mercoledì 28 febbraio 2007

Presentazione nel sito ufficiale del MpV



vi invito ad andare a visitare la nostra sezione, e non solo, sul sito nazionale del Movimento per la Vita!!!


Blog, Internet, mail e volantinaggio sono un efficace strumento, non solo di affermazione della Vita, ma anche di concreta azione: la comunicazione del MpV salva bambini, Vite Umane!!


Ci sono tanti casi di mamme in difficoltà che contattano i CAV tramite annunci, manifesti, numeri verdi..dunque utilizziamo anche questi mezzi.





Vi sottopongo all'attenzione una bella citazione che dà oggi piu' che mai un messaggio di speranza, coraggio e mobilitazione

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“E’ vile chi è convinto della bontà delle proprie idee e abbandona il campo per debolezza o per mancanza di fiducia.
Bastano i pochi che abbiano fiducia, pazienza e costanza; anzitutto fiducia.”


Luigi Sturzo




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Luigi Masotti

MOVIT AVANTI TUTTA!!


Con l’affissione dei primi splendidi manifesti è iniziata oggi l’attività del Movimento per la Vita in Cattolica a Milano!
Occupando ogni scampolo di spazio che i muri del secondo chiostro offrivano, abbiamo dato inizio ad una massiccia campagna informativa per spiegare chi siamo e quali sono le idee che portiamo avanti: da Madre Teresa a Giovanni Paolo II passando per le splendide immagini che la vita umana può evocare, abbiamo appeso buona parte dei manifesti inviatici da Roma con l'indirizzo web di questo blog: per chiunque sia interessato a ricevere ulteriori informazioni o mettersi in contatto con i responsabili.
Finalmente ci siamo anche noi, e ci siamo messi ben in mostra!
Il prossimo punto del programma è l’organizzazione della grande conferenza inaugurale...per continuare sulla strada della cultura della vita.

Federico Trombetta, resp giornale Vita news - Milano

Daignosi prenatale

Cari amici,
riporto ampi stralci del discorso tenuto Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.
"Esiste una diagnosi prenatale che serve a curare: questa è un obbligo morale per ogni coppia: conoscere in tempo una malattia del figlio per aiutarlo in ogni modo è un successo della medicina moderna. Esiste una diagnosi prenatale che invece non ha un fine curativo, ma di screening, al fine di riconoscere le malattie genetiche (di gravità variabile) e le malformazioni (maggiori o minori), la maggioranza delle quali non ha cura, ma certo non inficiano la dignità o lo status di persona del figlio.
Recentemente, con la semplicità del bambino che grida “il re è nudo!”, Didier Sicard ha precisato un’evidenza: la diagnosi prenatale sta diventando un elemento di eugenetica (e ovviamente si riferiva al secondo tipo di diagnosi). Didier Sicard è il capo del Comitato di Bioetica Francese, cioè dello Stato più laico al mondo. Subito si sono levate le batterie della contraerea degli intellettuali italiani che hanno “precisato”, distinto e ridimensionato. Ma cosa ha detto in realtà Didier Sicard? Niente di speciale: La diagnosi prenatale è “quasi obbligatoria”, riguarda ormai “la quasi totalità delle gravidanze”, e insomma “la Francia costruisce passo dopo passo una politica sanitaria che flirta ogni giorno di più con l’eugenetica”.
Ci sembra questo un discorso da cui l’Italia è esente? Basterebbe pensare al numero di amniocentesi eseguite ogni anno in ogni ospedale italiano, o l’alto numero di test ematici della madre (triplo test ecc) fatti per sapere il rischio che nasca un bambino Down per iniziare un profondo esame di coscienza e cercare di capire, invece che “ridimensionare” e “distinguere”.
Ma già il termine “rischio”, che spesso si associa nella comunicazione del risultato di una diagnosi prenatale alla parola “bambino Down” ci dovrebbe far storcere il naso: un bambino non è mai un rischio! Semmai la parola rischio dovrebbe essere associata alla malattia: insomma, sarebbe corretto dire “il bambino ha il …% di rischio di avere una sindrome Down” e non “voi avete il …% di rischio di avere un bambino Down”. E questo lapsus che si ritrova nel parlare comune è un bel test che la dice lunga sul pensiero di chi lo pronuncia.
Già, Didier Sicard ha ragione: siamo all’interno di un sistema consumistico, da cui neanche la vita del feto sfugge. E la letteratura scientifica porta conferme di questo fatto. Infatti emerge che, nel campo della diagnosi prenatale: 1) Il consumatore ha diritto a tutto ciò che può pagare. 2) E’ l’offerta pubblica che determina lo standard. Mentre il primo punto viene ben spiegato dall’articolo “Consumerism in prenatal diagnosis” (consumismo nella diagnosi prenatale), pubblicato nel 2000 dal Journal of Medical Ethics, e dal lavoro di M. Aldred sull’eticità dell’aborto in previsione di anomalie dentarie, sul secondo punto vorrei fare un esempio. Nei banchi dei supermercati non si vedono mai frutti danneggiati; eppure esser stati in minima parte beccati dagli uccellini è indice di sanità, di non-contaminazione da pesticidi.
Riporta D.I. Bromage sul laico Journal of Medical Ethics del 2006 che “c’è un trend in aumento di diagnosi prenatale e di aborti di feti che sarebbero nati con disabilità”. In 10 anni tramite l’aborto non sono nati “il 43% dei feti con palato fesso e il 64% di quelli con piede torto, nonostante entrambe le situazioni siano curabili” E spiega che è stato suggerito che “abortire feti con disabilità è una forma di altruismo”. Bromage spiega che la società “moderna” divideva su basi mediche le persone tra normali e anormali, emarginando i secondi, in una sorta di fobia del diverso; la società “postmoderna”, invece, nega “che la verità medica sia una verità e riconosce una pluralità di verità. Non distingue più tra normali e anormali, ma vede la società frammentata e individualistica, piuttosto che governata da una filosofia totalizzante” e al sommo di questa società sta il “sacro” criterio dell’autodeterminazione.
Ma il problema si estende oltre la vita del feto: un lapsus è ricorso in questi giorni, quando diversi giornali hanno riportato un progetto di legge secondo cui “la donna ha diritto di usare il proprio cordone ombelicale”, riferendosi a quello… del figlio, come se inconsciamente esistesse un flusso di appropriazione del corpo del figlio già nato, dopo che già si considera da anni una proprietà dei genitori quello non nato. L’idea del figlio-proprietà ritorna nel recente caso della donna sorda (J Med Ethics, 2002) che ha cercato un uomo con la stessa patologia per concepire in vitro un figlio che voleva a tutti i costi sordo e che per questo ha ottenuto di non farlo curare neanche dopo nato; così come nei casi di eutanasia neonatale, fatti “nell’interesse di terzi” (Bioethics, 2000), ma anche nel recentissimo caso della madre del soldato morto in azione che ne fa prelevare lo sperma – senza previe disposizioni da parte del morto – per fecondare un’estranea e avere un nipote. Come non pensare che all’origine di questi esempi di appropriazione della vita o del corpo del figlio da parte dei genitori vi sia l’idea di possesso del feto, implicito nella selezione prenatale, che si è estesa mentalmente al figlio neonato, per giungere a vedere ogni figlio come una proprietà?
Ma il problema non si ferma qui: come non vedere all’orizzonte quanto previsto dallo psichiatra francese Benoit Bayle, cioè la costituzione di una generazione di sopravvissuti, cioè di un popolo che per nascere è dovuto passare al vaglio della diagnosi prenatale e dunque dell’accettazione da parte dei genitori? Dunque il problema trascende un’impostazione religiosa, ma anche una impostazione morale. È un fatto di ragione e di salute sia sociale che del singolo bambino nato. E’ un po’ come se non “lo Stato”, né “un gruppo etico”, ma la semplice routine applicasse prima della nascita un “bollino blu”
di certificazione ad ogni bambino… lasciando poi “liberi” i genitori dei feti senza bollino blu di decidere se tenerlo oppure no. Si capisce bene come poi la pressione sociale sia tale da far sentire “strano” chi decidesse di non abortire. Siamo dunque in mano ad una routine che non impone di abortire, ma di contare i cromosomi. Cosa c’è di male, si potrà dire? Infatti non c’è nulla di male… se non fosse la semplice osservazione che a nessuna madre con un bambino in braccio passerebbe per la testa di andare a contare i suoi cromosomi per volergli bene, per accettarlo. Ma prima della nascita tutto è possibile, con metodi invasivi o non invasivi. Ed è uno screening.
Già, perché screening viene dalla parola screen che vuol dire “setaccio”. E’ un po’ trattare i bambini come la farina che va separata da “altro”. Bisogna dunque capire un ultimo risvolto: il problema va ben oltre la gravidanza dato che i bambini non sono sciocchi e hanno le orecchie lunghe, tanto da sentire cosa i genitori provano e come lo/la considerano. E nel clima attuale c’è una triste ipotesi suffragata da sondaggi e osservazioni: da piccolo il bambino è considerato un giocattolo, da feto un’ “appendice”, da adolescente un “filtro di eterna giovinezza” per genitori che non lo aiuteranno a crescere… per continuare ad illudersi di essere giovani. E nella società attuale tanti segnali vanno in questo senso: dall’età sempre maggiore in cui i figli vengono lasciati staccarsi dal cordone ombelicale invisibile dei genitori, alla frustrazione dei giovani europei emersa in un recente sondaggio dell’UNICEF; allo scarso appoggio morale che i genitori danno ai figli sposati per incrementare la famiglia."

Gabriele Piccirillo, studente di economia in Bocconi.

giovedì 22 febbraio 2007

ABBONATI al "SI alla Vita" !!!




Gli argomenti di cui discutere sarebbero tanti, ma per una volta dedichiamo questo
editoriale a noi stessi, a Sì alla vita, l’unico strumento per dare una continuità alla Giornata
per la vita, l’unico modo per essere sempre informati sui temi caldi legati al diritto alla vita
ed ai diritti umani.
Il modo più concreto per dare continuità alla Giornata per la vita è quello di rinnovare e soprattutto
di moltiplicare gli abbonamenti a questo giornale.
Per me è un atto di coraggio dedicare l’editoriale – forse il più importante dell’anno – a questo
invito. Gli editoriali, infatti, dovrebbero affrontare in forma sintetica le questioni culturali di maggiore
attualità e rilievo. Ce ne sarebbe molte da proporre in questo inizio dell’anno 2007, nel quale
sembra che sia in corso una generale offensiva della “cultura della morte”. A fine novembre
l’Europa ha deciso di sostenere con il suo denaro anche la distruzione sperimentale di embrioni
umani; a dicembre è esploso definitivamente il caso Welby con tutte le implicazioni eutanasiche; il
governo ha promesso di presentare entro la fine di questo gennaio un disegno di legge sulle
coppie di fatto; continuano gli attacchi contro la legge 40/04 sulla procreazione artificiale
nonostante l’importante positivo intervento della Corte Costituzionale del 24 ottobre scorso; mentre
stentano a trovare accettazioni le nostre ripetute proposte agli enti locali affinché nella attuazione
della legge sull’aborto si faccia prevalere almeno il principio di “preferenza per la nascita”, non
poche Regioni legiferano per consentire l’uso più o meno disinvolto dell’aborto chimico (Ru486) e
di quello precocissimo (pillola del giorno dopo); la rinnovata composizione del Comitato
nazionale di bioetica, avvenuto ancora nel dicembre scorso non lascia ben sperare circa pareri
limpidi in favore della vita.
Ma di tutto questo ed altro ancora ci sarà comunque tempo e modo di parlare e dialogare proprio
con questo giornale nei prossimi mesi. Ma sarà inutile se non ci saranno ascoltatori. Dunque, mi
sono detto, bisogna coinvolgere i nostri lettori in una grande operazione strategica culturale: il
raddoppio (almeno) degli abbonamenti a Sì alla vita.
Ho detto “operazione strategica e culturale”, non “operazione commerciale”. Ogni giorno milioni di
cittadini si sentono propinare dalle televisioni, proprio sul tema della vita, informazioni partigiane,
talvolta banalmente non vere.
Come reagire? Lo so, nella società dell’informazione ben altri dovrebbero essere gli strumenti, ma
io ricordo un colloquio, nel 1980, con Jeremek, dirigente di Solidarnosh appena fondata con il
boom di 10 milioni di iscritti in un mese. “Come avete fatto?” chiesi. “I foglietti parrocchiali” rispose.
Sì alla vita è molto più di un foglietto parrocchiale e noi faremo da subito di tutto per migliorarlo. Mi
capita di ascoltare, sui grandi mezzi di informazione, ma non solo, persone che difendono le nostre
tesi, ma non sanno sempre cosa dire o dimenticano aspetti decisivi e comunque importanti. Il
dibattito può avvenire anche nella semplicità delle famiglie, degli uffici, dei bar, della strada.
Bisogna conoscere per convincere. E bisogna essere uniti, avere un senso di appartenenza. E
sostenere chi si trova in prima linea.
Auguriamoci tutti un anno di forte impegno. Insieme.
Buona giornata per la vita!


Carlo Casini
da “Sì alla vita”, organo Movimento per la Vita Italiano, gennaio 2007

mercoledì 21 febbraio 2007

MPV: Esposto al procuratore sul caso della mamma-bambina

ESPOSTO AL PROCURATORE GENERALE DI TORINO SUL CASO DELLA MAMMA-BAMBINA

Il Movimento per la vita ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Torino in merito al caso della mamma-bambina che in qualche misura sarebbe stata spinta all’aborto contro la sua volontà. Un caso che presenta “aspetti di singolare delicatezza e di tale interesse generale da far apparire opportuno un esatto accertamento dei fatti ed una loro autorevole interpretazione alla luce della legislazione vigente”. L’esperienza più che trentennale dei 280 Centri di aiuto alla vita e delle circa 60 Case di accoglienza del Movimento per la vita dimostra che “spesso la decisione di aborto matura sotto la pressione di familiari, amici, dell’ambiente in genere, oppure nella percezione della donna di trovarsi in una estrema solitudine sotto il peso di difficoltà economiche o psicologiche che le sembrano schiaccianti. In base alla legge 194 ed alla sentenza Costituzionale n. 35 del 1997 “l’aborto non è espressione di un diritto di libertà, ma la risposta ad uno stato di necessità, che sarebbe bene rimuovere. Il bene protetto è la vita umana non l’aborto. Se la donna non vuole ricorrere alla Ivg e non c’è alcun rischio di aborto clandestino, quello legale non può certo essere imposto. Che la madre sia troppo giovane non è una ragione che giustifica l’aborto se ella non lo vuole”. “Non sappiamo come concretamente si sia svolta la triste vicenda di Torino. Non conosciamo neppure l’età gestazionale della ragazza. Sappiamo ciò che la legge dice: nei primi tre mesi di gravidanza se entrambi i genitori consentono all’Ivg non c’è bisogno di ricorrere al Giudice tutelare. In questa ipotesi sarebbe terribile che il ricorso al giudice fosse stato effettuato per imporre alla ragazza una scelta che essa rifiutava”. Fa riflettere anche l’ipotesi per la quale “il passaggio prima attraverso il consultorio e poi attraverso l’ufficio del Giudice tutelare sarebbe stato necessario per la mancanza del consenso del padre di Valentina, neppure interpellato (non si capisce bene perché). In tal caso si può anche immaginare un atteggiamento di timidezza o contraddittorio di Valentina, ma sembra difficile escludere il suo pianto e, almeno a tratti, il suo rifiuto di abortire”. La richiesta che allora viene posta al procuratore di Torino è di accertare se “le istituzioni, in particolare i consultori, i medici, il Giudice tutelare, abbiano operato in modo da capire fino in fondo la situazione, da fare emergere la reale volontà della donna, liberandola da indebite pressioni dirette o indirette, da favorire se possibile, la prosecuzione della gravidanza. La legge 194 punisce l’inadempimento di questa procedura (art.19) così come punisce in modo severo l’aborto su donna non consenziente (art. 18) e comunque l’aborto che avviene per negligenza (art.17)”

martedì 20 febbraio 2007

SODDISFAZIONE PER IL RISULTATO DEL REFERENDUM PORTOGHESE.


CASINI: “L’EUROPA PUO’ RIPARTIRE DA QUI

Il Movimento per la vita italiano esulta per il risultato del referendum che si è svolto ieri in Portogallo. «La società portoghese, nonostante le iniziali indecisioni del fronte antiabortista, ha dato una risposta chiara al tentativo del governo di liberalizzare l’aborto» commenta Carlo Casini, presidente del Movimento. «Anche volendo sposare la soluzione più prudente, i portoghesi hanno dimostrato di non considerare la liberalizzazione dell’aborto come una questione urgente. Ma l’ampiezza del risultato legittima anche interpretazioni più ottimistiche: in sostanza meno del 25% dei portoghesi ha chiesto di modificare la legge sull’aborto. Per il resto, anche considerando una fetta consistente di assenteismo fisiologico, ha detto un “niet” secco ed inequivocabile. «Eppure il governo di Lisbona dichiara di voler andare avanti. Con una protervia figlia minore dell’ideologia, si fa beffe della volontà popolare e della democrazia e prosegue per la sua strada. Di conseguenza anche la battaglia è destinata a continuare. Una battaglia che riguarda il Portogallo e non solo. «L’Europa intera» conclude Casini «affida ai suoi quattro estremi geografici (Malta, Irlanda, Polonia e Portogallo) le speranze di ripartire nel sogno originale di edificare una società continentale basata sulla dignità umana e sui diritti di ogni individuo, senza distinzioni»

alla Cattolica il convegno «L’eclissi della bellezza»



Da BRESCIAOGGI
Lunedì 12 Febbraio 2007

Si è concluso alla Cattolica il convegno «L’eclissi della bellezza» Melazzini, l’anti-Welby: «Alleanza medico-malato» «Fino a quattro anni fa avevo tutto, eppure non ero una persona fortunata. Considero il mio male un dono, che mi ha consentito di avere del mondo e della mia professione una visione nuova». Mario Melazzini è un medico, e soffre di sclerosi laterale amiotrofica, la stessa che aveva ridotto all’infermità Piergiorgio Welby. Presidente dell’associazione che riunisce i malati di Sla, è famoso per aver preso posizione proprio sul caso Welby e aver promosso, con altri, il manifesto per la garanzia di una presa in carico globale del paziente, contro l’abbandono, l’accanimento, e l’eutanasia. Melazzini è su una sedia rotelle, parla con voce flebile, quasi sussurrando. Eppure vuole vivere, perchè ha «accettato la misteriosità della malattia», la sua nuova personalità dentro questo percorso tortuoso. E si dice addirittura fortunato: «Le mie capacità cognitive sono integre, riesco ancora a lavorare, ho una famiglia che mi sostiene». Nella giornata conclusiva del convegno internazionale promosso da Federvita Lombardia con Laris e Università Cattolica di Brescia, si è parlato del volto più nascosto di Dio. Una Bellezza che si cela anche nella malattia che consuma il fisico, che non «ha apparenza per attirare i nostri sguardi». Melazzini ha portato la sua testimonianza toccante di operatore della sanità, e insieme di paziente. «Le malattie non sono incurabili. Sono tutte trattabili, purchè il paziente venga preso in carico». Purchè si ricostituisca quell’«alleanza tra medico e malato» che oggi è andata perduta. Se i medici talvolta cedono alla tentazione dell’accanimento terapeutico perchè si sentono «impotenti, hanno paura di non saper guarire»: non è questo - ha precisato Melazzini - il caso di Piergiorgio Welby. Un caso che «ha avuto solo un pregio, ha saputo riportare all’attenzione lo stato di abbandono e l’indifferenza in cui vivono tante persone che soffrono di Sla». Ma non solo di malattia si è parlato ieri mattina ne «L’eclissi della bellezza». Dopo gli interventi di venerdì e sabato, Claire Ly, Jean Pierre Ruhigisha e Mwerekande Dieudonne, moderati da Gianni Mussini, hanno portato la loro testimonianza di due genocidi che hanno segnato questo secolo, cercando di rispondere alla domanda «Dov’era Dio?». Nell’aprile del 1994 in soli 100 giorni i rwandesi di etnia tutsi, nell’indifferenza del mondo intero, uccisero a colpi di machete un milione di hutu e tutsi moderati. Tra il 1975 e il 1979 in Cambogia i rivoluzionari kmers rossi iniziarono la costruzione di una società totalmente purificata da ogni «sovversione occidentale imperialista». Claire Ly c’era, e nell’arco di 24 ore vide sterminare la sua famiglia. «Provavo collera, e odio nei confronti del Dio degli occidentali, che ritenevo il colpevole ideale della mia sofferenza. Poi ho incontrato il vangelo. A 36 anni ho ricevuto il battesimo. Dopo la mia tragedia avevo una ferita, ma oggi so che questa ferita è anche nel cuore del mio Dio, è sul corpo di Cristo quando resuscita». Orrore, violenza, dolore. Quale strada seguire di fronte a questi drammi? «Il perdono è l’unica strada; dall’altra parte ci sono solo la vendetta, e la giustizia terrena», ha spiegato l’onorevole Sandro Fontana nella tavola rotonda conclusiva (a cui sono intervenuti anche, oltre a Claire Ly, Massimo Gandolfini, Pino Morandini, Sara Squassina, Giorgio Gibertini, Luciano Eusebi e Giacomo Samek Lodovici). Ma nella consapevolezza che il perdono «è una grazia, che appartiene alla giustizia divina, a noi uomini spetta l’impegno della pace, e di guardare con speranza al futuro, che sono i nostri figli». Un esplicito appello, nella giornata in cui il Portogallo è chiamato con un referendum a decidere se depenalizzare l’aborto.
Natalia Danesi