle ricerche cui sto lavorando, e voglio fare dei nomi, come la Neuroton Onlus, l’Associazione Mielolesi, la Fondazione Borgonovo, addirittura la Fondazione  Milan, personaggi pubblici come Maurizio Costanzo,  Raoul Bova e Formigoni, che ci ha aiutato a fondare al Niguarda l’Istituto di Ingegneria dei tessuti.

O il ministro Fazio. Eppure, viviamo in una condizione di solitudine sconcertante. Si investe tanto in emotività sugli eventi musicali, sportivi…se si mettesse un decimo di quell’interesse e passione, oltrechè di denari, per chiedere che si sviluppino terapie a partire dalle staminali…Mi creda, l’indifferenza è peggio degli attacchi. Quelli si  smontano, perché nascono dall’ignoranza, nel senso di ignorare le cose, i fatti. Ma  se alle telefonate minatorie a te e alla tua famiglia,  aggiungi il fatto che non hai neanche un laboratorio dove lavorare… Ed io sono già stato fortunato. Altri colleghi sono tornati in Usa. Per forza”.

Che risultati vorrebbe raggiungere, che cosa aspetta, dopo trent’anni di lavoro? “Già l’averci provato è significativo, ma vorrei ottenere la possibilità di sviluppare delle terapie per i malati. Come ricercatore sono già contento, ma mi piacerebbe alleviare le sofferenze o almeno aprire la strada a tecniche che riusciranno a farlo, in un giorno vicino”.

domenica 5 dicembre 2010

Avvoltoi radicali ronzanti alla Camera (non ardente) attorno al corpo di Mario Monicelli

Rieccoli i radicali pronti a rispuntare fuori e dire che si stavano godendo un momento di pausa dopo l'ingordigia vissuta dato il successo di ascolti della radical faziosa trasmissione dell'anno "vieniviaconme".
Pochi giorni ed eccoli piombare come avvoltoi sul corpo di Mario Monicelli, morto suicida, gettandosi da un balcone dell'Ospedale San Giovanni dove era ricoverato, a 95 anni!
Non entro nel merito della scelta di vita (ops, di morte) del regista italiano la quale, pur non condividendola, va rispettata.
L'assurdo è vedere i Radicali alla Camera dei Deputati, aiutati dall'altro radicale mascherato Walter Veltroni, che invece entrano nel merito della scelta di vita (ops, di morte) di Monicelli cercando di elevarlo, dopo Welby ed Englaro, ad altro paladino dell'eutanasia.
Non è ingerenza dello Stato nella vita privata????
Avete sentito la dichiarazione di Veltroni? "Era un uomo coerente e anche l'ultimo atto della sua vita gli assomiglia. Ha vissuto, non si è lasciato vivere e non si è lasciato morire. Ha deciso di andarsene. Era un italiano con la schiena dritta".
A parte che oggi giorno ci vuole più coraggio ad essere come Mario Melazzini, cioè ad avere la schiena dritta anche su una carrozzella, che a buttarsi da un balcone, ma si possono dire queste cose lanciando un assist ai radicali che, dalla Bernardini in poi, hanno cominciato con il loro latrare pruriginoso?
Lasciatelo in Pace il maestro Monicelli.
Io non lo conosco così bene, l'ho detto, per giudicare il gesto se non dal punto di vista mio personale ed etico e religioso.
Penso però che Monicelli metterebbe Veltroni, Bernardini e tutti gli altri su un treno in partenza e gli piglierebbe a schiaffi, ad uno ad uno, mentre loro sono affacciati e non vedono l'oltre più in là del loro naso.
Maestro, non so perchè a 95 anni ha concluso così la sua esistenza ma le posso solo dire: riposi in Pace.

di Giorgio Gibertini
fonte: http://giorgiogibertinijolly.blogspot.com

sabato 4 dicembre 2010

Apriamo gli occhi!

Nell’indifferenza generale, a fine gennaio di quest’anno, lo scrittore britannico Martin Amis avanza un’idea simpatica: «dovrebbe esserci una cabina a ogni angolo di strada, dove se hai l’età giusta puoi prenderti un Martini e la pastiglia della buona morte» (Corriere della Sera, 25/1/2010). A metà ottobre fanno il giro del mondo le dichiarazioni dell’attore Michael Caine, due volte premio Oscar, che dichiara d'aver aiutato il padre a morire. Negli stessi giorni, Carlo Troilo, dell’associazione Luca Coscioni, dichiara che mentre anni fa riteneva più «realistico rinviare a tempi migliori il discorso sull’eutanasia e puntare ad introdurre nella nostra legislazione il testamento biologico» (L’Unità, 13/10/2010) oggi ha cambiato idea, indicando l’introduzione della “dolce morte” come unica priorità. Appena due settimane più tardi, al Festival di Roma, viene premiato il film Kill me please, black comedy sull’eutanasia. Poco dopo i Radicali lanciano in Italia lo spot di Exit International sull’eutanasia, già censurato in Australia: ben tre reti italiane – Telelombardia, Antenna 3 e Milano – si dichiarano «pronte a trasmetterlo» (Corriere della Sera, 10/11/2010). Lunedì 15 novembre, nel corso della trasmissione Vieni via con me, Roberto Saviano ha spiegato a 8 milioni di italiani che Welby ed Englaro sono esempi di lotta per «il diritto alla vita».

Durante l’ultima puntata della stessa trasmissione di Rai 3, dopo che i conduttori hanno definito  «inaccettabile» la presenza in studio di malati desiderosi di gridare la loro voglia di vivere e denunciare l’abbandono terapeutico, viene annunciata la morte di Mario Monicelli. Si viene presto a sapere che si tratta di suicidio: il celebre registra, anziano e malato, si è gettato dal quinto piano dell’ospedale dov’era ricoverato. Seguono commenti entusiasti del gesto: Paolo Villaggio parla di scelta «eroica, magnifica, » Stefania Sandrelli di «gesto estremo di libertà, di anticonformismo, di curiosità», il critico Mariano Sabatini di «ennesima lezione di libertà». I Radicali propongono a livello parlamentare, per bocca di Rita Bernardini, una riflessione legislativa sull’eutanasia e il Presidente Napolitano, tanto per buttare benzina sul fuoco, elogia la fine di Monicelli come «manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà. » Due giorni dopo la morte del registra, Rai 3 – sempre Rai 3 – manda in onda il prima serata il film Million dollar baby, che presenta l'eutanasia come una scelta umanamente possibile mentre a Rai 2, la stessa sera, il vignettista Vauro chiude la trasmissione Annozero con una ventina di “allegre” vignette sul suicidio. Domanda: cosa deve ancora succedere perché la gente capisca che vogliono farci il lavaggio del cervello e renderci tifosi dell’eutanasia?


Giuliano Guzzo