venerdì 1 ottobre 2010

FONDO NASKO: OGGI IL VIA!

MAI PIÙ ABORTI PER PROBLEMI DI SOLDI

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Sarà attivo a partire da domani, 1 ottobre, il Fondo Nasko, attraverso il quale Regione Lombardia mette a disposizione un assegno mensile di 250 euro (per un massimo di 18 mesi) alle donne che rinunciano ad una interruzione di gravidanza che sarebbe stata causata da problemi economici.

La nascita e l'avvio concreto dell'attività di questo Fondo risponde al traguardo ideale che ci siamo posti e cioè il fatto che nessuna donna dovrà più essere costretta ad abortire in Lombardia a causa dei problemi economici. Grazie anche a questo strumento vogliamo contribuire a eliminare qualunque ostacolo che renda difficoltoso fare una scelta a favore della vita.

Nasko ha una dotazione di 5 milioni di euro e prevede appunto la possibilità di garantire un contributo complessivo fino a 4.500 euro nell'arco di 18 mesi (suddivisi tra il periodo precedente il parto e quello successivo alla nascita del bambino). Concretamente, l'assegno sarà erogato direttamente alle donne che accetteranno e seguiranno un «progetto personalizzato» di aiuto realizzato tramite i Consultori familiari e i CAV (Centri di Aiuto alla Vita). Questo «progetto personalizzato» comprende una serie di interventi o servizi - erogati anche da altri soggetti pubblici o privati coinvolti nel progetto stesso - che il contributo regionale di 250 euro integra e completa.

Il Fondo viene gestito direttamente dalla Regione, attraverso una piattaforma web ad accesso riservato ai Consultori familiari e ai CAV iscritti negli elenchi regionali, che segnaleranno i nominativi delle donne beneficiarie del sostegno economico. Le beneficiarie riceveranno entro pochi giorni una carta prepagata messa a disposizione gratuitamente, grazie a un accordo di collaborazione con la Banca Popolare di Milano. Sulla carta sarà caricato mese per mese l'importo del contributo che le madri potranno spendere secondo le necessità concordate con il Consultorio o il CAV. 

fonte: pagina facebook di Roberto Formigoni

giovedì 30 settembre 2010

PROF ANTIDISABILI: ARRIVANO GLI ISPETTORI


LE REAZIONI DOPO LE DICHIARAZIONI SU FACEBOOK

Ispezione della Gelmini
sul professore antidisabili

Il Conservatorio: via chi elogia la Rupe Tarpea. Il docente è un militante della Lega, che prende le distanze

MILANO — Il Conservatorio annuncia un'indagine interna. Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini dispone un'ispezione. Entrambi vogliono verificare «se siano state pronunciate frasi o messi in atto comportamenti discriminatori nei confronti di ragazzi disabili all'interno della struttura». Le associazioni dei disabili insorgono. La casella di posta elettronica del direttore del Conservatorio, Bruno Zanolini, da due giorni è inondata di lettere di protesta dei genitori degli allievi. L'imbarazzo è evidente anche tra gli amici della Rete. Si sente accerchiato Joanne Maria Pini, il docente di Armonia, che in una discussione sul tema disabili e scuola, in quella piazza virtuale che è Facebook, ha detto di auspicare in mancanza di una «selezione naturale» il ritorno alla Rupe Tarpea. E tenta un'ultima difesa: «Hanno fatto un patchwork delle mie frasi snaturandole. Sono un burlone, chi mi conosce lo sa». Prima di decidere di mettersi il bavaglio: «Ora starò zitto, parlate con il mio avvocato». Lui che «ha lottato a lungo contro i bavagli nella rete» - uno dei simboli della sua bacheca -, che si dichiara «antiamericano e anti-israeliano». E che milita nella Lega: «Sono rientrato da un po', sono i soli che s'interessano dei problemi della gente». Ma ora la Rete gli ha giocato un brutto scherzo. Ieri, al Conservatorio Verdi, il clima era pesante. A prendere le distanze i colleghi ma, soprattutto, i vertici. In quelle poche righe firmate dal presidente dell'Istituto, Arnoldo Mosca Mondadori, e condivise dal direttore, c'è soprattutto amarezza: «Non fa onore alla storia di questo istituto che lavora da sempre anche con i disabili, offre corsi per bimbi autistici, ha portato la musica nelle carceri e ora anche nei campi rom». Il presidente della Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità), Fulvio Santagostini, stigmatizza l'episodio: «In un non lontano passato qualcuno già prese sul serio le dotte considerazioni di alcuni scienziati che a fine '800 fondarono l'eugenetica e pianificò un'attività di ripulitura dell'umanità da persone inadatte a vivere».
SU FACEBOOK - Qualcuno degli amici su Facebook sdrammatizza: «Hai avuto il tuo quarto d'ora di celebrità, amico mio», scrive Vittorio. «Urka sembra sei diventato di colpo più famoso di prima». Lo conoscono come il professore mite che si dichiara «intimamente buddista» e che sta «cercando di diventare vegetariano e non farebbe del male ad una mosca». Qualche altro, come il presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, taggato nella galleria fotografia del maestro Pini insieme al ministro Calderoli durante la recente cerimonia sul Po, prende prudentemente le distanze. «Lo cancellerò dagli amici. La Rupe Tarpea è sorpassata da un pezzo».
Paola D'Amico


fonte: www.corriere.it

LA FORZA DELLA VITA

Donna somala clinicamente morta ha dato alla luce una bimba

Quella forza misteriosa che sa regalare la vita

Due donne, Idil ed Evelina. Non sapevano nulla l’una dell’altra fino a due settimane fa, quando le loro vite si sono incrociate nel reparto rianimazione di un ospedale torinese, dove Idil, donna somala di 28 anni, è giunta da Mogadiscio in stato avanzato di tumore al cervello. E con un feto nel grembo.

Un viaggio della speranza, quello di Idil, decisa a farsi curare il cancro che le cresceva dentro, ma ancor più a far nascere quella figlia che intanto viveva, e cresceva anche lei, più veloce del tumore. Una lotta tra il male e il bene, tra il tutto e il nulla. Una corsa contro il tempo che a Idil ha tagliato le gambe poco prima del traguardo, quando un elettroencefalogramma piatto ne ha decretato la morte. Ed è qui che Evelina, l’altra donna, primario di anestesia e rianimazione, entra in scena insieme ai colleghi: il corpo di Idil viene attaccato a una macchina, il suo cuore andrà avanti a battere, il suo sangue circolerà nelle vene, la sua linfa di madre continuerà a nutrire quel feto anche oltre la morte, fino al giorno in cui potrà vivere di vita propria. L’epilogo è di ieri mattina, quando con parto cesareo dal ventre senza doglie è scaturito un pianto, l’esordio di ogni esistenza.

Racconta tutto con un filo di voce la dottoressa Evelina Gollo («Mi scusi, sono stata con Idil tutta la notte») e riassume quella che definisce «la più bella storia che abbia mai incontrato». E non è la stanchezza di una notte in bianco a renderne fragili le emozioni, ma una 
pietas che travalica anche il suo essere medico: «Lavoro qui da venticinque anni ma una storia così non l’avevo mai vista. È una vicenda che non dimenticheremo... Quel feto era precoce ma era già in grado di vivere, era un dovere morale farlo nascere». E ancor prima era la volontà di sua madre, e di un padre che si era aggrappato al suo camice bianco per guardarla negli occhi e supplicare: «Mi affido a voi, fate che nasca mia figlia, fate che viva». Pesa meno di un chilo, «ma è bella e vivace». Ce la farà. Parla, sorride e trascina la voce, la dottoressa, ora stanca e serena.

Intanto poco distante, in un’altra stanza, Idil è alle sue ultime ore. Sei, per legge. Passate le quali – prescrive sempre la legge – se l’elettroencefalogramma risulterà ancora piatto le macchine verranno spente. Solo in quell’istante il respiro cesserà, il sangue smetterà di scorrere, il cuore di battere e di Idil, «morta» da un mese, anche il corpo potrà riposare. E in una storia come questa può succedere di tutto, anche che un medico, rianimatore da venticinque anni, chieda scusa al giornalista se per un attimo esce dal suo ruolo e parla «al di fuori della mia professione», col camice addosso ma il cuore a nudo... Quello che ci vuol dire è solo un «sentimento», nulla di scientifico, ma non meno supremo: «Abbiamo scelto di interrompere le procedure di accertamento di morte per portare avanti quella donna fino alla ventottesima settimana di gestazione, era il termine che ci eravamo posti affinché la bambina vivesse, e che scadeva ieri. E proprio fino a ieri Idil si deteriorava ma resisteva, non c’era più ma restava qui a nutrirla. Quella donna ha lottato fino alla fine per far vivere sua figlia».

Mentre scriviamo le sei ore corrono. La vicenda terrena di Idil si conclude qui, con un dono supremo che la fa immortale. Sotto lo stesso tetto, in una incubatrice, una creatura raccoglie il suo respiro e lo perpetua. Le hanno dato il nome di sua madre.
Lucia Bellaspiga
fonte: www.avvenire.it

mercoledì 29 settembre 2010

SMASCHERATI: - "Troppi disabili? Torniamo alla Rupe Tarpea!"


Ci raccontano che non e' vero che sono razzisti ed eugenisti. ci raccontano che vogliono il bene dell'umanita'. ci raccontano che l'aborto non serve per ammazzare i disabili. Questo professore, forse inconsapevolmente, rivela la mentalita' della cultura della morte. e rinnova il nostro impegno a combatterla!!! 



INTERVENTO SU UN BLOG: AIUTIAMO A VIVERE PERSONE CHE NON DOVREBBERO.

«Troppi disabili nelle scuole »
«Torniamo alla Rupe Tarpea»

Frase choc di un professore del Conservatorio di Milano su Facebook. L'ira dei genitori. Le repliche: nazista

MILANO - Dice che è stato male interpretato, che non vuole «eliminare i più deboli» e chiede scusa se ha offeso qualcuno. Però l'ha scritto. Su Facebook. «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare, altro che balle. Non c'è più selezione naturale», ha «postato» Joanne Maria Pini, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano. Interveniva sulle dichiarazioni, poi smentite, dell'assessore all'istruzione di Chieri, Giuseppe Pellegrino, a proposito della necessità di non inserire i bambini disabili nelle scuole. «E se avesse ragione?», ha chiesto Pini in un forum. In tanti gli hanno risposto indignati. Ma lui si difende: «Volevo solo dire la mia. Alla faccia del politically correct».
LA DISCUSSIONE SU FACEBOOK - Domenica sera, quattro chiacchiere su Facebook, si parla della proposta choc di Pellegrino. Il papà di un bambino autistico commenta invocando «un soprassalto di dignità umana e civile» da parte degli utenti del forum. Anche Pini legge e lancia quella che definisce una provocazione: «E se invece fosse una cosa giusta? Già le classi sono troppo disomogenee, oltre che numerose. D'altronde la funzione della scuola oggi non è di infondere conoscenza, ma di standardizzare la testa della gente».
Eugenetica, selezione della razza, diritto alla sopravvivenza. Si apre il dibattito (che la civiltà pensava di aver superato da mezzo secolo). Un partecipante, scandalizzato, interviene: «Cos'è, un disabile non aiuta a "finire il programma"?». Botta e risposta, le frasi di Pini lasciano tutti basiti. Qualcuno gli dice di andare a fare il salumiere («sarebbe una gran fortuna per i tuoi allievi»), qualcuno gli dà del Mengele, gli altri commentano: «Si torna indietro di quarant'anni». Ed è a quel punto che scatta il commento più controverso. Pini chiede: «Indietro? Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare. Stiamo decadendo geneticamente. Ovviamente rispetto singoli dolori e situazioni personali, ma il discorso generale è questo. Oggi una pseudoscienza autoreferenziale senza bussole fa campare organismi che non dovrebbero. Datemi pure del nazista, se volete, cosa che non sono: sono invece una persona che ragiona. Liberamente».

LE REAZIONI - Reazione a catena. Di fronte ai commenti esterrefatti dei partecipanti, Pini non molla: «Prima della didattica viene la genetica, diceva mio padre, maestro elementare». Secondo il docente «stiamo vivendo nel periodo più triste della storia dell'umanità: tutto è contro natura».
Discussione a sette, lunghissima. E una risposta corale: «Professore, taccia». Interviene anche il giornalista e conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti, il quale rilancia la questione sul suo blog (www.gianlucanicoletti.it): «Vorrei sapere quale genere di armonia possa insegnare questo signore ai suoi studenti». Passa un giorno, la notizia rimbalza su Internet. Lui, Pini, si dice amareggiato: «Io razzista? È inconcepibile. Figuriamoci se penso che i disabili debbano essere buttati dalla Rupe Tarpea. Sono stato pesantemente insultato, ma il mio era solo un riferimento al mondo antico, quando i soggetti più deboli soccombevano. Resto però convinto del fatto che a scuola, adesso, siano penalizzati i migliori». È solo un parziale dietrofront. «Ma ho imparato la lezione: d'ora in avanti userò Facebook solo per svago».
Annachiara Sacchi
FONTE: www.corriere.it

domenica 26 settembre 2010

I GIOVANI MPV AL MEETING!!!

BREVI PENSIERI SUL MEETING DI RIMINI

“Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”. Era il titolo del Meeting di Rimini 2010. Come al solito, un’affermazione forte, che impegna l’uomo a riflettere su sé stesso e sul senso della poropria vita. Ma questo titolo è anche un segno quasi profetico di ciò che sarebbe accaduto a questo meeting.
Anche quest’anno lo stand del Mpv ha avuto il suo spazio alla fiera di Rimini. 

Ma quest’anno, tra le altre iniziative previste, ce n’era anche una pensata, con grande lungimiranza, per i giovani. Con lo scopo di mettere in contatto i ragazzi di Comunione e Liberazione, che per una settimana a loro spese si sono messi al servizio della buona riuscita del Meeting, con quelli del Mpv. E da quell’incontro sono nate buone prospettive di collaborazione futura, perché è inevitabilmente emerso che il “desiderio di cose grandi” è lo stesso e che, quindi, anche il cuore è lo stesso.

E’ nella natura del nostro gruppo universitario – e l’abbiamo sempre detto – porsi come catalizzatore delle energie pro life che scaturiscono dalla nostra società. Ed è naturale che un grande movimento ecclesiale come Comunione e Liberazione, seguendo il grande esempio del suo fondatore, la pensi come noi sulle scottanti questioni della vita.

Noi, al meeting, ci siamo sentiti ospiti graditissimi e ascoltati. Onorati non solo dalla presenza di tanti amici ciellini, ma anche di personaggi del calibro di Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella, Renato Farina, Savino Pezzotta e Mara Carfagna. Tutti loro, invitati dal presidente Carlo Casini e dal vicepresidente Pino Morandini, hanno trovato il modo di dedicare diversi minuti della loro permanenza a Rimini al Mpv e alle sue tematiche. Ci hanno ascoltati, e noi abbiamo dialogato con loro. Producendo legami che, speriamo, si tradurranno in concrete scelte future.

Particolarmente emozionante, poi, il momento della testimonianza di Mario Melazzini, medico malato di sclerosi laterale amiotrofica che si batte da anni contro l’eutanasia e per spiegare che esistono malattie inguaribili, ma non malattie incurabili. Mentre le sue parole, arricchite dalla straordinaria dose di umanità che solo l’esperienza diretta di quello di cui si parla può dare, risuonavano alte dalle casse del nostro stand la gente di passaggio si fermava, attratta inevitabilmente da quell’uomo mite e all’apparenza debole, ma dal coraggio tanto profondo.

Se il meeting doveva essere incontro (con gli amici, con la realtà, con grandi testimoni della vita), ebbene, questo è stato. E, come la natura stessa ci spinge a fare, ora continuiamo a cercare cose grandi.

FT

GENITORI SOTTO SFRATTO

IL CASO/ C'è un Tribunale che vuol "sfrattare" i genitori




Nell’Italia degli anni Trenta lo Stato perseguiva una tenace politica a tutela di quella che veniva definita - con la retorica dell’epoca - «l’umana e divina missione della maternità». Sono di quel periodo provvedimenti legislativi come il Regio Decreto 21 agosto 1937, n. 1542 sull’incremento demografico della nazione, enti di assistenza come l’OMNI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia (sciolta nel 1975), sussidi economici quali i famosi “premi di natalità”, concessi per ogni figlio nato vivente a coppie coniugate o a donne nubili, ed elargiti durante Giornata della Madre e del Fanciullo, fissata simbolicamente il giorno della vigilia di Natale, con il chiaro intento di associare la nuova festa fascista alla più tradizionale celebrazione religiosa della Natività.

Nell’Italia repubblicana del 2010 lo Stato sottrae a una donna - cui le strutture pubbliche avevano suggerito di abortire - la figlia appena partorita, sul presupposto di un’asserita fragilità psicologica della madre, di una sua condizione sociale precaria, e di un basso reddito, tale da non poterle consentire di svolgere adeguatamente i propri compiti di genitore.

Ammetto che il paragone possa apparire un po’ forzato. Ma non sono riuscito ad evitare il raffronto storico, quando ho appreso la notizia di quella giovane donna di Trento a cui i servizi sociali hanno portato via la figlia appena messa al mondo, privandola persino della possibilità di allattare. Tutto ciò accadeva otto mesi fa in forza di un provvedimento del Tribunale dei Minori di Trento, che ha giudicato, appunto, fragile il profilo psicologico ed emotivo di quella donna, precaria la sua situazione esistenziale, e non sufficiente il reddito dichiarato di 500 euro al mese.

La decisione, alquanto affrettata, di iniziare la procedura di adottabilità della bimba è stata assunta, peraltro, “inaudita altera parte”, ovvero senza che i magistrati avessero visto o ascoltassero la giovane donna (il primo colloquio tra i giudici e la madre è avvenuto solo a febbraio, un mese dopo la sottrazione della neonata). Dallo scorso gennaio, la donna non ha più saputo nulla della figlia.

È di pochi giorni fa la notizia che lo stesso Tribunale dei minori di Trento, con una sentenza destinata certamente a far discutere, ha dichiarato «lo stato di adottabilità della bimba e il suo affidamento in strutture». Il che significa che la piccola verrà affidata a un’altra madre e a un’altra famiglia.

La sentenza, contro cui la donna ha fatto comunque appello, ha destato le perplessità persino del Dr. Ezio Bincoletto, consulente tecnico d’ufficio nominato dal Tribunale, il quale nella perizia fornita ai magistrati non aveva escluso la possibilità di una maturazione psicologica della madre, e aveva concluso in senso positivo per la sua recuperabilità, suggerendo un periodo di prova di un anno. Purtroppo è andata diversamente. Della decisione del Tribunale dei Minori di Trento ci sono tre aspetti che non mi convincono del tutto.

Il primo riguarda il fatto che il Tribunale abbia incomprensibilmente liquidato la questione con una decisione sbrigativa e davvero poco consona alla delicatezza del caso. Soprattutto alla luce della perizia del CTU e degli ormai pacifici orientamenti giurisprudenziali della Cassazione e della Corte Europea, i quali suggeriscono di vagliare ogni strada prima di intaccare il diritto del minore a crescere con i genitori naturali. Il dubbio che sorge legittimo è che i magistrati si siano appiattiti sulle risultanze della relazione negativa presentata dai servizi sociali, soprattutto in quella parte in cui si identifica «l’avvio della gravidanza come elemento di fragilità e/o colpa, e/o incoscienza». L’immaturità della donna risiederebbe nel fatto di non aver ponderatamente valutato l’opportunità di abortire, e di aver voluto affrontare la gravidanza con colpevole e incosciente leggerezza.

Sembra, in questo caso, aver ragione il Dott. Pino Morandini, magistrato e vicepresidente nazionale del Movimento per la Vita, quando paventa il rischio «che si vada affermando nelle istituzioni e persino in tanti pubblici servizi, l’inconsapevole e paradossale tendenza a criminalizzare la maternità, quasi fosse, invece di un dono grandioso, una colpa o, nel migliore dei casi, una leggerezza».

Il secondo aspetto critico della decisione riguarda il fatto che lo stesso Tribunale dei Minori abbia giudicato la madre «inadeguata», quando la donna era ancora legata al proprio figlio dal cordone ombelicale. È, infatti, un ardito salto logico quello di valutare l’asserita “incapacità genitoriale” di una madre, prima che questa venga messa in condizione di esercitare tale capacità. Sarebbe come venir bocciati a un esame, prima ancora di poter sostenere la prova. In realtà, il Tribunale ha ritenuto di aggirare l’ostacolo procedendo a una valutazione del profilo psicologico della donna, analizzandone la «capacità genitoriale», concetto, peraltro, che di per sé rappresenta un falso scientifico, dato che non se ne trova traccia in alcun manuale di psicologia.

Come ha giustamente evidenziato il Dott. Giuseppe Raspadori, psicologo e perito di parte della madre trentina, «l’affidamento a terzi di un minore è un’ipotesi che dovrebbe essere perseguita per gravissimi ed eccezionali motivi» (abusi sessuali, violenze, ecc.), «altrimenti la pretesa di misurare e giudicare la qualità dell’amore materno senza tenere conto della naturale visceralità del rapporto, non solo rischia di far prendere solenni cantonate, ma purtroppo anche di commettere ingiustizie e vere e proprie crudeltà».

Il terzo aspetto, quello che reputo più preoccupante, è relativo al fatto che il Tribunale dei Minori abbia addotto tra le motivazioni della propria decisione, anche una valutazione di carattere economico circa l’asserita indigenza della madre, titolare di un reddito di soli 500 euro mensili. Questo è precedente pericolosissimo. L’adozione di un simile criterio ha già la portata di un avviso di sfratto a tutti i genitori che si trovino, ad esempio, in cassa integrazione, che abbiano subito un licenziamento, o che svolgano un lavoro precario.

Lo Stato rischierebbe di vestire i panni di una perfida cicogna che agisce come un Robin Hood al contrario, sottraendo i figli ai poveri per darli ai ricchi. Lo scorso luglio il rapporto Svimez sull’Economia del Mezzogiorno ha registrato dati inquietanti, mostrando come una famiglia su cinque non sia in grado di sostenere le spese per curarsi e per riscaldarsi. Secondo quanto emerge dal rapporto, al 30% delle famiglie del Sud sono mancati i soldi per i vestiti, nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette, otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia), e il 20% non ha potuto rivolgersi al medico (in Sicilia e Campania circa il 25%).

Sempre secondo i numeri forniti da Svimez, quasi un meridionale su tre (6 milioni 838mila persone in valore assoluto) è a rischio povertà a causa di un reddito troppo basso, un rapporto che al Centro-Nord è di uno su dieci. Per quanto riguarda l’entità dei redditi, il rapporto indica che il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, e che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, percentuale che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia. Ora, di fronte ad un simile scenario, è lecito chiedersi che cosa accadrebbe qualora la “capacità genitoriale” dovesse essere valutata anche sotto l’aspetto economico, come ha fatto il Tribunale dei Minori di Trento?

In realtà ci sono due modi per affrontare la questione. Il primo è quello delle Opere Nazionali Maternità e Infanzia, delle politiche di incentivo allo sviluppo demografico, dell’assistenza e dei premi di natalità, tutte cose che il nostro Paese ha già conosciuto in un periodo storico che, obbiettivamente, non ha brillato quanto a democrazia.

Il secondo modo è quello della sottrazione dei figli alle madri indigenti che rifiutano di abortire. È certamente un metodo più moderno e diverso rispetto a quello del ventennio fascista. Ma sul fatto che sia più democratico, mi permetto di nutrire più di un dubbio.

Chi ci ha visto meglio di tutti in questa vicenda sembra essere S.E. mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro, il quale ha parlato, citando la filosofa ebrea Hanna Arendt, di «democrazia totalitaria». Ecco, credo che dentro questa espressione sia racchiusa la vera chiave di lettura della dolorosa vicenda accaduta a Trento.

FONTE: www.ilsussidiario.net

martedì 21 settembre 2010

MA CHE BELLA LA PUGLIA...

In Puglia quasi il 30% dei bambini viene abortito: numeri impressionanti che non si possono ignorare.

I dati in questione sono tratti da un articolo della “Gazzetta del Mezzogiorno” che riprende la relazione del ministero sui dati degli aborti in Italia: emerge così che alla Puglia spetta il triste record del rapporto tra bambini abortiti su bambini nati. Dati impressionanti che meritano alcune brevi riflessioni:


- Aver approvato la legge che permette l’aborto in Italia non ha fatto altro che far considerare l’aborto come una delle tante possibilità, non si spiegherebbero altrimenti questi dati impressionanti se non come un basso livello di percezione della gravità del gesto dell’aborto, poiché purtroppo le leggi fanno cultura e, se una cosa è permessa per legge, viene percepita culturalmente come una cosa non così tanto grave. La politica con le sue azioni è quindi in grado, con atti concreti, di influenzare fortemente la cultura. E’ significativo inoltre a questo proposito che il maggiore tasso di abortività si abbia nella Regione in cui la guida politica di Centrosinistra con Vendola si sia caratterizzata in questi anni per una atteggiamento molto permissivo nei confronti dell’aborto.


- Questo dato pugliese di 270 bambini abortiti su 1000 nati è ovviamente solo il dato degli aborti ufficiali e non tiene conto delle tante migliaia di aborti chimici prodotti dalle varie pillole in commercio o illegali. Si arriverebbe quindi a persentuali di abortività molto superiori.


- Ultima considerazione di carattere demografico: non sfuggirà che parlando di dati così rilevanti numericamente, ogni anno al nostro Paese mancano centinaia di migliaia di bambini abortiti che segnano fortemente il nostro trend demografico e le conseguenze dal punto di vista anche economico e previdenziale. Investire quindi concretamente e culturalmente contro l’aborto, oltre che per primaria evidenza del diritto naturale alla vita, avrebbe ripercussioni positive anche dal punto di vista economico e previdenziale per il nostro Paese.


Fabio Luoni